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Eric Hobsbawm

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ALLA LOTTA DI CLASSE CON IL RETINO DA FARFALLE?

(28 Settembre 2013)

Se ci si limita ad osservare la dinamica pseudo politica di questi giorni, fatta di mistificazione e specchietti per allodole, le possibilità di intervenire sono molto poche e tutte in una unica direzione.

La vicenda parlamentare e quella di Governo, con prese di posizione che rasentano l'assoluta incultura, anche da parte di chi -come il Capo dello Stato- pur ne sa e tanto si è mosso con una pesantezza istituzionale incongrua al ruolo assegnato, continuano a rovistare nelle viscere, ormai digiune da tempo, di una popolazione vessata, offesa, deprivata e maltrattata.

Nel frattempo si organizzano Congressi, che incarnano perfettamente la profonda trasformazione e degenerazione della organizzazione dei Partiti così come si è andata a realizzare ovvero subiscono lo smarrimento del naufragio ma soprattutto assorbono l'ignavia di un gruppo dirigente fallimentare, che -come un Re Mida- ha trasformato tutto in una sconfitta senza eguali, con l'aggravante d'aver trascinato nell'orrido un sempre maggior risicato elettorato, condannandone un'altra parte all'incredulità, all'inattivismo e all'astensione.

Sembra ormai acquisita una rassegnazione politica: nei metodi e nella proposta.

Chi potrebbe farla, lanciando una lunga stagione a cominciare dalla riappropriazione del concetto del conflitto di classe, con le sue articolazioni, appare muoversi con una circospezione che davvero rischia di non trovare alcun riscontro, né tattico tanto meno strategico.

Non ritengo che sia possibile entrare nell'agòne politico col retino da farfalle, cercando di acchiappare qui o là consensi o adesioni che possiedono in nuce l'instabilità derivante dall'assenza di una chiara e netta strutturazione politica, nella quale identificarsi.

Sarò ancora più chiara: collettori temporanei di entità diverse, per legge fisica ma anche sociale, non producono che miscuglio:

troppo forti rimangono le adesioni alla propria provenienza, settoriale (quando va bene) o fallimentare e politicamente inutile, e troppo debole e poco coinvolgente appare il richiamo a qualcosa di “altro”, che superi e rilanci.

E questa debolezza mina alla radice le ragioni, per quanto vere e necessarie.

L'identificazione deve essere - sul piano politico - totalizzante.

Altrimenti ciascuno continuerà a spendere quelle poche rimanenti energie per portare avanti progettualità residuali, con una dispersione ed una efficacia pari all'acqua sulla sabbia. E la possibilità di ripercorrere tentativi di ammasso casuale e illusorio consegnano la responsabilità dell'ennesima – e certa, senza neppur aver combattuto – sconfitta..

Se un percorso deve essere fatto per la ricostruzione di una strutturata soggettività politica anti-capitalistica, autonoma e di opposizione al sistema in essere, questa deve necessariamente avere basi teoriche e culturali solide, chiare, inequivocabili, fortemente identitarie e produrre sviluppo concreto sul piano della proposta.

Non mi è abituale il linguaggio militare, ma sono convinta che quando si decide di affrontare un conflitto aprendo un fronte che si preannuncia difficile sia sul piano della ricostruzione culturale sia su quello della credibilità della proposta politica, non possiamo disperderci in mille rivoli, utili solo ad un ingannevole idea di priorità, che -neppur troppo insospettabilmente- ben sostengono e suffragano le ragioni della "potenza" dell'avversario.

Non è l'entità della sfida che deve trattenerci: la Storia è fatta di avanzamenti e regressioni sul piano dei rapporti di forza.

Sono le disfatte anonime, le inconsistenze fallaci, i pascolamenti con mete illusorie, le parole d'ordine senza chiarezza e trasparenza (penso alla manifestazione del 12 ottobre) che sfiancano e sbriciolano.

Quindi non dobbiamo temere di lasciar sguarniti spazi di intervento, perché saranno ripresi con maggiori ragioni, mentre vanno richiamate tutte le forze disponibili a fondersi e così rispondere compiutamente alla sfida che vogliamo affrontare.

Altrimenti …. col retino da farfalle non possiamo che andare ai giardinetti.

Patrizia Turchi

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