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Roma: fine della legge 40?

(24 Ottobre 2013)

finilegge

Mercoledì 23 Ottobre 2013 23:00

Ancora una volta è un tribunale a smentire la mano del legislatore sul tema della fecondazione assistita e della contestatissima legge 40 che ha lasciato a piedi numerose coppie e penalizzato fortemente la salute delle donne. Tra i pilastri del testo il divieto all’eterologa, il numero massimo di embrioni da impiantare e il secco no alla diagnosi pre-impianto dell’embrione per le coppie portatrici di malattie.

E’ soprattutto quest’ultimo aspetto ad aver inflitto un’ulteriore penalizzazione verso quelle coppie portatrici di malattie genetiche che come tali hanno un rischio variabile di trasmissione ereditaria. Il caso riguarda una coppia fertile affetta da fibrosi cistica e la diagnosi avverrà, come intimato dal Tribunale all’Asl, nel centro ospedaliero pubblico S. Anna, presso l’unità diretta dal Prof. Calicchia.

Una vittoria per questa coppia di genitori che pretendono di essere messi a conoscenza sull’identità dell’embrione per ragioni sacrosante di salute e non certo per effimeri risvolti di estetica, come tanti insinuano adducendo con semplificazioni televisive lo spauracchio dell’eugenetica che scatena sempre, doverosamente, una buona dose di panico nella coscienza della società civile. Un viatico per non ragionare.

Si tratta infatti di salute e di diritto alla salute, soprattutto per una coppia già segnata da una condizione di patologia. Forse la legge di uno stato autenticamente democratico a queste persone, già discriminate e colpite dalla vita, dovrebbe prestare maggior riguardo piuttosto che abbandonarle su un diritto di conoscenza tanto fondamentale, dato che in precedenza, una beffa bella e buona, la diagnosi era possibile solo su coppie non fertili. Come se la non fertilità fosse la malattia e non la microcitemia o altre patologie ben più gravi e invalidanti.

In un Paese pienamente evoluto in termini di diritti individuali e cultura liberale questa coppia non avrebbe l’obbligo dell’impianto dell’embrione, una volta accertata la presenza o meno della patologia. Il sadismo della legge prevede infatti che la donna sia costretta a farsi impiantare l’embrione malato, salvo poi poter ricorrere all’aborto (peraltro in questo caso terapeutico) secondo i criteri della legge 194. E’ facile intuire che vietare la diagnosi pre impianto è funzionale a inficiare la scelta delle donne in materia di interruzione di gravidanza o, ancor peggio, a veicolarla come una colpa da scontare, con buona dose di sadismo aggiuntivo, entro i tre mesi post impianto.

Se la legge italiana prevede come legittimo il diritto all’aborto, se lo ha normato anche nella sua variante terapeutica, non si capisce perché non debba prevederlo quando la diagnosi pre impianto fosse correlata ad una scelta di questo tipo, soprattutto di fronte una diagnosi di malattia conclamata.

Il dubbio è se si tratti di una piena contraddizione al limite dello scivolone o se, come pare più probabile, non siamo di fronte ad un ennesimo condizionamento culturale che vuole togliere alle donne il diritto pieno di scegliere o di tollerarlo a patto che la libertà riconosciuta dalla norma sia sempre accompagnata da una dose intrinseca di educativa riprovazione morale. Ad oggi la legge 40 questo ha fatto, danneggiando il corpo delle donne, il loro equilibrio psichico ed emotivo e specialmente quello delle donne che avevano problemi di salute severi.

A Roma si è aperta un’importante finestra di possibilità e di rivoluzione. Certo è che questa legge ha cambiato volto a suon di casi singoli e di tribunali. Tutto perché la politica non ha avuto il coraggio di mettere al centro il diritto, ma il dovere di strizzare l’occhio all’etica cattolica, come se quella fosse la moralità tout court. Come se non fosse un orrore costringere con la forza della legge una donna a farsi impiantare un embrione malato, senza doverne sapere nulla e senza potersi rifiutare.

La legge 40 è da rifondare, suggeriscono i fatti, e sarebbe una luce di civiltà vederla rinascere in Parlamento e non nei tribunali dove protagoniste sono le storie di diritti negati. Battaglie che in una democrazia evoluta non dovrebbero essere i cittadini da soli a combattere. E mai, comunque, i più deboli tra loro.

Silvia Mari - Altrenotizie

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