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La grazia di Napolitano

La grazia di Napolitano

(6 Aprile 2013) Enzo Apicella
Napolitano concede la grazia al colonnello Joseph Romano condannato dalla corte d'Appello di Milano per il rapimento Abu Omar

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(28 Agosto 2013)

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Per il prossimo numero di "Cassandra" devo recensire un volume uscito qualche mese fa: "Primavera araba: dalle rivolte a un nuovo patto nazionale" (Vittorio Ianari, Ed. Paoline). E' ovvio che dovrò tener conto degli ultimi, inquietanti scenari egiziani e siriani. Ma poco fa, mentre iniziavo a sfogliare il libro, non ho potuto fare a meno di volgere lo sguardo al passato recente, ripensando, in particolare, all'esperienza del Coordinamento Nazionale per il Cambiamento Democratico in Siria. Perché ritengo che questo raggruppamento - che ha sempre lottato contro la dinastia degli Assad opponendosi ad ogni ipotesi di intervento militare esterno - abbia detto parole importanti che in fondo non riguardano solo la Siria, ma tutto il Medio Oriente. Di più, tutto o quasi il mondo arabo e islamico. Oggi, in questa ampia porzione del pianeta sono in atto vari scontri, sobillati dalle grandi potenze.
C'è quello tra le due grandi famiglie dell'Islam, Sunniti e Sciiti, sempre più sanguinoso ed esteso (arriva fino all'Afghanistan). Ma c'è anche il conflitto - quasi altrettanto aspro - tra componenti laiche d'ispirazione autoritariae settori islamici fondamentalisti (dunque, anch'essi autoritari). E' emblematico, per dire, che in un paese che non rientra nel mondo arabo come la Turchia, in un movimento animato da spinte libertarie, oltreché di giustizia sociale, siano ricomparsi i Kemalisti (laicissimi, la legati ad una infausta tradizione di negazione violenta della diversità culturale, religiosa, etnica).
I discorsi pubblici di Haytham Manna e di altri esponenti del Coordinamento, muovendo da una realtà composita, anzi da un autentico mosaico etnico-religioso quale è quello siriano, hanno disegnato un modello non solo di coesistenza, ma anche di scambio reale tra le diverse comunità e appartenenze confessionali, etniche, linguistiche (in Europa, i sociologi à la page chiamerebbero tutto ciò "interetnicità").
In Italia, alcuni hanno liquidato siffatta esperienza come "borghese", dimenticando che nel coordinamento, accanto a forze di varia matrice (tra cui anche islamici non integralisti), vi sono anche realtà comuniste, nel senso internazionalista - non brezneviano - del termine.
Le quali si rendono conto che per praticare (e non declamare) l'unità dei lavoratori e affrontare quell'avventura esaltante e durissima che è la lotta di classe, in certi scenari occorre comunque risolvere certe questioni di convivenza tra le diversità.
Non stupisce che nessuna grande o media potenza abbia patrocinato il Coordinamento: non agitando, esso, nessun vessillo di appartenenza/separatezza non risulta funzionale ai vari disegni egemonici in campo, tanto meno a quelli dei paesi che - per parafrasare il grande Tariq Ali - "pretendono di esportare la democrazia senza averne più in casa propria".
Però, il discorso del Coordinamento, nonostante la sua internità ad un'ottica antimperialista, ha avuto un consenso circoscritto anche in ciò che residua della sinistra alternativa e/o di classe.
Forse perché è sembrato mite, troppo mite, più di quanto non lo sia nella realtà.
Ed è ben noto, anche se ne vanno ancora indagate a fondo le cause, che sulle questioni internazionali i militanti di casa nostra sono eternamente a caccia di "emozioni forti", di soggetti politici (e geopolitici) per cui tifare, con una energia in certo senso "maschia". Peccato che tanta virilità si risolva, spesso, nell'atto di disporre i soldatini sul mappamondo...

27-8-2013

Stefano Macera

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