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Fiat... prendi i soldi e scappa

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(7 Febbraio 2010) Enzo Apicella
La Fiat chiuderà lo stabilimento di Termini Imerese.

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RIBELLARSI (sarebbe) GIUSTO!

l'autunno riscaldato ed i sassolini nelle nostre scarpe

(30 Settembre 2013)

I sassolini nelle scarpe non fanno solo male.
Impediscono anche di camminare.
Toglierli, quindi, è utile per stare meglio.
Ma soprattutto per andare avanti.
RIBELLARSI ( sarebbe) GIUSTO!
l’autunno riscaldato e i sassolini nelle nostre scarpe
La risposta operaia europea alla crisi, adeguata al livello dell’attacco subito, non c’è stata.
I tentativi locali e scoordinati di rivolta non hanno coinvolto il cuore trainante l’imperialismo europeo, orfani di una strategia di classe che solo l’internazionale proletaria europea poteva dare.
In mancanza di questa, si oscilla tra il mugugno isolato, il revanscismo nazionalista, e la sommossa episodica.
Non poteva che andare cosi’, in assenza di un’organizzazione di classe continentale distinta e separata, che contrapponesse alla crisi ed alla ripresa padronale la riscossa e la rivoluzione sociale, utilizzando ed approfondendo le contraddizioni strutturali e le difficoltà di un nuovo equilibrio pluripolare.
Ora bisogna prenderne atto, e trarne le conseguenze.
Fino in fondo, e senza esorcismi.
Né nostalgie per un tempo e per un mondo che non c’è piu’.

Probabilmente, i padroni ce la faranno a salvare la loro società.
‘A nottata della crisi sembra stia passando.
L’alba di un nuovo ciclo di accumulazione rischiara un mondo “diverso” nei pesi e nei reciproci rapporti di potenza ma uguale nell’omologazione capitalista.
Ovviamente i numeri della “ripresa” riguardano i profitti dei padroni, non certo le condizioni di “macerie”del diritto alla vita del proletariato.
Per ora sono solo segni, segnali, che per l’occidente, ed in particolare per la U.E. ed il suo alto debito, sono particolarmente flebili ( da giugno l’eurozona è tornata a crescere con un +0,2% del p.i.l. ), l’America si indebolisce meno velocemente del previsto, gli emergenti del brics stanno rallentando la loro corsa.
In definitiva, come si poteva ampiamente prevedere, la crisi modifica il mondo, ridefinendo ad un nuovo livello gli equilibri economici e finanziari globali.
Certo, morta una crisi….ce ne sarà certamente un'altra, forse combattuta con le stesse armi di quella odierna, o forse con altre.
Di certo, è imperativo per tutti gli (aumentati!) competitori sul mercato mondiale adeguare se stessi, le loro economie, le loro imprese, i loro sistemi-stato alle mutate condizioni post-recessione.

Si tratta, per i padroni, di presentarsi in forma alla nuova grande abbuffata, facendo pagare la ripresa, ancor piu’ che la crisi, agli sfruttati.
In Italia il processo di adeguamento alla fuoriuscita dal tunnel della crisi procede facendo seguire al governo tecnico quello di scopo o delle grandi imprese, sotto la regia delle prove tecniche di presidenzialismo alla Napolitano.
Governi e registi a mezzo servizio, viste le crescenti influenze dei centri decisionali continentali sull’intera politica economica di fase.
La recente vittoria elettorale di frau Merkel in Germania non lascia ben sperare su cambi di rotta generali nella conduzione dell’U.E. rispetto agli attuali segnati dalla lunga austerità proletaria.
Prosegue quindi l’attacco generale al lavoro salariato, cui non corrisponde una risposta generale di classe adeguata, se non in alcune, locali, intermittenti e frammentate sommosse e rivolte spesso strumentalizzate da agenti populisti, euroscettici quando non dichiaratamente fascisti e razzisti.


LA NOSTRA RISPOSTA ADEGUATA E’ IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE!

Nello specifico nazionale, alla (salutare) scomparsa della sinistra di stato è subentrata l’inutile quanto massiccia presenza parlamentare del populismo forcaiolo e nazionalista del mov.5 stelle, candidato a trasformarsi in fretta in meteora passeggera.
Per il resto, prosegue il lungo riflusso operaio, anestetizzato dagli effetti nefasti di decenni di delega politica e sindacale, ricattato dalla disoccupazione e dal precariato, imbrigliato nella raschiatura finale del welfare familistico.
In questa situazione a dir poco deprimente, con la stessa scansione delle stagioni meteorologiche, si susseguono le stagioni dei cosiddetti “movimenti”, o di ciò che ne resta, o di ciò in cui si sono trasformati.
Da una parte, la solita messianica attesa dell’”autunno caldo” perduto, dall’altro la proliferazione di “nuove” soggettività accomunate dalla estraneità totale ad ogni tessuto concreto di classe, dall’altro ancora la riproposizione del localismo interclassista o del parzialismo (No-tav/diritto alla casa) come “indicazione generale” nella forma e nella sostanza dell’antagonismo.
La traduzione pratica sul territorio di queste eterne diatribe è la stagione meteopolitica delle manifestazioni, tutte concentrate nel mese di ottobre e tutte in concorrenza l’una con l’altra.
Da una parte il “partito” Fiom (rientrata testa e piedi all’ovile cgil) che difende la “costituzione violata” insieme ai tromboni della “legge uguale per tutti”, dall’altra i “movimenti” che annunciano la “sollevazione generale” insieme ai “sindacati di base” ed il loro “sciopero generale” proclamato con 5 mesi di anticipo.
Và bene la “fantasia al potere”, ma calendarizzare il conflitto, programmare la “sollevazione generale”, è come darsi appuntamento per il giorno e l’ora della rivoluzione, naturalmente annunciata agli scherani armati dello stato.



Un’ utopia già vista e mille volte sconfitta cui rispondono le odierne chiamate al “rilancio di lotte e percorsi” altrimenti oggettivamente determinati e storicamente naturali, che trova le sue radici in un volontarismo spontaneista avulso dalla quotidianità dell’intervento politico ed in un micropraticismo staccato da ogni visione generale e da ogni teoria anticapitalista.
In Italia, probabilmente, l’unico autunno caldo è quello di Francesco, che unisce la forma della propria testimonianza sobria e snella alla veloce ristrutturazione della curia nell’ambito di una proiezione vaticana nel campo aperto della globalizzazione.

La risposta peggiore a tutto ciò sarebbe rinchiudersi nella sacrale difesa dell’”invarianza teorica” a difesa della propria cristallizzazione catacombale.
Insomma, criticare è necessario e giusto ma non basta, perché peggio sarebbe, nell’impeto recitatorio dei sacri testi non accorgersi di ciò che accade, fosse pure la tanto propagandata rivoluzione.
La chiave di volta di una critica fattiva all’eterno ritorno dell’”autunno caldo” non può prescindere dalla riscoperta dell’internità di classe, quotidiana, nelle (poche!) battaglie vertenziali e nei lunghi periodi di riflusso, e da un intervento politico teso a “spiegare” i motivi generali alla base di tante sconfitte, e dell’incapacità di risalire la china.
Per noi, essere presenti nei “movimenti” del “capitalismo temperato” significa da un lato cercare di costringerli in una visione di critica combattente anticapitalista, dall’altro di operare “strumentalmente” all’individuazione e ad un primo collegamento stabile delle avanguardie operaie piu’ coscienti e piu’ complessive.
Noi non abbiamo da “superare” nessuna crisi, ma solo da approfondire la presente, per scioglierla in senso rivoluzionario.
Non abbiamo cioè nulla da costruire, tranne lo strumento di questa rivoluzione, e tutto da distruggere.
E’ per questo che al classico ed usuale lavorio stagionale di riavvio delle ritualità di “movimento”, o all’ennesimo assemblaggio intermedista, preferiamo l’accorpamento, la concentrazione e la centralizzazione delle avanguardie operaie nella prospettiva della rottura rivoluzionaria.
Un lavoro dei tempi politici odierni per una prospettiva rivoluzionaria non immediata: questo l’imperativo non facile intorno al quale coaugulare organizzativamente l’attuale generazione antagonista.
Lavorare politicamente oggi, costruire l’organizzazione autonoma di classe oggi per la rivoluzione domani: questo il discrimine tra chi, rivoluzionario, riesce a lavorare qui ed ora per il domani e chi, opportunista, non riesce nemmeno a concepire un’attività che non trovi nel concretismo dell’immediatezza il suo falso scopo.
Ecco perché non abbiamo “lotte da rilanciare”, né “coordinamenti da costruire”, o “pluralità da far incontrare”.
Il nostro percorso è un altro, e solo in parte stabilito da noi.
Al contrario, è il movimento reale che detta tempi e ritmi anche al movimento operaio.
Oggi, i tempi ed i ritmi della planetizzazione capitalistica ci impongono di far corrispondere l’attualità storica della rivoluzione sociale con la maturità politica del suo strumento attuativo: il partito della rivoluzione.

combat

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