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Ventiquattro ore senza di noi

Ventiquattro ore senza di noi

(1 Marzo 2010) Enzo Apicella
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TRAGEDIE UMANITARIE E CARITA' PELOSE: LA VERA CONTRADDIZIONE E' QUELLA DELLO SFRUTTAMENTO

(13 Ottobre 2013)

La drammatica vicenda del naufragio di Lampedusa (uno solo tra i tantissimi verificatisi nel corso di questi anni attorno alle più diverse frontiere del mondo) ha scatenato la corsa alla ricerca dell’effetto che fa “la tragedia umanitaria”.
Istituzioni civili e religiose, rappresentanti di improbabili soggetti politici, mezzi di comunicazione di massa, settori di opinione pubblica scoprono, mostrando colpevole meraviglia, uno stato di cose del tutto insopportabile in nome, come minimo, della dignità della vita umana.
Si affannano queste istituzioni, questi mezzi di comunicazione di massa, questi politici a giustificare questo inaccettabile stato di cose, a esaltare il proprio ruolo, nel fare della tragedia occasione di mistificazione e di propaganda fino a sfociare in un peloso “umanitarismo” di facciata e di maniera.
Il tutto teso a un obiettivo: quello di mantenere le distanze economiche, sociali e politiche che dividono il mondo ben più della scoperta, del tutto inopportuna, di un nuovo “checkpoint Charlie” collocato al centro del canale di Sicilia.
Il nodo di fondo, invece, è sempre quello dello sfruttamento, dell’utilizzo della persona umana per costruirvi sopra diseguaglianze, ingiustizie, sopraffazioni.
E’ ancora il tema del riscatto sociale, dell’eguaglianza quale finalità ultima dell’operato umano.
Il tema delle grandi lotte che hanno accompagnato l’epoca dello sviluppo industriale, il tema della consapevolezza collettiva della necessità di offrire la concreta prospettiva di una società diversa, il tema di una nuova cultura delle relazioni pubbliche e personali: sono ancora questi i punti sui quali sviluppare il nostro impegno, la nostra riflessione, la nostra volontà d’azione.
Va rifiutata la mistificazione di cui ci sentiamo circondati, va rafforzata l’idea del conflitto destinato a mutare i rapporti di forza, la realtà dell’apparentemente immutabile divisioni in classe.
Sentiamo addosso il peso delle ingiustizie colossali che vediamo compiersi in questo mondo malato di egoismo, di ricerca esclusiva della ricchezza personale, di mantenimento di una dimensione storica fondata sulle ingiustizie.
Per questi motivi appare del tutto insufficiente l’idea caritatevole dell’assistenza che pare prevalente al fine di soddisfare l’ansia della coscienza malata dell’Occidente: serve la ribellione, la ribellione delle grandi masse di popolo che non riconoscano più confini, ma individuino nella ferocia del capitalismo il nemico da abbattere, per una società da ricostruire pietra su pietra.

Patrizia Turchi e Franco Astengo

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