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Indignados

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(16 Ottobre 2011) Enzo Apicella
15 ottobre 2011. 900 manifestazioni in 80 paesi

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(Memoria e progetto)

L’alternativa di società

VI° congresso PRC: mozione 1 (primo firmatario: Fausto Bertinotti)

(20 Dicembre 2004)

UN NUOVO CICLO POLITICO-SOCIALE

Il VI Congresso nazionale del nostro Partito si tiene in un momento davvero “straordinario”: oggi, di fronte a noi è posta tutta intera la sfida per aprire in Italia e in Europa un nuovo ciclo politico-sociale. Cioè per sconfiggere non solo le destre ma le politiche di destra; e per uscire a sinistra dalla crisi delle politiche neoliberiste così come dal fallimento e dall’impotenza strategica del riformismo. Noi investiamo fino in fondo su questa possibilità: non certo per sopravvalutazione della nostra forza, o di quella dei movimenti e della sinistra alternativa, ma a partire dalla persuasione che sono i processi reali a radicalizzare, sempre di più, le alternative della politica e del conflitto. Se è vero che, a destra come a sinistra, si vanno svuotando gli spazi “centristi” (gli spazi oggettivi, non le ricorrenti anzi permanenti pulsioni soggettive), e che oggi non si danno tendenzialmente né compromessi né “soluzioni” né, perfino, mediazioni di natura realmente centrista, è vero allora che la soggettività politica radicale può svolgere un ruolo decisivo, nient’affatto minoritario, nella qualificazione della nuova fase. Per queste ragioni di fondo, la soggettività politica e strategica di Rifondazione Comunista è al centro del Congresso. Per un verso si tratta di consolidare, aggiornandola, la riflessione accumulata in questi anni, in una nuova e collettiva consapevolezza teorica. La scelta strategica è quella di situare il baricentro dell’agire politico nella società, nel conflitto di classe e nei movimenti anziché nelle istituzioni e nel rapporto tra le forze politiche; essa ha assunto particolare intensità per la scelta strategica compiuta nello scorso Congresso che confermiamo in questo, a maggior ragione alla luce delle esperienze dei movimenti di questi anni. Per l’altro verso, è essenziale un salto di qualità nella connessione tra progetto e pratica politica, tra ruolo generale e presenza nelle lotte, tra crescita della responsabilità e forza organizzata del Partito, strumento più che mai necessario e insostituibile. Per queste ragioni di fondo, assumiamo il contributo del segretario del Prc – le 15 Tesi per il Congresso – come la piattaforma più adeguata, in forza della sua natura organica e sintetica, sia a un confronto democratico, ricco e coinvolgente, sia a un esito di chiarezza e trasparenza politica. Un documento che, nel percorso della discussione precongressuale e congressuale, potrà e dovrà essere “emendato”, approfondito, arricchito, analiticamente sviluppato, ulteriormente definito, nella direzione della scrittura di una piattaforma politica finale che sarà costruita in prima persona dai militanti e dagli iscritti.

BUSH E LA GUERRA

Proprio l’evento politico più significativo del 2004 – la vittoria di George W. Bush nelle presidenziali americane – conferma la crisi di fondo sia del neoliberismo (ideologia del Pensiero Unico e delle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione) sia delle sue versioni moderate (rappresentate negli Usa da un Partito democratico centrista e sostanzialmente scolorito). La destra Usa ha vinto non stemperando ma esaltando il proprio patriottismo bellicista, che rivendica con assoluta arroganza la missione imperiale dell’America e ne ripropone intiero il modello sociale e di valori oggi dominante. Il capitalismo si separa dal pensiero liberale e riscopre i valori della tradizione premoderna (Dio, Patria, Famiglia), anzi si allea con essa. Una scelta reazionaria del tutto coerente con l’ideologia della guerra di civiltà e il neofondamentalismo occidentalista che la accompagna. Da cui l’ossessione sicuritaria, la cancellazione o la drastica limitazione di libertà, diritti e culture progressive che hanno segnato il ‘900. D’altro canto è in corso un tentativo di liberalizzazione e privatizzazione totale dei beni comuni – servizi, sanità, cultura – che ha incontrato l’opposizione tenace ed efficace del movimento altermondialista, a Cancun come per il trattato del Mercosur. Opposizione che il Partito della Rifondazione Comunista deve continuare a sostenere in modo convinto. Si configura, dunque, un pericolo accresciuto per le sorti del pianeta e dei popoli, specie del Sud del mondo, dove pure sono visibili anche processi in netta controtendenza (ad esempio in tutta l’America latina). Più che mai, perciò, la lotta per la pace deve essere la priorità delle priorità: in Iraq, nel Medio Oriente, nella Palestina orfana di Arafat, in Africa. La guerra di aggressione, due anni di occupazione militare, un governo-fantoccio e promesse di elezioni-farsa, stanno distruggendo l’Iraq e aggravando drammaticamente la crisi dell’area. Dunque, il ritiro immediato di tutte le truppe straniere – a cominciare da quelle italiane – da sempre rivendicato dalla sinistra alternativa e dal movimento pacifista, è la condizione imprescindibile per costruire la pace e avviare un processo di transizione democratica. In questo quadro, potrà costituire un passaggio importante la convocazione di una vera conferenza internazionale di pace, alla quale partecipino tutti i protagonisti del conflitto, compresi gli esponenti della resistenza interna.

L’EUROPA

Anche l’Europa vive il progressivo consumarsi dei percorsi di “terza via”, sia dal punto di vista politico che da quello economico-sociale: in questo senso essa è davvero di fronte ad un bivio. O si “americanizza” o, all’opposto, esalta le conquiste di civiltà che le lotte e i movimenti hanno determinato, ponendole alla base della sua stessa costruzione e determinando così un vero scatto di autonomia e soggettività politica. Le classi dirigenti attuali – in particolare della Francia, della Germania e della Spagna – tentano evidentemente di sottrarsi a questo bivio sia con scelte di politica internazionale di forte autonomia dagli Usa, sia perseguendo l’obiettivo di una vera partnership atlantica e di una potenza militare europea. Ma si tratta di un disegno sostanzialmente illusorio: non ci può essere una vera autonomia politica europea se non c’è una rottura dell’Europa con il modello sociale nordamericano. Così i governi che hanno saputo meritoriamente dire no alla guerra all’Iraq sono gli stessi che nei rispettivi ambiti nazionali stanno smantellando il Welfare e il suo storico sistema di diritti e garanzie. Non a caso ci troviamo di fronte a proposte come la “Direttiva Bolkenstein”, così come è stata varata unanimemente dai governi una proposta di Costituzione europea che costituzionalizza il primato del mercato ed espelle pace e diritti dall’identità europea. Su questa strada l’Unione Europea non riuscirà a superare positivamente le sue incertezze di identità e ruolo. Perciò proponiamo una grande campagna di massa contro il trattato, che andrà condotta in tutte le sedi, a cominciare ovviamente da quelle parlamentari. Una lotta politica e culturale, da dotare dell’articolazione necessaria, dello schieramento più vasto possibile, degli strumenti che saranno ritenuti più efficaci. La sola alternativa è quella dell’altra Europa, dove si collocano le iniziative del movimento, la crescita del conflitto sociale e di massa, la mobilitazione dell’intellettualità non omologata. La nascita del Partito della Sinistra Europea, a questo proposito, è il fatto nuovo della politica europea nel quale Rifondazione comunista ha investito e sempre più investirà una parte essenziale del suo lavoro e della sua identità: proprio perché l’unificazione dei soggetti e delle soggettività alternative, che operano in Europa, è essenziale sia per sconfiggere l’“americanizzazione” del vecchio continente sia per costruire una realtà istituzionale che sia capace di una interlocuzione forte con l’intero movimento altermondialista. Una Unione Europea di pace, di accoglienza, di solidarietà sociale, di cittadinanza universale, di democrazia laica, di laicità ricca: senza una forte sinistra, questa Unione non potrà nascere. Sulla base di questa convinzione, proponiamo di accogliere come simbolo del Partito quello usato per le elezioni europee, assumendo così fino in fondo la scelta strategica della Sinistra Europea.

IL PARTITO

In questi tre anni, Rifondazione Comunista si è guadagnata un ruolo centrale, nella politica, nei movimenti e nella società italiana, vincendo largamente la sfida della sua sopravvivenza politica e della sua “necessità” strategica. Da questo riconoscimento, che del resto ci viene da un’area vasta della sinistra e spesso anche dai nostri avversari, deve muovere una riflessione seria e approfondita sul Partito. C’è una difficoltà, perfino crescente, ad essere davvero Partito: a soddisfare le “domande ricche” che si riversano su di noi, a costruire e far vivere un soggetto collettivo che valorizzi le pratiche delle donne e la differenza di genere; un “noi” nel quale si riconoscano generi così come generazioni, culture politiche, esperienze diverse. Questi problemi non derivano solo dai nostri limiti soggettivi che ci sono e sono seri: affondano le loro radici nella più generale difficoltà che vivono oggi, senza eccezione alcuna, tutte le forme organizzate della politica, da quelle più antiche, i partiti, a quelle più recenti, i movimenti e le associazioni. Non bastano, dunque, gli appelli volontaristici e i richiami alla tradizione del movimento operaio. Né sono sufficienti i propositi di innovazione e sperimentazione organizzativa che hanno difficoltà a tradursi in pratiche organiche. Serve molto di più per rilanciare il Partito dai suoi Circoli alle sue Federazioni, serve un lavoro sistematico di ricerca e discussione su ciò che siamo e ciò che vogliamo diventare, che richiede un approfondimento specifico. Per questo obiettivo urgente e non rinviabile, proponiamo che si tenga, entro il 2005, una Conferenza nazionale di organizzazione.

15 TESI PER IL CONGRESSO

1 La vera novità di questo inizio secolo è la nascita di nuovi movimenti e la loro capacità di connettersi in un percorso collettivo. Essa ha parlato al mondo di una nuova possibilità di trasformazione. La capacità di Rifondazione Comunista è stata quella di capire la natura di questi nuovi movimenti e di predisporsi a raccogliere le risorse da essi sprigionate per proporsi, assieme a una modificazione della propria politica, di contribuire alla costruzione di una idea generale di riforma della politica e del suo rapporto con i protagonisti sociali. Allo stesso tempo, con una connessione non solo temporale, è emerso in maniera sempre più dirompente il fallimento della globalizzazione capitalistica. L’una e l’altra ripropongono oggettivamente come attuale il tema della trasformazione della società capitalistica. Questo tema è posto anche soggettivamente dalla crescita della consapevolezza dei movimenti e si può racchiudere nella formula dei social forum “un altro mondo è possibile”. Il problema è dunque posto ma non è risolto. È aperto anche un altro scenario, quello dell’incrudelimento della crisi economica e sociale e del precipitare della guerra in uno scontro di civiltà. L’incertezza domina il nostro tempo. L’alternativa “socialismo o barbarie” non è fuori da questo tempo.

2 In Italia il PRC viene da un’importante affermazione nelle elezioni europee e amministrative. È stato premiato il suo progetto politico complessivo: scelta strategica di internità al movimento, proposta politica di apertura sia al campo complessivo delle opposizioni politiche e sociali sia come costruzione della sinistra di alternativa, innovazione della politica e del soggetto della politica, innovazione di cultura e teoria politica del movimento operaio. Questa accumulazione, che deve essere considerata come patrimonio acquisito da tutto il partito, è ora la base per un ulteriore sviluppo della rifondazione. Questo successo si è realizzato in una situazione in cui è esplosa la crisi del tentativo di dare una stabile risposta di destra alla instabilità del sistema politico italiano, tentativo imperniato sul quel fenomeno complesso di natura neoconservatrice cui è stato dato il nome di “berlusconismo”. A questa crisi concorrono sia motivazioni oggettive (le grandi tendenze internazionali del fallimento della globalizzazione capitalistica) sia la spinta della crescita dei movimenti. In esse si è consumato il fallimento specifico del progetto berlusconiano. Anche in Italia si dischiude una fase politica e sociale del tutto nuova, per affrontare la quale non basta rimuovere Berlusconi, ma anzi bisogna affrontare le cause di fondo che l’hanno portato al successo. Il problema è la costruzione di un’alternativa di società: si tratta di riscrivere la costituzione materiale del paese dopo la devastazione neoliberista.

3 Intanto, il neoliberismo in crisi come impianto ideologico e modello generale di politica economica e sociale cerca una nuova strada per riproporsi e per impedire il dispiegamento di una nuova politica. La nuova versione del neoliberismo si nasconde dietro il “realismo” della sopravvivenza dell’impresa. Dismesse le grandi promesse, si propone lo stato di necessità. Si chiede il riconoscimento delle crisi come oggettive e delle necessità imposte dalla competizione internazionale come indiscutibili. L’obiettivo è ridisegnare al ribasso il sistema dei diritti, delle condizioni di lavoro e di salario con il ricatto oggettivo della competitività. Si tratta di un attacco insidioso perché si mimetizza dentro una realtà concreta quanto apparente, in cui prende corpo un ricatto sui lavoratori che punta a mettere in scacco la politica e a rovesciare il ruolo del sindacato nella contrattazione del peggioramento della condizione dei lavoratori e dell’occupazione. Per questa via, che vorrebbe risalire dall’impresa fino all’intero sistema delle relazioni sociali e della legislazione sul lavoro e lo stato sociale, il primo obiettivo è l’abbattimento del contratto nazionale di lavoro. Questa offensiva è la base materiale su cui poggia l’ipotesi politica neocentrista, quella di una uscita morbida dalla crisi delle destre e del berlusconismo senza mettere in discussione l’ispirazione di fondo delle politiche neoliberiste.

4 A questa nuova offensiva neoliberista, che si propone di assumere il carattere di una proposta complessiva e si dispone a coinvolgere uno spettro ampio di forze moderate sia in campo politico che sindacale, non si può rispondere efficacemente in maniera difensiva o per singoli pezzi isolati. La sconfitta di questa ipotesi richiede un salto di qualità dell’opposizione politica e sociale. Di questo nuovo compito devono farsi protagonisti l’articolato campo delle sinistre interessate al progetto di alternativa, le organizzazioni sindacali che hanno progettato e praticato una nuova autonomia dal governo e dalla Confindustria, i movimenti e le realtà di lotta espresse nei conflitti di lavoro e sul territorio. È necessario che l’insieme di questi soggetti produca una iniziativa unitaria che dia corpo e visibilità a un progetto di unificazione dei movimenti. È necessario lavorare a un progetto complessivo di movimento per la riforma della società italiana. Per questo scopo occorre lavorare alla costruzione di un incontro delle esperienze critiche e di lotta del mondo del lavoro, delle città e dei territori. Solo dalla connessione con il movimento dei movimenti, col movimento per la pace, con le esperienze di conflitti sociali e di lavoro può nascere l’opposizione efficace e l’alternativa alla nuova sfida liberista e la rinascita, qui e ora, della politica.

5 Si è aperta una fase di assoluta instabilità. La politica è attraversata da due tendenze opposte: una sua possibile rinascita o la sua eclissi. La democrazia vive una crisi profonda, nella quale può essere cancellata la stessa nozione di sovranità popolare. Possiamo avere davanti a noi un futuro senza democrazia. La fase politica continua ad essere caratterizzata, nel mondo, in Europa, in Italia, da questa crisi aperta a tutte e due gli esiti. Le medesime elezioni europee hanno mostrato, accanto a una crescita dell’opposizione ai governi, il manifestarsi di un malessere profondo e una sfiducia nei sistemi politici. Questa crisi non investe solo le istituzioni ma coinvolge anche le masse, attraversate contemporaneamente da istanze di riappropriazione della politica e da pulsioni verso una fuoriuscita da essa, una sorta di esodo da una politica a sua volta separatasi dalla vita quotidiana.

6 Il grande e terribile 900 ha visto realizzarsi attraverso la lotta di classe l’ingresso delle masse nella politica e, in questo corso, si sono prodotte grandi esperienze di emancipazione, le più grandi fino ad ora conosciute. Contemporaneamente, però, il 900 è stato il secolo in cui si sono consumate tragedie inenarrabili (le guerre mondiali, i fascismi e i nazismi fino all’orrore di Auschwitz). Il movimento operaio è stato il grande protagonista del secolo ma è stato sconfitto in primo luogo per il fallimento laddove si è costituito in stato nelle società post-rivoluzionarie nelle quali le istanze di liberazione per cui era nato si sono anche rovesciate in forme di oppressione drammatica. La critica allo stalinismo non è, quindi, semplicemente la critica alle degenerazioni di quei sistemi ma al nucleo duro che ha determinato quell’esito ed è per questo motivo il punto irrinunciabile per la costruzione di una nuova idea del comunismo e del modo di costruirlo. Ora, le esperienze di movimento, le nuove pratiche sociali e le riflessioni che sono avanzate con esse consentono la costruzione di una critica al potere, che, anche attraverso la scelta della nonviolenza come guida dell’agire collettivo qui ed ora, contribuisce alla ricerca di una nuova idea e pratica della politica come processo attuale di trasformazione e di liberazione. È così venuta all’ordine del giorno la possibilità di una uscita da sinistra dalla sconfitta del 900 e dalla crisi del movimento operaio. Si può lavorare allora alla costruzione di un nuovo movimento operaio. La rifondazione comunista, orizzonte della nostra ricerca e sperimentazione, trova in questa sfida la sua ragione.

7 La contesa si è fatta drammatica. Lo stato di guerra permanente è covato dalla natura medesima della globalizzazione capitalistica. Al contrario di quanto promesso, ovvero la dissoluzione dei conflitti, essa produce instabilità attraverso l’acutizzazione delle disuguaglianze mondiali, la concentrazione delle ricchezze e l’esasperazione dei conflitti. Invece della crescita promessa, essa produce crisi. Persino la competizione diventa distruttiva. La guerra preventiva è il sistema con il quale si cerca una soluzione imperiale a questa instabilità. Ma il risultato è quello di produrre nuove e più profonde instabilità a cui si risponde con ulteriore inasprimento della guerra secondo la dottrina della guerra permanente. La guerra alimenta il terrorismo, che è figlio e fratello della guerra. Questo terrorismo si presenta come progetto elaborato nell’autonomia del politico ed è, come la guerra, nostro avversario irriducibile repulsivo per i mezzi che utilizza e per i fini che propugna. La guerra imperiale dell’amministrazione Bush è una guerra infinita e indefinita. L’Iraq ne è il banco di prova. Il suo sviluppo sarebbe la guerra di civiltà.

8 La pace è il terreno di rinascita della politica perché esprime l’esigenza primaria del nostro tempo. La pace va perseguita non semplicemente come assenza di guerra ma come costruzione di un nuovo mondo che, spezzando il dominio imperiale, disegna nuovi assetti del mondo fondati sull’autonomia e il dialogo, su diverse relazioni sociali e culturali. È non solo sbagliato ma illusorio pensare alla costruzione di questo nuovo assetto come parzialmente è accaduto nel passato ovvero con la creazione di un equilibrio basato sulla forza delle armi. La leva fondamentale per questa impresa è il nuovo movimento per la pace, come forza disarmata e di disarmo, come altra potenza mondiale scesa in campo per contestare la guerra e la sua logica e costruire un’alternativa di civiltà. Questa grande novità mette in luce l’esigenza della costruzione di una nuova soggettività politica organizzata che interpreti e faccia incidere nelle relazioni economiche, sociali e statuali questa nuova istanza. Qui c’è il terreno fondante dell’altra Europa in cui la scoperta di questa missione faccia rileggere le sue radici per realizzare un modello economico, sociale e culturale alternativo al neoliberismo e alla guerra. Su questo potrebbe poggiarsi l’autonomia e l’indipendenza dell’Europa dagli Usa. Il Partito della Sinistra Europea, di cui siamo tra i promotori e fondatori, vuole essere uno strumento per perseguire questo obiettivo.

9 La costruzione del nuovo soggetto della trasformazione è il tema cruciale per l’uscita da sinistra dalla crisi della politica e dalla crisi del movimento operaio. Questo impegno chiede lo spostamento del baricentro della politica dalle istituzioni e dalle forze politiche alla società e ai movimenti, cioè dalla rappresentanza alla organizzazione diretta della vita e delle relazioni sociali. La cifra di fondo che caratterizza la natura della globalizzazione neoliberista è la precarietà. La precarietà si fa condizione generale che informa i tempi di lavoro e i tempi di vita, i rapporti di produzione e le relazioni sociali e che penetra fino al tentativo di modificare il vivente. I mutamenti imposti, da un lato dalla rivoluzione restauratrice del nuovo capitalismo sul lavoro e, sul versante opposto, la natura dei nuovi movimenti, propongono una nuova alleanza tra le esperienze che chiedono la liberazione del lavoro salariato (il conflitto di lavoro) e le esperienze che chiedono la liberazione dal lavoro salariato (la costruzione di beni comuni sottratti alla mercificazione, la costruzione e realizzazione di relazioni e attività sottratte, seppure parzialmente, al mercato, la valorizzazione dell’ambiente e dei legami con le storie dei territori). Questa nuova alleanza consentirebbe l’ingresso, quali elementi decisivi nella costruzione dell’alternativa, delle culture e delle esperienze critiche. L’ecologismo tesse una critica ai modelli “sviluppisti” anche nella versione moderata che parla di “sviluppo sostenibile”. Il femminismo è il contributo fondamentale per una idea della società e dei rapporti sociali fondati sulla valorizzazione della differenza e della persona e sulla contestazione del sessismo e del dominio scientista sui corpi e il vivente. Il pacifismo e le mille pratiche della nonviolenza si configurano come costruzione di una rete di relazioni che contestano il dominio del profitto e del potere. Questa ricerca teorica, questo lavoro politico nel profondo della società e nella realizzazione di esperienze originali costituiscono la base fondamentale per la costruzione di una sinistra di alternativa che in Italia veda impegnate tutte quelle forze, ovunque collocate, che sono interessate a questa ricerca. È venuto il tempo di un suo nuovo protagonismo in Italia e in Europa.

10 Il quadro di questa ricerca è la costruzione della democrazia della partecipazione e del conflitto. Non è un caso che proprio il carattere progressivo della Costituzione italiana è sotto attacco. Questo attacco prende varie forme: si cancella nella pratica l’articolo 11 della Costituzione, si riduce il tema dei migranti, decisivo per l’assetto della società futura, a problema di ordine pubblico, si parla di cancellare il carattere antifascista della Repubblica, si minano i caratteri fondamentali dell’unitarietà delle prestazioni sociali e dell’esigibilità dei diritti sul territorio nazionale, si svuota il Parlamento. In sostanza si vuole affermare un’idea della democrazia dimezzata, funzionale al modello neoliberista, interna al dominio del mercato, dunque inerte e, al fine, inutile. La costruzione di una democrazia partecipata in cui si possa trasformare la critica dei movimenti in una alternativa politica e programmatica di sinistra è la sfida fondamentale di fronte a noi. La democrazia, come forza propulsiva di partecipazione e la pace, come costruzione di nuove relazioni sociali e statuali, sono al primo posto nella rinascita, qui e ora, di un processo di trasformazione della società capitalistica.

11 Il problema della partecipazione al governo di una forza antagonista in un Paese europeo va collocata in questo quadro. Anche la critica alla presa del potere e al potere medesimo non è senza conseguenze rispetto al modo di concepire il governo e la collocazione di governo. Nella nostra strategia, il governo non è una scelta di valore ma una variabile dipendente dalla fase. Il governo, cioè, non è l’obiettivo o lo sbocco della politica di alternativa ma può essere un passaggio necessario. In Italia la sua necessità nasce da una precisa congiuntura politica: l’esigenza improrogabile di sconfiggere il governo Berlusconi e costruire ad esso una alternativa. Per questo oggi assumiamo l’obiettivo di una coalizione di forze per dare vita a una alternativa programmatica di governo in cui il PRC e le forze della sinistra di alternativa nel loro complesso siano presenti da protagonisti. Chiamiamo questa coalizione democratica per definirne così il suo primo scopo: costruire democrazia e partecipazione. La costruzione della democrazia partecipata non è solo una questione di metodo, essa, è il primo contenuto di un programma riformatore. L’autonomia dei soggetti critici o socialmente attivi non è più solo una prerogativa di tutela dei movimenti e delle organizzazioni sociali dalla loro alienazione, essa è oggi diventata il possibile motore dell’intero processo riformatore e perciò deve diventare un fondamentale punto programmatico dell’alternativa di governo. Questa è la prima riforma necessaria: quella della politica e della stessa concezione del governo. Della stessa riforma è parte rilevante la conquista di un’autonomia strategica della sinistra di alternativa e, con essa, del PRC dal governo di cui pure sia possibile far parte per il livello dell’accordo programmatico conseguito tra tutte le forze che oggi sono all’opposizione del governo Berlusconi. Per farlo il PRC e la sinistra di alternativa debbono saper passare anche per l’esperienza di governo in funzione della crescita qualitativa dei movimenti e della possibilità di dispiegare una più vasta, complessa e lunga azione politica nella società per la realizzazione del più ambizioso programma di fase. L’obiettivo di questo nostro impegno è la sconfitta della legge del pendolo secondo la quale quando le sinistre sono all’opposizione suscitano speranze e attese che vengono disattese quando assumono il governo, determinando così la sfiducia nella politica da parte di larghe masse e creando le condizioni per il ritorno delle forze conservatrici.

12 Un programma di governo deve, in questa fase, avere come caratteristica fondamentale quella di rappresentare una rottura di continuità con le politiche del governo Berlusconi, di costituirne un’alternativa reale e di aprire una strada nella quale l’autonomia dei movimenti e del conflitto di classe possa conquistare nuovi spazi di trasformazione della società. Tre sono le linee guida attorno a cui organizzare un programma di alternativa, che già dal suo avvio deve trasmettere al Paese un messaggio univoco e una sollecitazione alla mobilitazione di tutte le energie riformatrici. La prima è la collocazione internazionale del paese per la pace contro la guerra e il terrore, a partire dall’impegno per il ritiro delle truppe italiane, per fermare la guerra in Iraq e per costruire un’Europa di pace nel mondo e di cooperazione tra nord e sud e di dialogo tra le religioni e le civiltà. In secondo luogo, in Italia le politiche del governo Berlusconi e la crisi nella coesione sociale che hanno prodotto, sono un ostacolo impedente il cambiamento e l’avvio di un nuovo corso. L’azione di bonifica sul terreno civile, economico e sociale è perciò un impegno ineludibile. L’abrogazione della legge 30, della legge Bossi-Fini, della legge Moratti da un lato e di quella della fecondazione assistita dall’altro, danno chiaramente il senso della necessità e della forza di questa operazione politica. Ma la qualificazione di un programma che voglia avere l’ambizione di dar corpo alle aspettative di cambiamento che sono maturate nella società avviene sul terreno del nuovo assetto da dare al Paese affinché possa progettare il suo futuro. Sono le grandi riforme di rottura col ciclo neoliberista, le riforme che aprono la strada ad un’innovazione del modello generale di organizzazione della società. Esse possono essere individuate attorno a quattro grandi assi: la valorizzazione del lavoro e una redistribuzione del reddito a favore del salario, degli stipendi e delle pensioni, l’introduzione di un salario sociale e una politica di attacco alla rendita; la conquista, la qualificazione e l’estensione di diritti individuali e collettivi tali da configurare una nuova cittadinanza sociale universale, il rispetto della persona e un sistema di garanzia e di tutela per tutte e tutti; la costituzione di beni comuni da sottrarre alla logica del mercato mediante la valorizzazione pubblica dell’ambiente, del territorio e della cultura; la costituzione di un nuovo intervento pubblico nell’economia dalla programmazione all’organizzazione di fattori per l’innovazione del modello economico e sociale.

13 Il programma dell’alternativa di società non è riducibile ad un programma di governo, neppure al più avanzato. Esso deve essere pensato come ad un programma di fase, deve poggiarsi su un discorso sul capitalismo italiano all’interno di quello europeo: il discorso su un declino e su una classe dirigente dimissionaria rispetto alla progettazione di futuro, che ricorre alle diverse lezioni del neoliberismo come galleggiamenti sulle crisi ed estremo adattamento ad esse. Il programma di fase è la messa a fuoco delle visioni dell’altra Europa e, in esso, dell’altra Italia, una visione di come la prefiguriamo tra 10-15 anni all’interno di quell’altro mondo possibile che il movimento di cambiamento ha intravisto. Il programma in questo senso generale di costruzione di alternativa di società non risiede solo (eppure sappiamo quanto è già difficile) nelle fissazioni di discriminanti programmatiche per una alternativa di governo alle destre, esso richiede l’elaborazione di un progetto politico e la costruzione di un processo per la trasformazione in cui il rapporto con lo sviluppo dei movimenti è la leva principale seppure non sufficiente. Questa è la ricerca che abbiamo intrapreso. Quello che proponiamo fin d’ora è l’orizzonte di questo cammino. Il suo punto di avvio può essere l’orizzonte del programma di fase delle forze del cambiamento per l’Europa intera e per ciascuno dei suoi Paesi, che deve assumere, in questa fase dello sviluppo capitalistico, un’ambizione alta, quella dell’uguaglianza. Esso si deve concretizzare in un’immediata rottura e inversione rispetto alla tendenza, caratteristica di questo nuovo ciclo capitalistico, all’aumento delle disuguaglianze per configurare una tappa impegnativa di avvicinamento all’uguaglianza tra le persone e di mutamento di fondo del rapporto tra le classi. Due obiettivi strategici debbono dar corpo a questa prospettiva: la conquista della piena occupazione e la conquista di una cittadinanza universale per tutte e tutti, sia nativi che migranti. Quest’ultima deve poggiare sulla messa in opera di un quadro di diritti sociali, civili e culturali esigibili e di altrettanto esigibili accessi garantiti per ognuno ai beni comuni: un nuovo stato sociale sopranazionale. Il lavoro salariato, in tutte le forme in cui oggi si presenta sia storiche che inedite, dovrebbe poter guadagnare in esso, e all’interno di una tendenza alla mondializzazione dei conflitti di classe, un nuovo statuto di democrazia, di potere e di libertà. Le lavoratrici e i lavoratori dovrebbero poter guadagnare, contro la tendenza degli ultimi due decenni, una nuova tappa nel processo di liberazione, attraverso la valorizzazione delle componenti cognitive e creative, dirette e indirette oggi contenute nel lavoro e la generalizzazione, seppur in diversi gradi, di quelle dirette. È necessario perseguire la conquista di elementi d’autogoverno sulle prestazioni lavorative e sul rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita. È necessario conquistare, contro la flessibilità, elementi di “rigidità” per la soddisfazione dei propri bisogni individuali e collettivi da cui far scaturire nuove forme di controllo sociale e di democrazia diretta e partecipata. Questa ricerca sul campo delle lotte come quella del soggetto della trasformazione, il nuovo movimento operaio, sono le possibili levatrici della sinistra di alternativa in Italia e in Europa.

14 La sinistra di alternativa si costruisce col fare e sul fare, fuori da ogni tentazione di cercare la soluzione in un qualche assemblaggio dei ceti politici dei partiti che stanno alla sinistra del listone. Altro è il quadro delle soggettività da cui muovere e altra deve essere l’ambizione politica. Proponiamo la nascita di luoghi in cui far crescere esperienze comuni di lavoro politico continuativo: comitati, circoli, associazioni, organizzazioni autogestite in tutte le realtà diffuse del Paese e nei luoghi del conflitto e della sperimentazione sociale. Proponiamo l’autoconvocazione di un’assise nazionale in cui quelle esperienze si confrontino. Un’assemblea che chiami a sè quanti si riconoscono in questa esigenza e che hanno sperimentato percorsi di movimento che sono venuti facendosi comuni: partiti, loro componenti, sindacati, espressioni di movimento, di governo locale partecipato, associazioni, comitati, singoli, per collegarsi tra loro in un reciproco e paritario riconoscimento, nella definizione di un percorso condiviso di azione unitaria e per la definizione di un progetto politico comune. Proponiamo la convocazione aperta e condivisa dell’assemblea costituente della sinistra alternativa. I tempi sono maturi ma non infiniti. Occorre organizzare le disponibilità e le volontà in una scelta da parte di tutti gli interessati. Noi siamo pronti a compierle.

15 Rifondazione Comunista è interlocutore fondamentale di questo progetto e ne è tra i protagonisti. Ciò è reso possibile non solo dalla sua forza militante ed elettorale, dalla sua presenza articolata e capillare nella società. In primo luogo è dovuto alla sua internità ai conflitti e alla capacità di cogliere la grande novità dei movimenti di questo secolo e al rapporto sviluppato con essi sapendo innovare la propria cultura e la proposta politica. In anni difficili, nei quali sembrava espunta dall’orizzonte delle possibilità ogni ipotesi di trasformazione, Rifondazione Comunista ha tenuto aperta una ricerca e una azione politica e culturale. Con la costruzione della sinistra di alternativa è possibile andare oltre e riaprire la politica a un processo generale di trasformazione sociale, in cui essa possa tornare protagonista. Non è in gioco l’esistenza di Rifondazione Comunista e la sua autonomia politica e culturale che rimane per l’oggi e il domani. È in gioco invece la possibilità di compiere tutti assieme un balzo, un vero salto di qualità, così come abbiamo cominciato a fare in Europa con la fondazione del Partito della Sinistra Europea. Per questo una vera e profonda riforma del partito nel senso dell’apertura e della sperimentazione di nuove forme aggregative e di relazione è tema fondamentale del percorso della rifondazione. In molti possiamo condividere questa sfida.

FIRMATARI

Fausto Bertinotti (Segretario nazionale), Sandro Curzi (Direzione nazionale, già direttore Liberazione), Paolo Ferrero (Segreteria nazionale), Loredana Fraleone (Segreteria nazionale), Franco Giordano (Capogruppo Camera dei Deputati), Roberto Musacchio (Capogruppo Parlamento Europeo), Patrizia Sentinelli (Segreteria nazionale), Stefano Zuccherini (Presidente Comitato Politico Nazionale), Maurizio Acerbo (Cpn, Segretario reg. Abruzzo), Stefano Alberione (Cng, Segretario fed. Torino), Martino Albonetti (Cpn, Segretario fed. Ravenna), Fabio Amato (Cpn), Roberto Antonaz (Cpn, Assessore Regione Friuli Venezia Giulia), Ritanna Armeni (giornalista), Marco Assennato (Segretario fed. Palermo), Valdemaro Baldi (Cng), Paola Barassi (Cpn, Segretaria fed. Verbania), Imma Barbarossa (Cpn, Forum delle Donne), Sandro Barzaghi (Cpn, Assessore Provincia Milano), Rossetta Basile (Segretaria fed. Siracusa), Marco Berlinguer (Direttore Transform), Sergio Boccadutri (Cpn, Esecutivo nazionale Gc), Ugo Boghetta (Direzione nazionale), Francesco Bonato (Cpn, Tesoriere nazionale), Dino Bozzi (Cpn), Giuliano Brandoni (Segretario reg. Marche), Antonella Cammardella (Direzione nazionale, Forum delle Donne), Giovanna Capelli (Direzione nazionale, Forum delle Donne), Milziade Caprili (Direzione nazionale), Carlo Cartocci (Responsabile nazionale Immigrazione), Giusto Catania (Parlamentare europeo, Segretario reg. Sicilia), Pino Commodari (Cpn), Gianni Confalonieri (Cpn, Capogruppo Consiglio regionale Lombardia), Giacomo Conti (Segretario reg. Liguria), Rita Corneli (Cpn, Forum delle Donne), Aurelio Crippa (Direzione nazionale), Lello Crivelli (Segretario fed. Bari), Roberto Dal Bello (Segretario fed. Venezia), Dario Danti (Cpn), Alberto Deambrogio (Segretario reg. Piemonte), Walter De Cesaris (Cpn), Giuseppe De Cristofaro (Direzione nazionale, Segretario fed. Napoli), Cinzia Dell’Aera (Cpn, Segretaria fed. Enna, Assessora Provincia Enna), Michele De Palma (Cpn, Coordinatore nazionale Gc), Titti De Simone (Deputata), Elettra Deiana (Deputata), Peppino Di Lello (già parlamentare europeo), Marco Di Martino (Cpn, Segretario fed. Ragusa), Italo Di Sabato (Cpn, Capogruppo Consiglio regionale Molise), Monica Donini (Cpn, Segretaria reg. Emilia Romagna), Erminia Emprin (Direzione nazionale, Forum delle Donne), Roberta Fantozzi (Direzione nazionale, Segretaria fed. Pisa), Giuseppe Fazzese (Cng), Francesco Ferrara (Direzione nazionale), Saverio Ferrari (Cpn), Francesco Forgione (Direzione nazionale, Capogruppo ARS), Nicola Fratoianni (Cpn, Segretario reg. Puglia), Rina Gagliardi (Direzione nazionale, giornalista), Alfonso Gianni (Deputato), Domenico Iervolino (Direttore rivista “Alternative”), Giulio Lauri (Segretario reg. Friuli Venezia Giulia), Donatella Linguiti (Cpn, Assessora Provincia Ancona), Ezio Locatelli (Cpn, Segretario reg. Lombardia, Consigliere regionale), Angela Lombardi (Segretaria fed. Potenza), Gemma Lunian (Cpn), Michele Magnani (Cng), Ramon Mantovani (Deputato), Laura Marchetti (Direzione nazionale, Assessora Provincia Bari), Pasquale Martino (Cpn, Assessore Comune Bari), Graziella Mascia (Deputata), Citto Maselli (Cpn, regista), Gennaro Migliore (Direzione nazionale), Enrico Milani (Cpn), Federica Miralto (Cpn, Esecutivo nazionale Gc), Pietro Mita (Cpn), Bruno Morandi (Responsabile nazionale Formazione), Raul Mordenti (docente universitario), Donatella Mungo (Segretaria fed. Imola), Betti Mura (Cpn, Segretaria fed. Teramo), Martina Nardi (Segretaria fed. Massa Carrara), Marco Nesci (Cpn, Consigliere reg. Liguria), Alfio Nicotra (Cpn), Vito Nocera (Cpn, Segretario reg. Campania), Anna Nucera (Cpn), Nadia Palozza (Cpn), Rosa Palumbo (Cpn, Forum delle Donne), Rocco Papandrea (Direzione nazionale, Capogruppo Consiglio regionale Piemonte), Bruno Pastorino (Segretario fed. Genova), Niccolò Pecorini (Cpn, Segretario fed. Firenze), Ivano Peduzzi (Segretario reg. Lazio), Maria Cristina Perugia (Cpn, Segretaria fed. Roma), Ciro Pesacane (Forum Ambientalista), Paolo Pietrangeli (regista, musicista), Tamara Piraccini (Cpn), Nicoletta Pirotta (Cpn, Forum delle Donne), Mimmo Porcaro (Cpn), Patrizia Poselli (Cpn), Anna Lucia Riberto (Segretaria fed. Rovigo), Andrea Ricci (Cpn, Capogruppo Consiglio regionale Marche), Mario Ricci (Direzione nazionale, Segretario reg. Toscana, Consigliere regionale), Simona Ricotti (Segretaria fed. Civitavecchia), Augusto Rocchi (Cpn, Segretario fed. Milano), Massimo Rossi (Presidente Provincia Ascoli Piceno), Franco Russo (Cpn, Forum Ambientalista), Giovanni Russo Spena (Deputato), Giacomo Schettini (Segretario reg. Basilicata), Scipione Semeraro (Presidente Transform), Monica Sgherri (Cpn), Massimiliano Smeriglio (Cpn, Presidente XI Municipio Roma), Tommaso Sodano (Senatore), Gino Sperandio (Cpn, Segretario reg. Veneto), Damiano Stufara (Cpn, Segretario fed. Terni), Alessandra Tibaldi (Segretaria fed. Castelli), Federico Tomasello (Esecutivo nazionale Gc), Titti Valpiana (Deputata), Nichi Vendola (Deputato), Alessandro Vinci (Cpn), Luigi Vinci (già parlamentare europeo), Stefano Vinti (Cpn, Segretario reg. Umbria, Consigliere regionale), Pasquale Voza (docente universitario).

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