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Invito alla lettura
“Lettere dalle case chiuse” – a cura di Lina Merlin e Carla Barberis, Edizioni Il Gallo, 1955

(7 Ottobre 2013)

Lina

Lina Merlin

LETTERE DALLE CASE CHIUSE


La questione della prostituzione in Italia può essere letta attraverso due atteggiamenti fra loro contrapposti. Il primo (in auge fino al secondo dopoguerra) va ricondotto alla linea regolamentatrice del mercimonio attuate da Prefetture e Commissariati di polizia, mentre nel secondo atteggiamento prevale l’attività legislativa da parte dello Stato che durante l’Italia repubblicana ha visto svilupparsi un acceso dibattito sulla questione, che non coinvolse solo i deputati ed i leader politici di allora, divisi in favorevoli e contrari alla chiusura delle “case”, ma vide anche la partecipazione attiva delle protagoniste di questo dibattito : le prostitute e le “tenutarie” di questi postriboli che si dimostrarono interessate ed attente a valutare – nella linea generale - l’iter procedurale della legge e che, attraverso le lettere fecero sentire la loro voce favorevole o contraria al disegno di legge in discussione.

La questione sarebbe più complessa ed interessante da raccontare, ma l’intento del mio articolo è introdurre un libretto – di facile e veloce lettura – tuttavia carico di molti significati. La senatrice Merlin in collaborazione con Carla Barberis, raccoglie alcune lettere non solo di chi è favorevole alla chiusura delle “case”, ma anche di chi esprime parere contrario alla regolamentazione del mercimonio e del lenocinio. L’accesa opposizione non impedirà, comunque, il varo della legge n. 75 nel febbraio del 1958 (legge nota come “Legge Merlin”, appunto). Le lettere che esprimono dubbi, anzi certezze sul fatto che in Italia non sarà mai possibile una legge che chiuda i “casini”, sono scritte da tenutarie, donne prezzolate ed anonimi frequentatori che pensano che la Merlin abbia presentato il suo progetto di legge solo per “mettersi in mostra” e “fare una carriera politica”. Sembra ieri…., ma l’oggi incalza con proposte che ci riportano indietro……come gamberi, nonostante anni di dura lotta per affermare i diritti delle donne, di tutte le donne anche di quelle che si prostituiscono.
Il libro – edito da Il Gallo – nel 1955 – può essere considerato un insostituibile punto di paragone sull’argomento. Il suo contenuto - umano e personale – non lascia indifferente chi legge e pone temi ancora aperti. Perché al di sopra di ogni questione morale, al suo interno, vi si legge la tragica condizione di chi viene sfruttato e rinchiuso nelle “case”, vi viene descritta la condizione di queste “donne maledette” invise ai più e respinte senza umanità ad una condizione di povertà, repressione e solitudine. Situazione che le espone anche alle angherie e ai pregiudizi morali e comportamentali dell’Italia moralista e patriarcale degli Anni Cinquanta, che le ostracizza e le abbandona a se stesse.
Lo stile letterario con cui si esprimono le ragazze, che raccontano molto sinteticamente come sono diventate prostitute e da quali ambienti sociali e culturali provengono, indicano una scarsa istruzione e una modesta condizione sociale (molte di loro dichiarano di essere contadine, operaie, apprendiste), altre sono rimaste orfane, oppure sono state affidate a collegi e pensionati di suore ed una volta uscite si sono trovate in balia di uomini che le hanno sedotte ed abbandonate….; molte di loro restano sole
in attesa d’un figlio che loro stesse affidano a familiari e istituti religiosi, donne disperate a cui rimane un'unica prospettiva economica : lavorare nelle “case”; il loro linguaggio è diretto, la narrazione della vita prima di entrare nei postriboli è molto semplice, sintetica. Ma questo nulla toglie alla drammaticità della testimonianza offerta e alla dignità di chi spera che l’entrata in vigore della legge restituisca a tutte la dignità perduta e la libertà personale.
“Gentile Deputatessa Merlin”, “Senatrice Lina Merlin, Senato della Repubblica”, “Onorevole Merlin”……….sono questi gli appellativi con cui si esprimono le prostitute che scrivono alla senatrice socialista tra il 1950 ed il 1958, sia prima che durante la discussione parlamentare della bozza di legge da lei presentata con l’intento di chiudere quell’infamia che furono per le donne ivi recluse ed i loro clienti, i “bordelli di stato”-. Dalla lettura si sente la lontananza, il rispetto di queste donne verso una figura istituzionale così lontana dalla amara realtà in cui loro vivono, ma leggendo il contenuto – la storia personale di ognuna di loro-, si tocca con mano la vicinanza, l’incoraggiamento, le speranze che queste donne consegnano alla loro “amica” senatrice. Come se esistesse una doppia strada : da una parte il luogo della politica istituzionale e dall’altra il vivere quotidiano di queste donne che parlano con un’altra donna sensibile alle loro sofferenze umane. Il libretto è suddiviso in capitoli : “incomincia così” : sezione che raccoglie le lettere inviate all’inizio del dibattito, “duro viverci” che raccoglie la descrizione delle condizioni di vita all’interno dei bordelli vissute dalle prostitute, i prezzi che pagano i clienti, i ricatti che le tenutarie fanno alle loro “protette”, le “tangenti” che le ragazze pagano per ottenere qualche pezzo di sapone, il costo della biancheria da lavare, da stirare…..sembrano tutte una questione da poco, ma come denunciano molte di loro, questo delle case chiuse e dello sfruttamento del loro lavoro, rende molto denaro esentasse alle tenutarie che spesso omettono di segnarlo sui loro registri. La suddivisione prosegue con “difficile uscirne”, sezione ancora più complicata dove alcune ragazze e donne che esercitano la professione, sono riuscite ad uscire dalle “case”, sono state capaci di ricostruirsi una vita familiare e lavorativa, ma si scontrano con le Prefetture e con i commissariati che le perseguono con continui controlli, che non rilasciano permessi di aprire attività commerciali e che impediscono loro di uscire definitivamente dallo status di prostituta. Molte di loro, infatti, lamentano lo “stigma” dal quale nessuno le libera più. Infine il testo “Lettere dalle case chiuse” si conclude con il carteggio “pro e contro” che contiene le lettere dei favorevoli e contrari alla legge, firmate con pseudonimi, nomi di fantasia, iniziali del cognome di chi scrive. In molte si legge la minaccia di far sollevare i clienti che vogliono “….fare l’amore in completa sicurezza” (p. 101); altre anonime detrattrici invitano la senatrice a “…..farsi i fatti suoi!”. Le tenutarie sono convinte che circa 2500 prostitute ed altrettanti clienti (fra cui gli stessi deputati e poliziotti) saranno in grado di opporsi fermamente alla chiusura dei postriboli. Questa minaccia alla senatrice che ha osato squarciare il velo dell’ipocrisia italiana sul tema non la fa recedere d’un passo, né la scoraggia a continuare la strada intrapresa in materia di emancipazione della donna, battaglia che Lina Merlin condivideva con altre sue compagne (la cosiddetta “Lobby delle Donne”). Ma alcune lettere descrivono anche i suicidi di alcune ragazze che non vedono altro modo di riparare alla loro “vergogna”, ad una vita da recluse nelle case.
A chiusura del testo è inserita una “Appendice documentario” che contiene il Testo Unco della Legge di P.S. sul mercimonio e il Provvedimento di esecuzione della Legge sul mercimoni. (Vi si definiscono con chiarezza cosa si intende per “mercimonio”, quali misure devono essere adottate per controllare chi lo esercita, come si punisce chi non rispetta le disposizioni delle Prefetture).

A margine, quasi una postilla su questa interessante lettura, vorrei segnalare l’utilizzo delle parole che indicano tecnicamente la professione “più antica del mondo”. Tutti i termini sono italiani e devo ammetterlo, fuori moda. Oggi ci riempiamo la bocca e la testa di termini inglesi che non indicano assolutamente lo sfruttamento sessuale delle donne che sono costrette a vendere il proprio corpo. Ai tempi della socialista Merlin e del Comitato per al difesa morale e sociale della donna (CIDD) che con lei intraprese la battaglia di chiusura delle “case”, l’azione di vendersi assumeva un carattere morale e quindi era giusto “salvare” le donne dall’inferno in cui erano cadute; dal “peccato” avrebbe detto qualcuna di loro. Oggi invece il termine più familiare di “escort”, a mio modesto parere, inquina la scena, non ci fa capire bene il significato di quello che è realmente la prostituzione in Italia, ci nasconde con un velo di finta liberazione dei costumi sessuali, reati veri e propri come la tratta delle donne (in particolare dall’Est Europa), la riduzione in schiavitù, gli omicidi e le violenze degli sfruttatori contro chi si ribella alla loro prepotenza. Mi chiedo semplicemente come può una donna sentirsi libera se costretta a vendere se stessa. Tutto qui!
Ma è un discorso che dev’essere affrontato e approfondito alla luce di altri elementi che il femminismo di ieri e l’autodeterminazione sessuale delle donne, i gruppi delle Lucciole e delle “sex-workers” di oggi che chiedono diritti e non solo repressione, stanno indicando.
Noi possiamo solo registrare i cambiamenti di costume e di pensiero che nell’Italia degli Anni Cinquanta – bigotta e democristiana – facevano più notizia delle veline in tivù di oggi.

Loredana Baglio

Fonte

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