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EUROPA: UNA POLITICA COMUNISTA E' POSSIBILE

(18 Agosto 2013)

Nel pieno della campagna elettorale tedesca la cancelliera uscente Angela Merkel grande favorita (anche se si dichiara disponibile, nell’eventualità, alla “grossekoalition”) rilascia un’intervista dai toni molti netti: l’intervista destinata alla Frankfurter Allgemeine Zeitung è pubblicata integralmente, in Italia, da “Repubblica”.
La cancelliera ribadisce con assoluta nettezza la sua posizione rispetto alla crisi e alla politica d’austerità, nel solco di un liberismo rigido che si esemplifica nella risposta data a una domanda relativa alla situazione greca: “ Tagliare il debito ad Atene? Una simile azione può generale instabilità in altre aree del Continente..”.
Parole che tracciano netto il solco delle condizioni nelle quali si giocherà la contesa europea dell’immediato futuro e impongono anche a noi, a sinistra, elementi importanti di riflessione.
E’ in atto da tempo, infatti, una discussione sulla necessità (sacrosanta) di “rompere” con questa Unione Europea, ponendosi così il dilemma “uscire/non uscire” dall’Euro: una discussione che, appunto, a sinistra ha fatto addirittura emergere una posizione che si potrebbe definire anche di “terza via”, con l’idea, avanzata da Frederic Lordon in un ampio articolo apparso su “Le monde diplomatique”, di un’uscita dall’euro tesa favorire la costruzione di monete nazionali “comuni” (una moneta “comune”) con una convertibilità da realizzarsi attraverso la BCE (nell’articolo si ripensa anche al tema degli Eurobond).
Davvero questo tipo di posizioni meriterebbero, però, di essere analizzate non in astratto ma alla luce di un’analisi realistica delle condizioni dello scontro sociale in atto nel vecchio Continente ed anche sulla base proprio delle posizioni molto precise portate avanti dai ceti dominanti, di cui Angela Merkel appare essere sicuramente la rappresentante più autorevole.
L’Europa, nell’era in cu viviamo, appare essere, dal punto di vista storico – geografico, il perimetro di riferimento principale.
Non è questione di rottura, ma – appunto – di analisi delle condizioni date che possono essere così riassunte: la ferocia della gestione capitalistica della crisi sta portando alla disperazione milioni di donne e di uomini ricondotti a una condizione di assoluta marginalità sociale e di conseguenza alla disponibilità a ritornare a una condizione di tipo servile.
I fenomeni che stiamo vivendo possono essere giudicati come di complessivo arretramento sul piano della storia, come mai si era assistito in precedenza almeno nel corso del tanto deprecato ‘900.
Nello stesso tempo è stata smarrita, da parte dell’insieme di quelle che potevano essere state definite “forze progressiste” una anche minima capacità di produrre un progetto di trasformazione sociale e politica, a partire dall’esame della qualità delle contraddizioni e delle “fratture” presenti nella realtà, intrecciandone – proprio a livello di progetto – i termini materiali attorno a quella “contraddizione di classe” che rimane la vera e propria “pietra di paragone” per misurarsi con questa drammatica attualità.
Ci troviamo nella condizione di dover condurre, usando un pertinente riferimento gramsciano, una “guerra di posizione”.
I punti sono due: quello di una ricostruzione di un’opposizione sociale e quello dell’avanzarsi di una proposta politica di radicale trasformazione degli equilibri dati.
Due punti, attorno ai quali lavorare con fatica attorno agli obiettivi della ricostruzione di un blocco sociale e di un’autonomia e un’identità politica, nella consapevolezza – appunto – che il livello europeo è quello assegnato dalle vicende storiche.
Ci sono scadenze ineludibili: fra queste anche quelle elettorali, a partire dal 2014, al riguardo della quale riproponiamo con forza l’idea di una proposta unitaria internazionalista e sovranazionale delle forze della sinistra d’opposizione, comuniste per l’alternativa con un solo capolista e un programma comune, da declinarsi poi in diversi aspetti necessari per ricomprendere i diversi quadri nazionali che non possono essere ignorati.
Si tratterà soltanto di un piccolo passo che potrebbe anche dotare di una rappresentanza politica internazionalista i lavoratori europei (pur nelle loro diversità, nelle incrostazioni che ci sono e che debbono essere riconosciute tra egoismi politici e corporativismi): deve essere, però, offerta loro la possibilità di battersi e organizzarsi per cercare di opporsi, su tutti i piani, al prosieguo incontrastato di queste politiche di divisione, sfruttamento, massacro sociale.
Serve recuperare e proporre una politica per la nostra classe, destinandovi il meglio delle nostre capacità e delle nostre risorse.
Una politica comunista è possibile.

Patrizia Turchi e Franco Astengo

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