il pane e le rose

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Il Patto sociale di Genova

(4 Settembre 2013)

camussosquinz

3 settembre 2013

Su tutti i giornali di oggi (3 settembre), accanto agli sviluppi della telenovela sulla vicenda della condanna di Berlusconi e agli inquietanti segnali di aggressione in Medioriente, campeggia la notizia del patto stipulato a Genova tra la Confindustria e Cgil, Cisl e Uil. Notizia che tutti gli organi di informazione salutano come positiva.

La notizia in realtà non si sa quale sia, se non che continua e si approfondisce quella complicità tra i sindacati confederali e la principale associazione del padronato, già sancita in mille episodi, nei quali oramai anche la Cgil si comporta né più né meno come le altre due confederazioni di Bonanni e Angeletti, da tempo strutturalmente complici .

Il “patto”, come già l’accordo del 31 maggio, mette su carta l’ennesimo auspicio di “normalizzazione” del paese fatto congiuntamente da padroni e apparati sindacali.

Ma vediamo meglio. In primo luogo va segnalato un fatto politico, e cioè il contesto in cui il testo è stato sottoscritto e presentato al pubblico, e cioè la Festa nazionale del Partito democratico che si sta svolgendo a Genova.

Proprio a segnalare il collateralismo delle tre confederazioni con il partito di Epifani-Renzi-Bersani-Letta-Franceschini (ecc.) il “trofeo” dell’accordo bilaterale padroni-sindacati viene sventolato ed esibito dal palco dibattiti della festa. E’ un regalo a Letta e al suo governo, scosso e reso pericolante dalla vicenda penale del cavaliere. Il testo di sindacati e Confindustria, infatti, si apre proprio con un inno alla stabilità e alla governabilità, definiti aprioristicamente fattori determinanti e positivi. Poco importa che tutti gli ultimi governi abbiano pesantemente colpito le condizioni e i diritti di lavoratrici e lavoratori. Viva il governo, purchessia!

Probabilmente diverso è il giudizio degli industriali sui governi, visto che tutti le compagini – di centrodestra, di centrosinistra, tecniche e politiche – hanno regalato loro a piene mani detassazioni, decontribuzioni, abbattimento del cuneo fiscale, privatizzazioni, liberalizzazioni, deroghe, precarizzazione del lavoro, incentivi alle imprese, taglio delle pensioni, cancellazione dell’articolo 18, ecc…

Ma qui c’è l’altra e fondamentale questione che pone il documento. La firma congiunta su un testo di questo tipo fa presumere una convergenza di interessi tra lavoratori e padroni (per la “crescita”, il “rilancio”), in realtà per mascherare la totale sottomissione dei primi agli interessi degli altri.

Infatti il “ruolo dell’impresa” viene sempre condito con il richiamo a quello del “lavoro”. Si parla sempre della ”… centralità dello snodo dell’industria e del lavoro…”, del “… rilancio delle imprese e il sostegno dei lavoratori…”), dimenticando volutamente quello che concretamente accade alle lavoratrici e ai lavoratori concreti nelle imprese concrete: un ricatto padronale sempre più violento, l’arbitrio negli orari, le minacce di licenziamento, i licenziamenti concreti, le messe in cassa integrazione, i provvedimenti disciplinari, il brutale aumento dello sfruttamento… Di tutto ciò nel testo non c’è traccia né potrebbe esserci, visto che uno dei firmatari è proprio il presidente degli industriali.

E vediamo quali sono le rivendicazioni concrete del testo:
•la “semplificazione fiscale” che è la richiesta di abbattimento dei prelievi a tutto vantaggio dei padroni, declinata nell’abbassamento dell’IRAP sulle imprese e nella “detassazione degli immobili di impresa” dimenticati dal governo al momento della eliminazione dell’IMU;
•gli “incentivi fiscali” per il rilancio degli investimenti;
•il consolidamento della “detassazione e decontribuzione” degli straordinari e dei premi di produttività;
•le “agevolazioni fiscali” per gli investimenti in ricerca e sviluppo;
•la “garanzia pubblica” sui finanziamenti bancari ai grandi progetti innovativi;
•la creazione dell’ “Agenzia digitale italiana”;
•il sostegno pubblico alla “efficienza energetica” delle imprese, la “creazione (evidentemente con soldi pubblici) di infrastrutture energetiche che consentano una diminuzione dei costi per le imprese, l’abbattimento delle componenti fiscali delle bollette;
•la “creazione di una nuova finanza” pubblica per “favorire la capitalizzazione delle imprese”, detassando gli utili reinvestiti, sostenendo (cioè finanziando con soldi pubblici) l’accesso al credito delle imprese, l’allargamento dei cordoni della Cassa Depositi e Prestiti a sostegno di un “fondo per la ristrutturazione industriale.

Tutte misure a carico del bilancio statale e a favore di padroni e padroncini, che, per essere attuate, dovranno vedere un ingente reperimento di risorse attraverso una ulteriore “revisione della spesa pubblica” (una spending review) che viene anch’essa rivendicata dal testo, a tutto discapito della quantità e della qualità dei servizi pubblici e dell’occupazione nel pubblico impiego.

Abbiamo voluto riportare per esteso e quasi letteralmente il cahier de doléances del Patto di Genova proprio per rendere evidente come esso sia tutto misurato sulle rivendicazioni di impresa. Certo, ci dirà Camusso, nel testo si rivendicano anche la “redistriduzione dei redditi” e la “riduzione del prelievo fiscale sui redditi da lavoro”. Ma il carattere truffaldino di queste affermazioni è largamente dimostrato dal fatto che (a proprosito di “governabilità) tutti, proprio tutti, i governi degli ultimi trenta anni hanno sempre ridotto le aliquote dei redditi più alti innalzando quelle di quelli di salariati e pensionati e incrementando le imposte indirette che, come è noto, colpiscono in modo inversamente proporzionale al reddito.

L’unico abbattimento dei prelievi sul lavoro di questi decenni è stata proprio quella detassazione degli straordinari e dei premi di produttività che, in fondo, è anch’essa una misura a favore delle imprese, aiutandole ad allungare gli orari di fatto e ad intensificare lo sfruttamento.

Infine il testo del Patto avanza anche le sue proposte per la riforma istituzionale (abolizione delle provincie e dei piccoli comuni, creazione delle città metropolitane, riduzione dei parlamentari) senza dire una parola sulle pulsioni autoritarie e presidenzialiste presenti nel governo e nel parlamento.

Dunque abbiamo assistito all’ennesima dimostrazione della subalternità sindacale ai padroni, al governo e al partito democratico, spudoratamente esibita a Genova nelle giornate della festa PD.

Una subalternità impunita anche perché resa invisibile dal fatto che nessuno la evidenzia e la denuncia (almeno nessuno con una voce capace di arrivare alle orecchie dell’opinione pubblica).

Grazie all’assenza di qualunque opposizione di sinistra degna di questo nome.

Anzi, una subalternità che telegiornali e stampa presentano come sintomo di maturità e di modernità.

Al contrario, una subalternità che per la Cgil ha significato perfino riunire a Genova il proprio esecutivo nei giorni 3 e 4 settembre, cogliendo i classici due piccioni con una fava e fornendo anche con l’occasione una platea qualificata ai ristoranti e ai dibattiti gestiti dalle varie correnti “democratiche”.

Ma soprattutto va sottolineato come questo testo sia stato realizzato e sottoscritto senza che alcun organismo della Cgil (né presumibilmente degli altri sindacati) sia stato coinvolto né informato preventivamente. E’ un ennesimo segno di come il verticismo autoritario che pervade le istituzioni abbia completamente coinvolto anche le organizzazioni sindacali.

Andrea Martini - www.anticapitalista.org

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