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Siria

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(31 Agosto 2013) Enzo Apicella

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Capitolo 6 di "Politicamente scorretto. I comunisti nello scontro imperialista di civilta'" di Moreno Pasquinelli

(26 Novembre 2004)

Novita' editoriale Giovane Talpa
indice biografico dei nomi citati, 124 pp. 8 Euro
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D: Non pensi che in Italia e in tutta Europa siamo già entrati in una fase di declino socio-economico inarrestabile? In Italia non esiste più la grande industria; una parte di essa è stata semplicemente smantellata e l’altra delocalizzata. Il potere d’acquisto delle famiglie continua a ridursi, la precarietà del lavoro e l’insicurezza del vivere crescono. Allo stesso tempo non si vedono segni di ripresa significativi di protagonismo, di partecipazione. In questo quadro quale deve essere la proposta dei rivoluzionari?

R: Non solo in Italia la percezione diffusa tra tutte le classi sociali è che, nonostante le fandonie sull’Euro e il delirio di onnipotenza degli eurocrati di Bruxelles, il declino europeo avanza. Si percepisce che contrariamente a Cina e India si va indietro, che non possiamo più mantenere questo tenore di vita. Questi mutamenti e spostamenti socio-economici globali avranno prima poi una ripercussione devastante sul terreno politico e psicologico. La gente inizia a sentire la necessità di una svolta profonda, di un “governo forte” che difenda gli interessi popolari e nazionali. Come si era già visto negli anni Settanta la maggioranza degli operai è disponibile a stringere la cinghia per salvare il Paese ma vuole capire quali sono le prospettive e come essi vanno ripartiti.
Noi allora facevamo spallucce davanti alla “politica dei “sacrifici” proposta da Berlinguer, mentre dopo lo “shock petrolifero” il PCI seppe entrare in sintonia con i sentimenti e le idee profonde di ampi strati della società italiana.. I rivoluzionari si ubriacano spesso delle loro stesse parole, disprezzano il senso comune, e così perdono l’indispensabile rapporto con le masse.
I settori sociali che in questo paese faranno la storia e che imprimeranno una svolta radicale non sono certo quelli che oggi scialacquano e strombazzano una visione egoistica e bassamente edonista (ben rappresentati dal populismo berlusconiano). Tutti vogliono vivere meglio, tutti vogliono una “vita buona”, ma la storia la faranno coloro che, pur vivendo male il presente, guardano lontano, che si interrogano su come va il mondo e quindi si pongono il problema di come dovrebbe andare. Questa inquietudine sottotraccia va bel al di là dei confini di una sola classe sociale. Aumentano i cittadini di ogni ceto che si chiedono: come salviamo il paese? Come assicuriamo un futuro dignitoso ai nostri figli? Sono uomini e donne coscienti di far parte di una comunità, nazionale e internazionale, consapevoli che non ci si può salvare individualmente e che la “globalizzazione” porta l’umanità sull’orlo del caos e dell’abisso.
Penso che noi come rivoluzionari dobbiamo intercettare questo flusso d’inquietudine, questi sentimenti d’avversione, dargli voce e fornirgli una prospettiva politica, altrimenti altri lo faranno al nostro posto.

D: Del resto, la gente crede a tutto meno che alla rivoluzione…

R: La gente di norma crede a ciò che gli fa più comodo, quando questo non è possibile, a ciò che è inevitabile credere. Nel comune sentire la rivoluzione significa infatti scontro frontale, morti, sangue. La rivoluzione è come la guerra: fa spavento, i popoli vi ricorrono solo come extrema ratio.
Le possibilità in estrema sintesi sono due soltanto. O facciamo i bordighisti, aspettiamo il “1975” , attendiamo fatalisticamente che la storia ci consegni le masse su un piatto d’argento oppure, se pensiamo che questa faccenda del “1975” è una grande scemenza, dobbiamo costruire organizzazione per dare rappresentanza politica a quella multiforme area sociale che si va scollando dal blocco dominante, senza chiedere a nessuno il pedigrée, liberandoci dai vecchi schemi operaisti. È oggi che gettiamo le premesse del consenso di massa di domani.
So bene che la rivoluzione è lontana quanto il comunismo dai desideri delle larghe masse, ma è con queste masse che dobbiamo fare i conti, ed è ai settori più oppressi e irrequieti che occorre gettare un ponte. La cosiddetta globalizzazione non ha solo causato un profondo effetto di spaesamento, è percepita come crisi. E ciò produce un bisogno di punti fermi, di certezze riguardo ai diritti sociali, di speranze rispetto alle aspettative ormai decrescenti. Finita l’euforia del mercato che può tutto si affaccia nel popolo lavoratore un generale e confuso bisogno di Stato, ovvero che l’economia sia subordinata alla politica. Il futuro appartiene a chi darà risposte adeguate a queste reali domande che, lungi dall’essere reazionarie, in potenza, contengono una critica radicale al capitalismo realmente esistente.
Si apre uno spazio politico ad una forza che indichi la necessità di nazionalizzare le imprese, e i settori strategici, di fermare la deindustrializzazione, la delocalizzazione e la fuga dei capitali. Che affermi che se vanno fatti dei sacrifici vanno fatti per il ben comune non per la Parmalat, la Cirio o la FIAT e uno Stato parassita che li protegge. Una forza che dica chiaro che occorre uscire da Maastricht e dalla NATO.
Una forza che dica apertamente che occorre spezzare il regime bipolare per un governo popolare forte che difenda gli interessi della maggioranza e non più dei borseggiatori capitalisti, stranieri e italiani. Un governo che ponga la giustizia sociale al centro della sua attenzione.
Troppo generica questa giustizia sociale? Forse, tuttavia la speranza di poter continuare a vivere decentemente senza fare l’elemosina e sgobbare come somari, non è solo concreta, urta contro l’attuale andazzo politico e sociale. Se vogliamo far scendere dal cielo sulla terra la parola socialismo è da questo concreto bisogno di giustizia che occorre partire. Dobbiamo coniugare queste esigenze di governo “popolare forte” con l’idea della partecipazione democratica dal basso, con lo spirito di libertà, con la solidarietà verso i popoli in lotta del Terzo Mondo.
Ci vuole ancora tempo affinché questa prospettiva trovi consenso, si realizzerà solo quando larghe masse dalla confusa percezione della crisi passeranno alla convinzione che il capitalismo non solo arranca ma è “grippato” e non può aumentare la ricchezza. Allora avremo un putiferio, inizierà una lotta sociale e politica furibonda che coinvolgerà gli strati più diversi. Occorre prepararsi.

D: Voi avete iniziato ad abbozzare ultimamente questo progetto, denominandolo “Movimento Popolare di Liberazione”. Si dovrebbe trattare di un progetto politico di medio periodo, transitorio, che mantenga però sullo sfondo la prospettiva comunista. Ma non rischia d’ essere molto simile alle proposte della “destra radicale” che dichiarandosi anticapitalista si batte per un polo imperialista europea, ha una visione gerarchica e razzista della società?

R: Si, stiamo da diversi anni lavorando alla fondazione di un movimemto di legittima difesa, ad un Movimento Popolare di Liberazione. Di che tipo? Per popolarizzare abbiamo detto che ci basiamo su tre principi inderogabili: Uguaglianza, Fratellanza e Libertà, ovvero i capisaldi della Rivoluzione Francese. Ogni persona sana di mente capisce la distanza siderale dal fascismo, dato che per i fascisti la Rivoluzione Francese è un tabù, la negazione simbolica dei loro principi ideologici.
Perché diciamo di ripartire dalla Rivoluzione Francese e non da quella russa? Perché la stessa Rivoluzione Russa è partita da quella francese. Come abbiamo visto la rivoluzione è sempre popolare, afferra più classi, riceve mille rivoli. La rivoluzione puramente proletaria è un mito, non esiste. Il carattere proletario di una rivoluzione è determinato anzitutto dalla sua direzione politica, non dalla sociologia.
Sulle barricate, al momento giusto, con i rivoluzionari, ci va una massa multiforme ed eterogenea, non solo gli operai, anzi di norma l’operaio è stato l’ultimo a scendere in campo. In un’autentica rivoluzione entrano in lizza molteplici figure sociali perché vogliono di liberarsi ed emanciparsi tutte insieme. Occorre raccogliere questa molteplicità, non esorcizzarla come “impura”. Il socialismo deve dare una sponda universalistica a tutte queste istanze multiformi.
Il problema dell’oggi è come attrezzarsi per essere alla testa del tumultuoso risveglio popolare che ci sarà domani. Se non la guideranno i rivoluzionari lo faranno altri, coloro che vogliono un’Europa forte sì ma imperialista, che useranno l’antiamericanismo che serpeggia tra le masse in senso reazionario e razzista. Lo farà una nuova destra radicale e populista.
Queste sono, in linea di massima, le premesse del Movimento Popolare di Liberazione. Un movimento che non si limita a parlare al “popolo di sinistra”, che dialoga a tutto campo. Anche questo ci viene rimproverato, che vogliamo parlare a tutti. Diventa infatti motivo di scandalo il solo dichiarare di voler interloquire anche a coloro che non si considerano di sinistra. Pensa che una mia frase sulla necessità di fare oggi come Paolo di Tarso, che spinse i primi cristiani a convertire non più solo gli ebrei, ma anche gentili e pagani, è stata additata come la prova provata che noi proponiamo una “alleanza rosso-bruna” (sic!).
È vero invece che noi non vogliamo perdere il nostro tempo a rifondare la sinistra. A spiegare i colori ai ciechi e la musica ai sordi. Vogliamo costruire qualcosa di radicalmente nuovo, che assuma la parte migliore delle eredità delle grandi rivoluzioni popolari, di tutte le grandi spinte egualitarie e socialiste, non solo del XIX e XX secolo ma pure cristiane. In quest’ottica la sinistra costituita non è più un referente esclusivo o privilegiato.
Prima e dopo il 13 dicembre 2003 , su istigazione di potenti e ben precise lobbies imperialistiche, abbiamo subito degli attacchi forsennati da parte di questa sinistra perché osavamo dirgli in faccia che essa era una destra, che essa, non noi, aveva già bellamente seppellito e superato la dicotomia in ossequio del “revisionismo storico” e della politica liberale e liberista bipartisan. Da Fini a Bertinotti fanno in realtà parte di un unico partito, quello che Costanzo Preve ha chiamato il “P.A.T.P.C.” – Partito Americanista Trasversale Politicamente Corretto. Fanno tante chiacchiere, litigano per finta nelle trasmissioni televisive tra liberisti e antiliberisti, tra pacifisti e guerrafondai, ma fanno parte tutti quanti del medesimo partito: del “P.A.T.P.C.”. E l’antifascismo è diventato solo un alibi per mascherare l’“inciucio” consociativo, per difendere le nefandezze di questa Repubblichetta asservita agli USA. Siamo giunti al paradosso che l’ala sinistra del “P.A.T.P.C.” si inchina all’imperatore Bush in quanto egli sarebbe antifascista e capo di un paese che ci avrebbe “liberato”. Se non spezziamo ogni cordone ombelicale con questo “P.A.T.P.C.”, se non saltiamo il fosso… ci scaviamo la fossa, gettando tanti italiani nelle braccia dei neofascisti, i quali saranno percepiti come i soli che sono fuori da questo circo di zombies.
Noi siamo stati satanizzati per aver deciso di sollevare la bandiera dell’antiamericanismo, come se l’antiamericanismo sia un sentimento reazionario! È un fatto storico che dalla fine della Seconda Guerra, a scala mondiale, l’antiamericanismo si è sposato con i movimenti di liberazione e le sinistre comuniste – mentre i fascisti erano becere truppe ausiliarie del fronte americano anticomunista. È un fatto, vedi il noto sondaggio europeo, che la maggior parte dei cittadini considera gli USA e Israele i principali nemici per la pace mondiale. È un fatto che l’antiamericanismo non appartiene agli strati ricchi della società europea ma a quelli popolari più umili.
Noi pensiamo che un anticapitalismo dell’oggi o è antiamericanista o non è nulla, poiché il capitalismo reale è strutturato attorno al perno nordamericano, e chiunque voglia cambiare il mondo prima di tutto deve scardinare questo perno.
Che la resistenza all’americanizzazione dell’Europa venga anche da ristretti ambienti della destra radicale lo sappiamo, e a maggior ragione non possiamo fare spallucce, regalare ad essi questa bandiera. Chi può escludere che domani o dopodomani, in Italia e in Europa, ci sia un sommovimento popolare antiamericano, una rivolta contro la politica imperiale, una richiesta di piena sovranità?
Non ripeteremo gli errori estremisti compiuti in Italia dal PCd’I e in Germania dal Partito Comunista Tedesco negli anni Venti, non lasceremo al populismo reazionario di crescere usando l’alibi dell’antiamericanismo.

D: Puoi spiegare meglio, viste le polemiche, cosa intendete per americanismo e antiamericanismo?

R: Tante stupidaggini sono state dette a proposito della nostra decisione di impugnare l’antiamericanismo. Rimando alla lettura attenta dei documenti prodotti nell’ultimo arco di tempo. Voglio ricordare che l’idea nacque alle porte dell’aggressione anglo-americana all’Iraq, che noi non leggemmo come una guerra americana qualsiasi, ma come un banco di prova della nuova conclamata strategia della Casa Bianca in mano ai neocon, come un passaggio di carattere storico-mondiale. Altro che mera “guerra per il petrolio”! Diffondemmo un manifesto dal titolo Peoples Smash America! che chiamando al sostegno all’Iraq così concludeva:
«Questa guerra, che è solo una tappa nel disegno statunitense di assoluto predominio mondiale, si fonda sul paranoico presupposto per cui gli Stati Uniti avrebbero una “missione speciale” da compiere: quella di imporre a tutto il mondo il loro sistema liberista e la loro cultura mercificata. […]
Noi rivendichiamo il diritto di essere, dirci e sentirci antiamericanisti, poiché quello che abbiamo di fronte appare per molti aspetti come il nazismo a stelle e strisce del ventunesimo secolo. L’americanismo non è semplicemente il prodotto degli interessi dei grandi gruppi capitalistici statunitensi, ma l’espressione di un più vasto blocco sociale costitutivamente reazionario e colonialista, ancorato alla cinica consapevolezza che l’opulenza americana, nutrendosi della miseria altrui e del saccheggio della biosfera, debba essere difesa con la forza in ogni luogo del pianeta. L’americanismo quindi non è soltanto l’ideologia politica di coloro i quali ritengono giustificata, legittima e necessaria la tirannia mondiale armata dell’imperialismo yankee. L’americanismo è l’ultimo baluardo ideologico del pensiero liberale e liberista, l’allegoria del capitalismo. Se propugnare la de-americanizzazione, difendere il diritto di ogni popolo a non essere inghiottito nell’Impero, e opporsi all’idea razzista di “nazione eletta” significa essere “antiamericanisti”, ebbene, noi lo siamo, come tra le due guerre si era antifascisti.
Alla spaventosa perdita di senso che alligna nel campo borghese, alla subordinazione della vita al puro calcolo economico, alla ricchezza concepita solo come abbondanza di beni materiali, alla pretesa che questo sia l’unico mondo possibile; noi riteniamo giunto il momento di opporre quei valori universali su cui fondare una nuova politica anticapitalista intesa come arte della trasformazione sociale attraverso l’azione diretta e di massa. Contro i falsi sillogismi liberisti noi affermiamo: che la libertà individuale – per noi sempre inviolabile – può essere effettiva solo debellando lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; che la democrazia di cui Bush si pretende campione implica uguali diritti per tutti i popoli e il rispetto della sovranità nazionale; che benessere e felicità sono giuste finalità etiche se non si appoggiano sull’accumulazione smisurata di merci; che la socializzazione è possibile senza per questo sfociare nel pauperismo; che lo sviluppo scientifico è necessario ma rifiutando ogni feticismo della tecno-scienza; che modernità e sviluppo sono valori positivi solo ove essi siano compatibili con l’ecosistema e non ledano le spinte spirituali connaturate all’uomo; che la politica deve comandare l’economia, come l’etica deve orientare la scienza. Che il futuro dell’umanità dipende dal crollo dell’imperialismo americano e dalla possibilità di fuoriuscire dal capitalismo gettando la basi di una nuova comunità fondata su principi universali di libertà, uguaglianza e fraternità».
Questo manifesto fu firmato da centinaia di militanti e di intellettuali, che indicarono senza indugi la grande minaccia che incombe sul mondo, stabilendo che chi non odia con tutte le sue forze la strapotenza americana e tutti i suoi simboli non può considerarsi un rivoluzionario, non è nemmeno nel solco della migliore tradizione democratica. E da allora ci diedero addosso da tutti i lati. Alcuni nostri amici ci abbandonarono terrorizzati, altri parteciparono addirittura al linciaggio politico e morale “antifascista”. Quelli che più astutamente non vollero partecipare al linciaggio pensavano che ci stavamo suicidando e non si spiegavano come mai avessimo deciso di adottare l’etichetta che il nemico ci appiccicava proprio per screditarci. In effetti abbiamo fatto come i cristiani, che accettarono di sostituire con la croce (simbolo spregiativo del martirio e della pena per i ribelli e i malfattori) il pesce, loro logo iniziale. Lo abbiamo fatto perché il significante, il segno, del tutto scorretto politicamente, ha il vantaggio di essere immediatamente compreso e spesso condiviso dalle masse. Ma lo abbiamo fatto anche perché il significato ha un attualissimo ed universalistico contenuto di senso.

D: In questo tuo ragionamento si percepisce un approccio che abbiamo già visto nell’intervista quando hai parlato della tattica dei comunisti in Germania dopogli accordi pace di Versailles e la Russia post-sovietica. In sostanza tu affermi: i comunisti devono essere i campioni della “questione nazionale” devono essere “i migliori patrioti” visto che la borghesia si dimostra incapace di salvare la nazione, lo porta alla catastrofe. Quindi tu sostieni, se capisco bene, che in questo quadro i comunisti devono avere una proposta politica di “fase” che non è immediatamente sic et simpliciter il comunismo, ma è una che si rivolge non solo al proletariato ma a più ampi settori della popolazione. Ho compreso bene?

R: Mi pare di sì. E qui giungiamo ad una differenza davvero importante tra noi e quasi tutta la cosiddetta sinistra rivoluzionaria, una differenza che attiene all’analisi di fase e dunque agli orizzonti dell’antagonismo sociale.
Non ci sfugge che l’Italia, strictu sensu, è un paese imperialista, e che dunque la questione nazionale non è della stessa qualità di quella palestinese o basca. Ma una questione nazionale esiste. L’Italia è un paese imperialista, è vero, ma è anche un paese che è uscito sconfitto dalla guerra, la cui sovranità è limitatissima, deve rispettare i dettami della geopolitica della Casa Bianca. Potremmo dire che l’Italia è un paese sub-imperialista in profonda crisi dentro la tendenza al declino complessivo dell’Europa. È in questa cornice che le questioni nazionali europee, restate in sordina nell’epoca della Guerra Fredda, riemergono come fattori storici.
L’accelerazione del processo unionista in Europa sarebbe altrimenti incomprensibile. I più leggono questa accelerazione, tra cui la cosiddetta Costituzione Europea, come risultato della pulsione antiamericana delle borghesie e delle élite europee. Che abbaglio! La fretta è invece determinata dalla paura di queste borghesie che la globalizzazione e la crisi europea portino allo sfaldamento degli equilibri europei ed atlantici e alla rinascita delle questioni nazionali. Le borghesie temono la crescita di movimenti popolari che metteranno in discussione sia l’atlantismo che l’europeismo. Ecco perché liberali e socialisti, popolari e post-comunisti, accelerano i lavori di consolidamento della baracca di Maastricht, per paura che crolli su se stessa sotto la pressioni dei popoli.
È con questa consapevolezza che si deve recepire la questione nazionale senza mai separarla dall’anticapitalismo e dall’antiamericanismo; che si deve picchiare duro contro Maastricht (ovvero l’Europa delle oligarchie e delle multinazionali, un impero sine imperio); accogliere il principio dell’unità federativa europea, ma declinandolo socialisticamente poiché solo il socialismo può salvare la civiltà europea dal tramonto in cui l’imperialismo e il capitalismo la stanno conducendo. Fantasticherie? In realtà già ampi settori di opinione pubblica sentono che nello scontro tra USA e Oriente, l’Europa rischia di essere il vaso di coccio tra vasi di ferro. Percepiscono che gli USA sono dei nemici e che la NATO è un fardello. Intuiscono infine che la borghesia europea è un problema non la soluzione, che essa, anteponendo i suoi particolari interessi di classe a quelli della maggioranza, contribuisce al declino della nostra civiltà.
I capitalisti europei possono e desiderano trasferire le loro fabbriche, i loro capitali e le loro residenze a Shangai o a New York. Il lavoratore invece non può (e non vuole) farsi casa a New York, non può (e non vuole) trasferirsi a lavorare a Shangai. La gente inizia a capire che ha tutto da perderci da questa globalizzazione imperialista e noi dobbiamo utilizzare questi primordi di consapevolezza in senso anticapitalista.
Solo i ricchi si avvantaggiano dall’abbattimento degli Stati nazionali, la povera gente ha invece tutto da perdere. Ecco la base storica reale e imprescindibile della rinascita della questione nazionale, dell’antiamericanismo e del confuso ma crescente bisogno di Stato e di Nazione.

D: Insomma tu pensi a un processo di rivoluzione internazionale come una molteplicità di rivoluzioni nazionali, cioè vuoi tenere conto delle peculiarità sociali e culturali dei singoli paesi…

R: Sappiamo dall’esperienza storica ed empirica, che non esiste una rivoluzione internazionale se non come fusione, inreccio di rivoluzioni nazionali. E non penso che le prossime rivoluzioni inizieranno come socialiste. Semmai, a certe condizioni, lo diventeranno, strada facendo. E non è nemmeno detto che il processo diseguale di rotture antisistemiche possa combinarsi miracolosamente. Queste rotture antisistemiche non cadranno dal cielo ma verranno dal sottosuolo, surdeterminate dalla guerra in atto. Mi spiego meglio. Molti si rifiutano di ammettere che siamo di fatto entrati in una guerra mondiale di lunga durata, una planetaria guerra dei trent’anni. Una guerra imperialista, certo, ma sui generis; una guerra che malgrado tutti gli esorcismi tende a diventare una guerra di civiltà a causa del fatto che negli USA, da Reagan fino a Bush, ha messo radici e preso il sopravvento, contro un liberalismo democratico oramai alle corde, un aggressivo fondamentalismo cristianista-protestante che vede nell’Imperatore un nuovo Messia e attribuisce all’America una missione redentrice di carattere escatologico e religioso (Armageddon ). E’ Washington che scandisce il ritmo delle danze e i fanatici neocons stanno precipitando il mondo in una reale guerra imperialista di civiltà. Oggi è l’islam il bersaglio, domani la Cina o l’Europa. Se ammettiamo che la rivoluzione futura sarà forgiata da questa reale guerra permanente allora, attualizzando la pratica leninista, occorre trasformare la guerra imperialista di civiltà in guerra popolare di liberazione.
Così penso che le attuali resistenze e in prospettiva le future rivoluzioni, non potranno scappare da questa dinamica e che la loro combinazione prenderà la forma di una Confederazione Mondiale Antistatunitense, come blocco di paesi liberi e sovrani e muraglia contro l’Impero. Non penso solo a Cuba, al Venezuela, o all’Iraq eventualmente liberato. Penso a tutti quei paesi che non vorranno essere schiavi della globalizzazione imperialista e che sono sotto attacco, e basta poco per esserlo. Non hanno certo rovesciato Milosevic o Saddam Hussein perché erano rivoluzionari (o terroristi). Né assediano Cuba perché è una minaccia per gli USA. In questa situazione ogni governo popolare di un paese indipendente subirà l’ostracismo imperiale e dovrà scontrarsi inevitabilmente con l’imperialismo.

D: Tutto quello che dici ha delle assonanze con alcune correnti che, pur frastagliate e diversificate al loro interno, si possono definire come il “fascismo di sinistra”. Per quanto ho capito, allo stesso momento, state rimettendo in discussione anche i paradigmi destra/sinistra. Volete solo mettere in luce la specularità del centro-destra e del centro-sinistra, o si tratta di qualcosa di più complesso?

R: Noi parliamo di superamento della dicotomia destra/sinistra significando che la sinistra reale e la destra reale sono ormai due facce della stessa medaglia capitalista e sostanzialmente americanista. La sinistra storica era l’espressione politica, per quanto parziale, di un antagonismo sociale, della comunità rappresentata dal movimento operaio. Dopo il decesso di questo movimento operaio, la sinistra è prima diventata un guscio vuoto, un contenitore che pur avendo lo stesso nome ha mutato profondamente la sua natura: la sinistra è oggi, in barba alle declamazioni di Bertinotti, l’espressione politica più adeguata del grande capitalismo.
Mentre assumiamo uno dei valori fondanti della sinistra storica e cioè l’uguaglianza sociale, ci stiamo sbarazzando della religione civile del progresso. Siamo quindi fuori e contro questa sinistra che ha rimosso l’eguaglianza per fare suoi i capisaldi del liberalismo borghese.
Cosa c’entri questo con la “sinistra fascista” francamente è un mistero, o meglio si spiega solo con la malafede o a patto di introdurre l’elemento del ruolo occulto dell’ “intelligenza del nemico”. I fascisti nei momenti cruciali hanno sempre fatto blocco con i monarchici, con le forze oscurantiste, con i settori più retrogradi della classe capitalista, schierandosi sempre contro il movimento d’emancipazione dei poveri e dei proletari. Nel 1922 andarono al potere nel quadro di un “blocco nazionale antibolscevico” e col beneplacito della monarchia.
Siamo agli antipodi del guazzabuglio fascista, che ingloba l’ evolismo e un futuristico feticcio della tecnica, la mistica restaurazione di una società delle origini col capitalismo finanziario, la nostalgia per una società degli ordini castali e il culto del progresso. Siamo per la liberazione degli oppressi e l’uguaglianza sociale, e chiamiamo socialismo il sistema che realizza questa liberazione. Una società che si autogoverna democraticamente, che sostituisce le leggi del mercato con un controllo razionale delle risorse, con la gestione democratica e popolare dei mezzi di produzione e della produzione. Su queste salde e indistruttibili fondamenta si potrà pensare ad un grande rinnovamento del movimento socialista, ed esso, ne siamo sicuri, attirerà la parte migliore dei cittadini che non hanno portato il cervello all’ammasso. Su queste basi anche chi provenisse dal “fascismo di sinistra” e volesse aderire al nostro movimento, potrà farlo, come chiunque altro.
Immagino che anche questa affermazione verrà utilizzata contro di noi dagli ultras antifascisti che hanno scelto come professione di starci alle calcagna. Dovremmo ricordare a questi zotici che buona parte dei loro idoli passò per la Repubblica Sociale Italiana? Dovremmo ricordare loro il percorso culturale che portò al comunismo il fior fiore di intellettuali fascisti come Malaparte e Ugo Spirito? Tra noi e questa marmaglia che pretenderebbe di ostracizzarci, c’è la stessa differenza che passava tra la vecchia guardia bolscevica e il Procuratore Visinskij. Si dichiarano rivoluzionari ma nelle loro vene scorre lo stesso sangue torbido dei Torquemada che durante l’Inquisizione mandavano al rogo le streghe, gli eretici e i “pazzi”. Questa piccola pattuglia di mentecatti, protetta da Rifondazione, mostra fino a che punto di bassezza morale si può precipitare in nome della causa rivoluzionaria. Peccata clamantia, dicevano i romani!

D: La storia ufficiale italiana ci racconta che l’Italia del 1943-’45 era spezzata in due a Nord c’erano gli “occupanti” (i nazisti) e a Sud i “liberatori” (gli americani). La sinistra cosiddetta alternativa non ha mai rotto con l’antifascismo ufficiale. Da anni vanno a fare le manifestazioni contro la NATO , senza aver mai messo in discussione la logica intercalssista su cui si è fondato il CLN e la Repubblica antifascista. Togliatti durante il triennio 1943-’45, oggi è risaputo, temeva proprio i gruppi comunisti dissidenti. Arturo Peregalli ha raccontato questa storia , la storia dei comunisti dissidenti che non accettarono Yalta, e ancora nessuno ha potuto dimostrare che le cose siano andate diversamente: se i rivoluzionari in Italia avessero avuto la stessa forza che in Spagna nel 1937 sarebbe finita come a Barcellona, con una mattanza del CLN contro i rivoluzionari. L’estrema sinistra italiana che sopravvive oggi è speso zotica e ignorante: da una parte fa le riunioni con Giovanni Pesce e si entusiasma per Via Rasella e dall’altra fa le manifestazioni contro Camp Derby…

R: Premesso che di manifestazione contro le basi USA e NATO ce ne vorrebbero di più, non di meno, io penso che il problema sia di avere sempre una coerente concezione antimperialista nell’ambito di un’analisi concreta della situazione concreta. Ho-Chi Minh combattè l’occupazione giapponese del Vietnam collaborando di fatto con i francesi. Ma non si dimenticò per un attimo che anche i francesi erano dei nemici, dei colonialisti. Il problema è quello della tattica di un movimento di liberazione nazionale quando si trova coinvolto in un conflitto interimperialistico. Il disfattismo rivoluzionario può essere declinato in vari modi, bisogna vedere concretamente la condizione storica in cui ci si viene a trovare. Bisogna tenere conto dei rapporti di forza; un terzocampismo assoluto e fuori da ogni considerazione tattica non ha né respiro né senso. La situazione in cui si trova un Ho Chi Minh è diversa da quella di un Lenin nel 1914. Egli ha la necessità di combattere il nemico principale e allearsi momentaneamente con il nemico secondario. In Italia nel 1943-’45. nonostante gli Accordi di Yalta consegnassero l’Italia agli americani, fu giusto imbracciare il fucile per cacciate i nazisti.
In Italia in quel biennio ci furono grandi potenzialità rivoluzionarie. I partigiani non erano solo antifascisti, buona parte di loro erano anche antimperialisti e anticapitalisti. La resistenza, è vero, non fu una “rivoluzione mancata”, sarebbe una semplificazione sostenere ciò. Tuttavia essa aveva in sé le possibilità di trascrescere, di aprire la strada ad una rivoluzione sociale anche se sappiamo che il PCI, con la svolta di Salerno, si adoperò affinché questo non avvenisse.
Ci sarebbe stata una mattanza come in Grecia se i partigiani rossi avessero continuato la lotta di liberazione contro gli occupanti anglo-americani? Ti rispondo con una affermazione lapidaria di Marx dopo la Comune di Parigi: “… una sconfitta, per quanto sanguinosa, è pur sempre preferibile alla vergogna della capitolazione senza combattimento”. Onore quindi alla resistenza greca e, diciamolo, un po’ di vergogna per quella italiana.
Ci sono degli episodi poco noti nella storia d’Italia che il PCI ha cercato di occultare: quando gli americani giunsero in Sicilia e assieme al governo Badoglio affissero i bandi di coscrizione, ci fu una rivolta . La gente aveva pensato che la guerra fosse finita mentre gli chiedevano ancora di combattere; fu una rivolta che fu stroncata nella repressione e nel sangue. La resistenza avrebbe potuto avere un carattere duplice: combattere i tedeschi a Nord e a Sud appellarsi alla rivoluzione, all’indipendenza nazionale dagli americani. Il PCI invece, più ancora che i socialisti del tempo di Basso e Nenni, fece diventare la resistenza un braccio armato dell’imperialismo americano. Questa è la verità storica.
Ai fascisti che osannano la R.S.I. come fenomeno patriottico diciamo che se i repubblichini avessero davvero voluto combattere per l’indipendenza nazionale, avrebbero dovuto essere i primi a impugnare i fucili contro i tedeschi. Ricordiamo che di fronte al tentativo di Anschluss dell’Austria, nel 1934, Mussolini schierò le divisioni dell’esercito italiano sul Brennero, mentre nove anni dopo permise l’Anschluss dell’Italia settentrionale, facendo delle sue criminali Brigate Nere delle truppe di complemento di quelle naziste e finì i suoi giorni come un patetico gaulaiter. Mussolini, che ben conosceva in anticipo l’“ordine del giorno Grandi” , davanti alla fronda dei fascisti che passarono con gli anglo-americani, dopo una prima incertezza, scelse consapevolmente di diventare un vassallo di Hitler, continuando una guerra persa che distruggeva il paese, facendolo precipitare in una sanguinosa guerra civile. Il dramma italiano del 1943-’45 è che avemmo due Quisling: da una parte Mussolini e dall’altra Badoglio.

D: Torniamo all’attualità. Nell’ ultimo periodo Bertinotti ha iniziato una svolta che non è solo dettata dalla contingenza politica di entrare nella coalizione anti-Berlusconi ma che va affrontando alcuni aspetti fondamentali che sono stati al centro della discussione del movimento operaio del Novecento come la questione della violenza, ecc. Secondo te di fronte a questa “svolta” culturale di fondo del PRC e della sua entrata a pieno titolo nel centro-sinistra, si pone il problema di costruire una forza politica alternativa e autonoma “a sinistra” del PRC?

R: Sono certo che fra qualche annetto Rifondazione sarà solo uno scolorito ricordo del passato. Il PRC nacque come partito costitutivamente riformista, tanto è vero che dopo il 1996 non ebbe alcun problema a sostenere il governo Prodi nel momento di massimo sforzo italiano per “entrare nell’Euro”. Tuttavia, siccome quella scandalosa e incancellabile colpa portò quel partito prossimo all’implosione, esso fu costretto a secernere il massimalismo bertinottiano. Esso ha avuto il suo momento di gloria con il ciclo breve del movimento anti-global che nasce a Genova 2001. Con una snobistica scelleratezza massimalistica Bertinotti incollò il partito alla tesi fantasmagorica che il movimento dei movimenti fosse una sorta di sostituto del vecchio movimento operaio. Con altrettanta leggerezza, chiuso il breve ciclo post-Genova e portata a compimento la campagna acquisti nei Social Forum per rinsaldare la sua traballante posizione interna, ha gettato nella spazzatura la “seconda superpotenza mondiale” per ricongiungersi alla camarilla ulivista. E siccome il suo narcisismo è pari solo al suo opportunismo, non gli basta uno strapuntino e annuncia che si candiderà all’americanata delle Primarie.
Tuttavia questo distinto signore non deve essere sottovalutato. Finché avrà a che fare con i Fassino e i D’Alema, che no vedono l’ora di fare un partito democratico all’americana, il suo spazio politico sarà ampio. In quanto lo sbando culturale dei DS lascia aperta alla loro sinistra un luogo per un soggetto neo-riformista. Né vanno sottostimate le sue argomentazioni, che sono sofisticate, eloquenti, argute.
Ma dico una cosa con molta franchezza: non è dalle correnti e dai gruppi oggi interni a Rifondazione che verranno fuori le forze vitali per costruire un nuovo movimento rivoluzionario. Ciò è abbastanza evidente osservando alla qualità del dibattito che si sta sviluppando all’interno di Rifondazione in seguito alle “provocazioni” bertinottiane. Ai suoi diretti concorrenti della tendenza togliattiana di Grassi e Sorini Bertinotti ha tolto il terreno sotto i piedi mettendoli nelle condizioni o di essere assorbiti i di tornare all’ovile cossuttiano (il quale è già in dismissione). I trotskisti sono divisi addirittura in tre sub-correnti entriste. Io non ho mai capito cosa passi per la testa a quelli di Falce e Martello, che mi paiono decisamente fuori posto a causa del fatto di essere un prodotto d’importazione made in Britain e che ha in Italia un microscopico mercato di nicchia tra studenti universitari anglofoni. I seguaci del defunto Maitan, dopo aver accettato di fare i portatori d’acqua al segretario massimalista e movimentista, sembrano del tutto suonati, precipitati in uno stato confusionario a causa del fulmineo avvicinamento al centro-sinistra. La frazione di Ferrando, ovvero la moneta del “trotskismo ortodosso” è un prodotto che in una sinistra segnata dal dottrinarismo bordighista, ha sempre corso, c’è sempre qualche rigattiere o collezionista disposti a scambiarla con quella corrente. Ma sono destinati a perdere poiché il segretario, per quanto proponga uno sbocco neo-riformista, almeno assume molte delle cause e delle ragioni della crisi del comunismo reale, e sa parlare alla coscienza critica dei militanti, mentre Progetto Comunista, avendo la testa rivolta all’indietro, riproponendo gli inossidabili schemi teorici, sono congenitamente incapaci di fornire della risposte dotate di senso, non sanno parlare alle coscienze tormentate e critiche e così finiscono per avvicinare i soliti outsiders, eterni scontenti, critici dell’opportunismo ma sterili. Una volta fuori dal partito saranno incapaci di navigare nel mare magnum della società reale e rischieranno di naufragare. Dio ci guardi dall’ennesima parodia dell’ortodossia.

D: Ma andando al sodo, si tratta di costruire un’alternativa politica che costituisca una sorta di “vero” Partito Comunista, oppure no?

R: Ti chiedo: chi sarebbero oggi i soggetti sociali portatori di questa eventuale domanda di “vero partito comunista”? Se esistono dove stanno e che qualità hanno? A me pare che non ci sia una simile reale domanda sociale da parte dei nuovi ceti sfruttati prodotti dal ciclo neoliberista. Esiste solo una richiesta di rappresentanza delegata, un desiderio passivo di trovare sulla scheda elettorale la falce e il martello. Che esprime certo un’alterità legittima e positiva, ma al fondo sterile, perché non espressione di una reale spinta propulsiva di un dato soggetto sociale. E poi, finché esiste questo 5 per cento, è vano sperare che gli ittiosauri alla Cossutta consegneranno ad altri, su un piatto d’argento, quel simbolo glorioso e tragico.
Abbiamo iniziato questa intervista affermando che dopo l’89 i comunisti sono obbligati ad accettare una “ritirata strategica”. È forse terminata? Siamo in presenza dei sintomi di una rinascita? Non mi pare. È vano alzare il vessillo della rivoluzione mentre è la controrivoluzione che è all’attacco. La priorità attuale dei comunisti è rimettere in ordine le idee, per tenersi pronti ad intercettare un nuovo eventuale flusso in senso socialista che non è affatto alle porte. Contestualmente vanno sperimentate praticamente tutte le forme possibili di organizzazione antagonista e democratica, delle quali i comunisti debbono essere lievito e direzione. Poiché questo mettere ordine nelle idee non può mai essere disgiunto dalla prassi. Chi vuole perdere il suo tempo alla costruzione di un “vero partito comunista” si accomodi pure. Noi seguiamo un’altra strada, quella di andare in mezzo al “nudo popolo” mettendo a disposizione dei cittadini indignati, esclusi, incazzati, ribelli, uno strumento politico che sia calzante, alla loro portata, adeguato a questa fase. Ricordiamoci che prima che il comunismo si costituisse in partito passarono, dopo Marx, almeno due generazioni; i comunisti seppero salire sulle spalle dei democratici, degli anarchici e dei socialdemocratici. Siamo alle prese con un nuovo inizio, se buttiamo il pesce dell’organizzazione nell’attuale pozzanghera morirebbe presto asfissiato. Occorre invece attrezzarlo a nuotare, adattarsi e rafforzarsi nel mare inquinato della realtà. Solo le specie che si adattano all’ambiente sopravvivono. Sappiamo che nel farlo rischiano di subire una mutazione genetica. Chi ha paura di questa mutazione non ha speranza di vita. La vittoria spetta a chi corre questo rischio evitando di trasformarsi in altro da sé. Per citare Guy Debord: “il futuro spetta a chi costruirà il disordine pur senza amarlo”.

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