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Stefano Gugliotta

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(11 Maggio 2010) Enzo Apicella
Dopo che le tv hanno trasmesso il video di Stefano Gugliotta che viene pestato immotivatamente dalla polizia e poi arrestato per "resistenza a pubblico ufficiale", il capo della polizia Manganelli "dispone una ispezione".

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Carceri, i gulag della democrazia coatta

(18 Agosto 2013)





USA Il ministro della giustizia Eric Holder squarcia il velo sul dramma dei «sepolti vivi». 2,3 milioni di persone dietro le sbarre

Gli Stati uniti detengono il 25% dei prigionieri del mondo. Un milione sono afroamericani, ben oltre il 40% del totale malgrado costituiscano a malapena il 10% della popolazione

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Eric Holder

LOS ANGELES. Dopo la questione del razzismo ancora endemico sollevata dal caso Trayvon Martin, e della sanità pubblica, con la prossima entrata in vigore della riforma «obamacare», l'amministrazione Obama si occupa di un altra piaga sociale americana: le carceri. Gli Stati Uniti mantengono un ipertrofico complesso penale-industriale articolato in migliaia di penitenziari, federali, statali e privati; un gulag in cui sono incarcerate 2,3 milioni di persone, una popolazione-ombra che è quintuplicata negli ultimi 30 anni.
La scorsa settimana Eric Holder, il ministro della giustizia di Obama, ha pronunciato un discorso «epocale» per il semplice fatto di aver formulato alcuni semplici, evidenti concetti che da anni vanno ribadendo alla nausea sociologi, criminologi, soggetti sociali e associazioni per i diritti civili. Sì, perché la deriva giustizialista degli ultimi 40 anni in America è in buona sostanza un aberrazione di portata storica e planetaria. Da quando Richard Nixon lanciò la sua crociata contro la droga, la famigerata war on drugs, la «tolleranza zero contro la criminalità» è diventata una pietra miliare della demagogia politica, una deformazione codificata negli statuti federali e statali in misura sempre più draconiana, una crociata che ha trovato rinnovato impulso negli anni del reganismo e nell'era neoconservatrice, assumendo infine una sorta di vita propria come celodurismo imprescindibile di ogni campagna politica e ogni pubblica amministrazione: un ossessione proibizionista come strumento di controllo sociale. La carcerazione applicata a interi settori sociali è così diventata incentivo economico impiegato per supplire a deindustrializzazione e delocalizzazione come raccontano i tanti hinterland e piccole province dove le economie azzerate sono state sostituite dalla costruzione di carceri e reclutamento di secondini.
Oggi gli Usa, che rappresentano circa il 5% della popolazione mondiale, detengono dietro le sbarre il 25% dei prigionieri del mondo, la gran maggioranza dei quali condannati per droga, reati spesso irrisori puniti con maxipene grazie alle leggi sulle condanne minime obbligatorie, vedi la famigerata 3 strike law che obbliga i giudici a sentenze di molti anni dopo la terza infrazione, anche per reati minori; gli stessi statuti che eliminano la libertà vigilata, vietano i commutamenti di pena e impediscono la riabilitazione. Celata dietro alla retorica dell'ordine pubblico, della lotta alla criminalità e della difesa della cittadinanza è in corso una sorta di spedizione punitiva contro poveri e minoranze come da anni palesano le vergognose discrepanze delle pene previste per la detenzione/spaccio di cocaina rispetto a quelle comminate a chi usa il crack. Le storie di neri e ispanici nei ghetti condannati a 20 anni per detenzione di un cristallo di coca mentre nei quartieri middle-class avvocati o agenti di borsa se la cavano con una condizionale per dieci grammi di polvere fanno ormai parte di una casistica che racconta una nuova segregazione, un tacito apartheid nascosto dietro i muri delle prigioni.
Il risultato è leggibile sulle statistiche: i neri d'America sono incarcerati a un tasso sei volte superiore a quello dei bianchi; i prigionieri afroamericani sono 1 milione, ben oltre il 40% del totale malgrado costituiscano a malapena il 10% della popolazione. Contro questi dati e il lungo catalogo di abomini antidemocratici che la carcerazione selvaggia rappresenta, ha dunque parlato l'altro giorno Eric Holder, il primo attorney general a rompere l'omertà istituzionale, che ha articolato bene l'obbrobrio morale rappresentato dall'immagazzinamento delle generazioni di «sepolti vivi» nella «più grande democrazia occidentale». Una politica oltretutto dagli enormi costi finanziari per cui uno stato come la California (250.000 detenuti) spende più di $100.000 all'anno per un detenuto minorenne e meno di $10.000 nello stesso periodo per uno studente nella scuola pubblica. L'industria penale è promossa da forti lobby (vedi i potentissimi sindacati delle guardie carcerarie che spingono per pene sempre più severe) e rappresenta ormai un giro di affari da $80 miliardi.

Oggi la crisi dei bilanci pubblici sembra infine delineare un inversione di rotta, ma Holder non si è limitato ad una questione di pubblica amministrazione - la sua critica è stata politica e morale, parlando del «circolo vizioso di povertà, criminalizzazione e incarcerazione che intrappola troppi americani», problemi ha ammesso che «il sistema giudiziario ha esacerbato invece di alleviare». Si tratta, è vero, dello stesso ministro che giustifica Guantanamo, la sorveglianza totale della Nsa e eventualmente le esecuzioni «di terroristi» mediante droni - ma in questo caso si è trattato di un grosso passo nella direzione giusta. Non capita tutti i giorni.

Luca Celada, il manifesto

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