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Russia, una Pussy Riot trasferita in un carcere meno duro dopo la protesta

(19 Ottobre 2013)

Nadezhda Tolokonnikova, la leader delle Pussy Riot, e' riuscita a piegare le autorita' russe con l'annuncio di un nuovo sciopero della fame, ottenendo di essere trasferita in un carcere diverso da quello che aveva dipinto come un gulag sovietico, con anche minacce di morte del vicedirettore. Due giorni fa era stata fatta tornare al campo numero 14, in Mordovia, 500 km a est di Mosca, dopo quasi tre settimane di ospedale per il digiuno con cui aveva accompagnato la sua lettera-denuncia. Ieri aveva ripreso a non alimentarsi in segno di protesta, riscuotendo in particolare il sostegno del delegato russo per i diritti umani Vladimir Lukin, "scioccato" per lo sviluppo della situazione. "Purtroppo devo constatare che le autorita' carcerarie mi hanno ingannato, non hanno mantenuto la propria parola", aveva accusato, ricordando la loro promessa di un trasferimento di Nadezhda in un altro carcere in cambio della sospensione dello sciopero della fame. "Preoccupata" anche Liudmila Alexeieva, veterana russa nella lotta per i diritti umani: "La mia opinione e' che lo sciopero della fame e' una scelta grave ma, evidentemente, non ne ha altre".
Nel giro di poche ore il servizio penitenziario federale ha fatto retromarcia, annunciando che la detenuta sara' trasferita "in un'altra colonia penale in seguito alla sua domanda per motivi di incolumita' personale". I familiari, in base alla legge, saranno informati entro dieci giorni dal suo arrivo nel nuovo carcere. "Una grande vittoria", ha commentato il marito di Nadezhda, l'artista Piotr Verzilov.
In questi giorni si sta discutendo in Russia il varo di una amnistia per i 20 anni della Costituzione, di cui potrebbero beneficiare anche le due Pussy Riot dietro le sbarre (una terza ha ottenuto subito la sospensione condizionale della pena) in quanto madri di bambini in tenera eta'. Pare una ipotesi molto concreta. Ci si interroga se potrebbe essere applicata anche al blogger anti Putin Alexiei Navalni, verso il quale nei giorni scorsi la giustizia ha mostrato una certa clemenza: 5 anni ma con la condizionale. Difficile invece che possa essere estesa all'ex patron di Yukos, e 'bestia nera' di Putin, Mikhail Khodorkovski, che comunque dovrebbe uscire dal carcere nel 2014.
Con l'amnistia il leader del Cremlino potrebbe voler lanciare un messaggio di distensione, anche per evitare eccessive polemiche in Occidente sui diritti umani alla vigilia dei Giochi Olimpici di Soci. Ma resta aperto il problema dei 30 attivisti di Greenpeace detenuti con l'accusa di pirateria: al momento non si profila nessuna exit strategy.

Fabrizio Salvatori - controlacrisi

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