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(6 Settembre 2013)

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Giovedì 05 Settembre 2013 23:00

La richiesta di autorizzazione ad attaccare la Siria da parte della Casa Bianca ha fatto il primo passo avanti al Senato di Washington proprio mentre sono andate in scena le audizioni dei membri dell’amministrazione Obama di fronte ad una Camera dei Rappresentanti dove l’appoggio per una nuova guerra in Medio Oriente appare relativamente più difficile da ottenere.

L’approvazione della risoluzione di guerra alla commissione Esteri della camera alta del Congresso è giunta in concomitanza con l’arrivo del presidente Obama in Svezia per una visita ufficiale che ha preceduto la sua partecipazione al G-20 di San Pietroburgo, dove a tenere banco è proprio la questione siriana e l’ennesima avventura bellica criminale degli Stati Uniti.

Alla vigilia del vertice nella città russa sono emerse tutte le differenze tra il Cremlino e la Casa Bianca attorno alla Siria e, dunque, i rischi di un pericoloso allargamento del conflitto. Il presidente Putin, il quale aveva già condannato i piani di guerra americani in un’intervista rilasciata un paio di giorni fa alla Associated Press, ha tra l’altro accusato esplicitamente il segretario di Stato USA, John Kerry, di essere un bugiardo e di avere mentito nel corso delle sue apparizioni di fronte al Congresso a sostegno della linea di Obama.

Centrando alla perfezione il significato di quanto sta accadendo a Washington, il presidente russo ha definito la discussione in corso al Congresso, in vista di un voto sull’intervento militare previsto per la prossima settimana, come un tentativo di “legittimare l’aggressione” contro la Siria.

Riguardo a Kerry, Putin ha poi messo l’accento sugli sforzi del numero uno della diplomazia USA per fuorviare i membri della Camera e i cittadini americani circa la realtà sul campo in Siria. Rispondendo alla domanda di un membro della commissione Esteri sulla prevalenza di terroristi legati al Al-Qaeda tra l’opposizione siriana, Kerry ha infatti negato l’evidenza, aggiungendo che essi sono in minoranza rispetto a “ribelli” moderati che starebbero riprendendo in mano il controllo di buona parte delle operazioni in territorio siriano.

La tesi del Segretario di Stato contraddice nettamente anche il giudizio della stessa intelligence americana che, quanto meno, continua a sostenere come i guerriglieri integralisti siano di gran lunga meglio addestrati e armati rispetto alle bande secolari o moderate sostenute direttamente dall’Occidente.

Con a fianco il Segretario alla Difesa, Chuck Hagel, e il capo di Stato Maggiore, generale Martin Dempsey, Kerry nella giornata di mercoledì alla Camera ha ribadito in sostanza le menzogne già proposte il giorno precedente al Senato, aggiungendo un nuovo motivo per autorizzare un intervento militare in Siria, vale a dire la necessità di contenere l’attività delle formazioni estremiste, le quali potrebbero ulteriormente rafforzarsi se gli Stati Uniti decidessero di astenersi dall’attaccare la Siria.

Ribaltando completamente la realtà dei fatti, Kerry ha sostenuto cioè che l’azione sia necessaria anche per impedire a gruppi armati legati al terrorismo internazionale di prendere il sopravvento nel paese mediorientale, dopo che il suo paese e i suoi alleati in Medio Oriente hanno di fatto facilitato la loro proliferazione. Inoltre, il presunto stop all’attività dei terroristi in Siria dovrebbe avvenire tramite un’aggressione militare ai danni di un regime che questi stessi gruppi li ha finora duramente combattuti.

Allo stesso modo, l’operazione militare dovrebbe servire anche per impedire ai fondamentalisti islamici di entrare in possesso delle armi chimiche facenti parte dell’arsenale dell’esercito di Assad sempre abbattendo un regime che questi ordigni sta tenendo fuori dalla portata dei terroristi.

Il riferimento di Kerry alla necessità di combattere le tendenze integraliste in Siria, così come di mandare un segnale di forza a Iran o Hezbollah, conferma nuovamente come l’intervento che si sta preparando non abbia nulla a che vedere con l’uso - oltretutto per nulla provato - di armi chimiche da parte di Assad, bensì con ragioni di natura strategica e di portata ben più ampia.

Lo stesso contenuto della risoluzione approvata mercoledì dalla commissione Esteri del Senato con una maggioranza di 10 voti a 7 rivela come la Casa Bianca stia cercando di ottenere un mandato più ampio possibile per condurre la guerra in Siria, sia pure dietro ad un testo che dia l’illusione di un’operazione “limitata” e soltanto per impedire nuovi attacchi con armi chimiche.

In particolare, la misura che verrà votata tra pochi giorni in aula al Senato consentirebbe al presidente di impedire in ogni modo alla Siria di utilizzare armi di distruzione di massa come quelle chimiche e sollecita provvedimenti per cambiare gli equilibri sul campo, principalmente rafforzando determinati elementi all’interno dell’opposizione.

La risoluzione consentirebbe poi ai militari americani di condurre operazioni devastanti per un periodo iniziale di 60 giorni, con una possibile estensione di altri 30 in caso di necessità. Queste tempistiche confermano come ciò che aspetta la popolazione siriana non sia affatto un blitz di portata “limitata”.

Apparentemente per venire incontro a quei senatori più preoccupati per il coinvolgimento americano in una nuova guerra, è stata poi inserita una condizione che vieterebbe l’impiego di truppe di terra in Siria, anche se “al solo scopo di combattimento”. Quest’ultima condizione lascia aperta la possibilità di utilizzare team delle Forze Speciali o dei servizi segreti.

Coerentemente con l’obiettivo reale di promuovere o provocare il cambio di regime a Damasco, la commissione del Senato ha invece bocciato due emendamenti, presentati rispettivamente dal democratico “liberal” Tom Udall e dal repubblicano libertario Rand Paul. Il primo avrebbe limitato l’operazione all’uso di navi da guerra vietando il ricorso ad aerei all’interno dello spazio aereo siriano, mentre il secondo intendeva ristabilire lo spirito del War Powers Act del 1973 ribadendo come il presidente degli Stati Uniti possa ordinare l’uso della forza solo quando il paese si trovi di fronte ad una minaccia imminente.

Gli sforzi di Kerry a Washington proseguono di pari passo con quelli di Obama in Europa e in Russia. A Stoccolma, il presidente democratico ha fatto subito ricorso alla consueta retorica umanitaria, chiedendosi “a che punto diventa necessario un confronto con azioni che distruggono la nostra stessa umanità ?”. Secondo il premio Nobel per la Pace ciò accade quando “vediamo 400 bambini e più di 1.400 civili uccisi da gas tossici” ma non, ad esempio, quando la prima potenza del pianeta agisce nella più completa illegalità, causando la devastazione di un paese (Iraq) e la morte di centinaia di migliaia di persone anche in seguito all’uso di uranio impoverito e fosforo bianco (Fallujah).

Le parole di Obama e dei membri del suo gabinetto, così come la propaganda dei media ufficiali, stanno facendo in ogni caso ben poco per convincere sia un’opinione pubblica massicciamente ostile ad una nuova guerra criminale sia la maggior parte dei governi, alleati compresi. A parte Francia, Turchia, Israele e alcuni paesi non esattamente modelli di democrazia come Arabia Saudita ed Emirati Arabi, la nuova guerra imperialista di Washington ha trovato finora pochi sostenitori, anche tra i più solidi alleati, preoccupati per le ripercussioni di un conflitto impopolare scatenato senza nemmeno la parvenza di un’approvazione ONU.

Lo stesso primo ministro conservatore svedese che ha accolto Obama mercoledì ha sostanzialmente respinto la tesi del presidente americano, affermando che il suo paese non sosterrà una risposta unilaterale contro il regime di Damasco.

La cautela di molti governi, anche se in maniera non ufficiale, è con ogni probabilità dovuta ai dubbi che essi stessi devono nutrire nei confronti delle presunte “prove” presentate dagli Stati Uniti della colpevolezza di Assad nei fatti di Ghouta del 21 agosto scorso.

Se pure non trovano praticamente eco nella stampa “mainstream” in Occidente, sono molteplici gli indizi di un utilizzo di ordigni chimici da parte degli stessi “ribelli” nell’attacco che ha causato un numero imprecisato di vittime civili nei pressi di Damasco due settimane fa.

A smentire infine la tesi che l’opposizione armata non avrebbe le capacità di impiegare questo genere di armi e a gettare un’ulteriore ombra sulle conclusioni dell’intelligence a stelle e strisce sono stati proprio questa settimana i risultati di un’indagine di esperti russi su un episodio avvenuto il 19 marzo scorso vicino ad Aleppo.

I tecnici di Mosca hanno analizzato le prove relative ad un attacco con armi chimiche che provocò la morte di 26 persone, di cui la maggior parte soldati dell’esercito regolare, concludendo che l’esplosivo utilizzato non corrisponde a quelli in dotazione all’esercito siriano e che sarebbero stati i “ribelli” a lanciare il missile in questione contro la località di Khan al-Assal.

Il rapporto della Russia è già stato consegnato alle Nazioni Unite e membri di questo governo hanno criticato senza mezze misure la scorrettezza dell’approccio alle indagini sull’attacco del 21 agosto da parte degli Stati Uniti, i quali oltre a non volere nemmeno attendere i risultati dell’indagine degli esperti ONU, continuano a nascondere le probabili responsabilità dei “ribelli” nella provocazione di Ghouta per promuovere i propri piani di guerra contro la Siria in fase ormai estremamente avanzata.

Michele Paris - Altrenotizie

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