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Rompere con Prodi preparare l’alternativa operaia

VI° congresso PRC: mozione 5 (primo firmatario: Claudio Bellotti

(20 Dicembre 2004)

PREMESSA: LA “GRANDE ALLEANZA DEMOCRATICA”, GABBIA MORTALE PER IL PRC

Il VI congresso del Prc assume un carattere di straordinarietà. Siamo tutti chiamati a scelte che avranno profonde conseguenze sul futuro del nostro partito e della sinistra italiana. In pochi mesi il percorso di avvicinamento del Prc all’Ulivo ha già mostrato a quali pericoli siamo sottoposti. Il precipitoso abbraccio con Prodi e con la “Grande Alleanza Democratica” coincide con un rapido scivolamento moderato nelle nostre parole d’ordine, nell’azione del partito e nella sua linea complessiva. I primi atti formali dell’alleanza parlano da soli. Il più clamoroso riguarda la vera e propria svolta riguardo al problema cruciale della guerra in Iraq. L’accordo sottoscritto l’11 ottobre tra tutti i partiti della Gad, incluso il Prc, dichiara infatti quanto segue: “Tutti insieme proponiamo che l’Italia si attivi per concorrere alla convocazione di una conferenza internazionale con la partecipazione di tutte le parti interessate che garantisca uno svolgimento trasparente e democratico delle elezioni irachene e permetta la nascita di un Iraq libero e democratico. La sostituzione delle forze di occupazione con forze multinazionali chiaramente percepite come forze di pace, di assistenza umanitaria e di sostegno alla ricostruzione è un passo essenziale in questo processo. In questo quadro va previsto il ritiro delle truppe italiane già ripetutamente richiesto”. Questa posizione implica l’abbandono di quella che era stata finora la parola d’ordine centrale avanzata dal partito, ossia il ritiro delle truppe “senza se e senza ma” e apre la strada a chi vuole trasformare l’occupazione americana in un’occupazione “multilalterale” sulla linea di quanto accade in Afghanistan o nei Balcani. È gravissimo che il partito abbia accettato questa posizione che nega alla radice un principio elementare, e cioè che non può esistere un Iraq libero senza l’uscita di tutte le truppe occupanti, legittimando invece il processo elettorale farsa che si sta preparando in Iraq. Accettando il principo del voto a maggioranza e della disciplina di coalizione il partito mette a rischio la propria autonomia politica. Si presenta una visione mistificata dell’alleanza, si abbellisce quello che bello non è, si passivizza la militanza del partito che diventa spettatrice delle manovre tattiche del gruppo dirigente nel continuo balletto diplomatico con Prodi e con i vertici dell’Ulivo. Questa perdita dell’indipendenza politica e di classe del nostro partito non cade dal cielo, è lo sbocco di un lungo processo di revisione politica e ideologica, di un grave indebolimento organizzativo, di una prassi che ha portato il Prc ad allontanarsi drammaticamente dal movimento operaio e da una concezione di classe. Il futuro del partito non è garantito dall’avere ottenuto 60mila voti in più nelle scorse elezioni europee; si ricordi che in passato il Prc ottenne risultati elettorali ben più consistenti i quali vennero completamente dispersi e vanificati da una politica di collaborazione di classe errata e disastrosa che ci portò dapprima a sostenere il primo governo dell’Ulivo per poi subire la scissione, dopo aver votato una lunga serie di provvedimenti antipopolari e inaccettabili. L’8,6% delle elezioni del 1996, oltre tre milioni di voti, anziché essere impiegato nella costruzione del movimento di massa venne sacrificato votando misure quali il Pacchetto Treu, la legge Turco-Napolitano, l’autonomia scolastica, le privatizzazioni e i tagli in nome di Maastricht, e si potrebbe continuare a lungo. Una svolta radicale è quindi necessaria, una svolta che parta dalla necessità urgente e imprescindibile di salvaguardare l’indipendenza di classe e l’autonomia politica del partito e che punti a delineare una strategia praticabile per la costruzione di una reale alternativa di sinistra e dia uno sbocco politico alle grandi mobilitazioni di massa che attraversano il nostro paese.

IL RISVEGLIO DEI MOVIMENTI DI MASSA

Siamo entrati in una nuova fase storica, caratterizzata da una crisi organica del sistema capitalista su scala mondiale e dallo sviluppo di importanti mobilitazioni. In Europa, in India, in Sudafrica, in America Latina, vediamo lo sviluppo di giganteschi movimenti di massa. In India la sconfitta elettorale della destra, preceduta dal più grande sciopero generale nella storia del paese, segnala l’entrata in campo di sterminate masse di lavoratori, contadini, diseredati. In questi anni è stata indubbiamente l’America latina la punta più avanzata, con una serie di sollevazioni di massa che hanno attraversato il continente. L’Ecuador nel gennaio 2000, l’Argentina del 2001, la Bolivia nell’ottobre del 2003 hanno visto delle vere e proprie insurrezioni di massa e una lotta aperta per il potere che ha costretto i governi in carica a darsi alla fuga. In Venezuela le masse hanno sconfitto a più riprese i tentativi golpisti, nell’aprile del 2002, nel dicembre 2002 e ancora la scorsa estate nel referendum revocatorio voluto dall’opposizione reazionaria e da Washington per rovesciare il governo di Hugo Chàvez. Numerosi altri paesi hanno visto grandi mobilitazioni di massa, scioperi generali e insurrezioni locali che preannunciano nuove crisi rivoluzionarie: Uruguay, Perù, Cile, Colombia… Dopo i decenni delle dittature militari prima e poi delle “democrazie” sotto tutela Usa, le masse latinoamericane tornano sulla scena riprendendo il filo di un processo rivoluzionario continentale che sembrava perso dopo due decenni di sconfitte e arretramenti. Contrariamente alle teorizzazioni “noglobal” (incluse quelle zapatiste), il centro della lotta non sono né i “municipi”, né la costruzione della “società civile” attraverso le varie reti solidaristiche (commercio equo-solidale, ecc.), ma la lotta aperta e diretta delle masse per la conquista del potere politico come leva fondamentale per cambiare le loro condizioni di vita. È questo il contenuto reale del movimento delle masse latinoamericane, in particolare nei suoi punti più avanzati. L’avanzata delle masse latinoamericane si produce dopo oltre un ventennio di arretramenti e sconfitte che hanno gettato in una crisi profonda gran parte delle organizzazioni della sinistra nel continente, dai gruppi guerriglieri ai partiti comunisti e socialisti. Pertanto il movimento è costretto a cercare la sua strada a tentoni, senza una direzione politica che possa rendere più breve e lineare il processo verso la vittoria. Ma al di là delle difficoltà e degli errori sono decisive le condizioni obiettive, che spingono le masse a tornare alla lotta; è decisivo soprattutto il fatto che i lavoratori e i contadini hanno ritrovato la fiducia nelle proprie forze e sono disposti a lottare fino alle estreme conseguenze, come ci hanno ampiamente dimostrato gli esempi citati. Il sogno bolivariano dell’unità latinoamericana può tornare a vivere su nuove basi storiche, come coronamento di un processo rivoluzionario continentale. È l’idea della federazione socialista dell’America latina come unica via di sviluppo economico e sociale, come unico modo per conquistare una reale indipendenza dall’imperialismo. È in questo scontro che si deciderà anche il destino della rivoluzione cubana, oggi minacciata da pericoli esterni ed interni. Nei primi anni della rivoluzione cubana, il Che tentò di perseguire una prospettiva internazionalista come via maestra per garantire la vittoria e il futuro della rivoluzione cubana. Oggi rinasce la prospettiva di una rivoluzione continentale che si realizzi non attraverso la costruzione di piccoli nuclei di guerriglieri, ma principalmente attraverso il gigantesco movimento di massa della popolazione urbana e in primo luogo del proletariato, che in questi decenni ha enormemente accresciuto il suo peso economico e sociale. Quando al movimento già in atto si unirà la classe operaia di paesi quali il Messico e il Brasile, esso assumerà una forza invincibile. La vittoria di Lula in Brasile aveva acceso le speranze delle masse di tutta l’America Latina ma dopo i primi due anni di governo molte aspettative sono andate deluse. Il Brasile è in regola con tutti i parametri dettati dal Fmi e la principale preoccupazione sembra essere quella di “rassicurare i mercati”. Non potrebbe essere altrimenti, visto che l’esecutivo brasiliano è costituito, oltre che da ministri del Pt, da esponenti fra i più autorevoli della classe dominante del paese che fanno sentire tutto il loro peso all’interno della coalizione. Ma se i conti macroeconomici del paese sono “in ordine”, non si può dire lo stesso per il problema della distribuzione delle terre, della disoccupazione, della fame che colpiscono decine di milioni di lavoratori e le loro famiglie. Nel 2003 si sono pagati 50 miliardi di dollari di interessi del debito estero, cinque volte di più di quanto destinato alla sanità pubblica. La delusione per le politiche governative si riflette nella perdita delle città di San Paolo e Porto Alegre nelle recenti elezioni amministrative, e nella significativa ripresa degli scioperi, tra cui spiccano quelli dei bancari e dei metalmeccanici della cintura industriale di San Paolo dove nacque il Pt. La direzione del partito, riconosciuto una volta come tra i più democratici, oggi reprime ed espelle chi dissente rispetto alle politiche di controriforme. Ancora una volta l’esperienza del governo Lula dimostra che non si possono servire due padroni. “Il governo metà operaio e metà borghese”, come viene definito dal Movimento Sem Terra, dovrà abbandonare ogni illusione rispetto a politiche di collaborazione di classe pena un’inevitabile perdita di consensi e una nuova vittoria della destra. Lo scontro con il padronato brasiliano ed internazionale sarà inevitabile, se si vogliono rendere concrete le aspirazioni di milioni di lavoratori di tutto il continente, in una situazione che mai è stata così favorevole per le sinistre. L’aspetto decisivo è quindi quello della direzione politica. L’unica vera debolezza del movimento in America latina contro la quale dobbiamo contribuire a lottare è quella politica, la confusione di tutti coloro che, più o meno in buona fede, tentano di fare una mezza rivoluzione, propongono “nuove” vie che in realtà non sono altro che la riedizione di quelle posizioni gradualiste che in altre epoche portarono alla drammatica sconfitta dei lavoratori cileni o alla sconfitta della rivoluzione sandinista in Nicaragua.

IL RISVEGLIO OPERAIO IN EUROPA E IN ITALIA

Seppure in condizioni e con ritmi molto diversi, assistiamo anche a un vero e proprio risveglio del movimento operaio europeo. Italia, Francia, Spagna, Grecia, Germania, Olanda, Austria, Gran Bretagna… in un paese dopo l’altro abbiamo assistito al ritorno dei lavoratori sulla scena con gigantesche manifestazioni, scioperi, scioperi generali. Queste mobilitazioni ci dicono che è in campo una nuova generazione, che comincia a lasciarsi alle spalle gli anni delle sconfitte e della concertazione. Il processo è particolarmente chiaro in Italia. Accanto alle gigantesche mobilitazioni per l’articolo 18 prima e contro la guerra poi, abbiamo visto anche una serie di vertenze locali estremamente sintomatiche. Le mobilitazioni che si sono seguite, partendo dalla lotta della Fiat nel 2002, in particolare a Termini Imerese, proseguendo con i momenti più avanzati della lotta dei metalmeccanici per il contratto e lotte degli autoferrotranvieri, dei siderurgici di Terni e Genova, e da ultimo (per ora) la lotta di Melfi sono significative non solo per i risultati raggiunti, che sono stati diversificati, ma perché indicano le caratteristiche della nuova fase, e precisamente:

1) La disponibilità ad utilizzare metodi di lotta radicali, sfidando le varie leggi antisciopero, le ordinanze prefettizie, le multe, la repressione poliziesca e rompendo le “regole del gioco” dettate non solo dai padroni e dal governo, ma anche dalla politica concertativa seguita per tanti anni dai vertici sindacali.

2) L’estesa solidarietà che hanno trovato nella popolazione, fra i lavoratori ma non solo, in forte contrasto con lotte anche lunghe e condotte con coraggio negli anni scorsi, che però facevano fatica a trovare un appoggio attivo al di fuori dei cancelli.

3) Il ruolo di punto di riferimento che hanno svolto, per cui l’idea che “bisogna fare come i tranvieri” oppure “bisogna fare come a Melfi” diventava il modo più chiaro e popolare anche in settori non direttamente coinvolti dalla mobilitazione per esprimere l’esigenza di una lotta intransigente e decisa a strappare il risultato.

4) Il riflesso anche su mobilitazioni non direttamente operaie, che hanno interagito con queste lotte di fabbrica: Scanzano, Acerra, la lotta in difesa della scuola pubblica, e via di seguito. È indiscutibile che senza il risveglio operaio che si è manifestato in questi anni non si sarebbero date neppure le condizioni per questo genere di mobilitazioni sul territorio. Di particolare importanza a questo riguardo sono le lotte degli immigrati, sia attorno alle loro specifiche rivendicazioni, sia con la loro partecipazione sempre più numerosa alle mobilitazioni generali del sindacato, del movimento contro la guerra, ecc. Tali esperienze di lotta avanzate hanno finora riguardato settori specifici della classe e non ancora il movimento operaio nel suo insieme. Si pone pertanto la domanda se tali mobilitazioni siano solo fenomeni isolati, oppure il preannuncio di un movimento più ampio. Domanda alla quale facilmente si può rispondere con un’altra domanda: quante Melfi, quante Atm di Milano, quante Termini Imerese esistono potenzialmente oggi in Italia? Quante Scanzano e quante Acerra possono esplodere, considerata la situazione economica, salariale, occupazionale e sociale in generale? Ci pare che la domanda si risponda da sola. Queste lotte rispondono una volta per tutte a tutte quelle posizioni che proclamavano la fine della lotta di classe, che teorizzavano come la precarizzazione avrebbe impedito la lotta collettiva dei lavoratori, che dichiaravano che a Melfi la Fiat era riuscita a mettere in piedi la “fabbrica integrata e aconflittuale” e tante altre dannose idiozie con le quali l’intellettualità di sinistra, anche “radicale”, tentava di giustificare la propria impotenza politica e il proprio opportunismo. Se la politica di lacrime e sangue degli anni ’90 è stata deleteria per tutto il proletariato italiano, per quello meridionale è stata devastante. Il 75% delle famiglie povere si concentra al sud, la disoccupazione è al 18% contro la media nazionale del 9% e tocca il 49% per i giovani sotto i 24 anni, mentre 450mila famiglie meridionali non vedono nemmeno un occupato tra le proprie fila. L’idea che l’Italia abbia ereditato un sud irrimediabilmente arretrato è falsa. La borghesia italiana per 150 anni ha fatto del sud la propria colonia e questo, sia pure in forme parzialmente nuove, continua ad essere vero oggi. Il mezzogiorno continua ad essere riserva di manodopera a basso costo sia attraverso una forte ripresa dell’emigrazione al nord durante gli anni ’90 (con punte di 90mila unità all’anno), sia attraverso lo sviluppo di poli industriali come Melfi, sulla base dei bassi salari e delle massicce sovvenzioni statali. A fianco a questo sfruttamento della forza lavoro meridionale vediamo altre forme di sfruttamento: il territorio saccheggiato dai grandi specultaori o usato come discarica (Scanzano), la salute dei cittadini e dei territori messa a disposizione dell’eco-business (Acerra), le nuove servitù militari (Maddalena). Oggi però vediamo finalmente il rovescio della medaglia: finisce l’epoca della rassegnazione e si manifesta una ribellione diffusa e una grande disponibilità dei lavoratori e del popolo meridionale a rendersi protagonista di mobilitazioni che si pongono all’avanguardia nel panorama nazionale. Oggi il sud è alla testa delle mobilitazioni operaie e popolari (Termini Imerese, Melfi, Polti sud, Scanzano, Acerra) e avrà un ruolo decisivo in futuro, da qui il bisogno che il Prc impegni risorse ed energie per costruire e radicare il partito tra le massi meridionali. La crisi sociale ricade con maggiore brutalità sulle donne lavoratrici: l’aumento dell’occupazione femminile dal 28,6% al 32,3% fra il 1992 ed il 2002 si è tradotto nella creazione di posti di lavoro precari e sottopagati, che non prevedono l’erogazione di congedi di maternità (ridicoli quando ci sono); l’obbligo del lavoro notturno per le donne che ha compresso fortemente i loro “tempi di vita”, costringendole a fare i salti mortali per incastrare lavoro e famiglia. Sono le prime vittime dei tagli allo Stato Sociale: in mancanza di strutture pubbliche che accolgano anziani e malati, le funzioni di cura ed assistenza ricadono interamente sulle spalle delle donne; la riforma Moratti da un lato espellerà non meno di 17.000 insegnanti dalla scuola, attaccando frontalmente uno dei tradizionali settori d’impiego femminile, dall’altro con l’abolizione del tempo pieno costringerà al licenziamento molte lavoratrici, che non potranno permettersi babysitter. Inoltre la legge sulla fecondazione assistita (che riconosce l’embrione come soggetto giuridico avente il diritto a vedere difesa la propria vita, mettendo così in discussione la legge sull’aborto) così come gli assegni alle donne che rinunciano ad abortire e la proposta di far pagare alle donne che abortiscono il costo dell’intervento fanno capire quanto profondamente il controllo del corpo e della capacità riproduttiva delle donne siano fortemente osteggiate dall’ideologia oscurantista della borghesia. Consci che la soluzione di questi problemi può essere soltanto collettiva, legata allo sviluppo di un movimento di massa che veda le donne lavoratrici in prima fila nella lotta contro il capitalismo, pensiamo che questo sia un terreno in cui il partito si debba impegnare affinchè il movimento operaio sappia farsi portatore di rivendicazioni che difendano i diritti delle donne e non baratti, come spesso è successo, questi diritti sull’altare delle dipolomazie fra forze politiche

PRC E MOVIMENTI: UN BILANCIO DALLO SCORSO CONGRESSO

Il V Congresso del partito (2002) si era svolto all’insegna della svolta verso i movimenti, della “contaminazione”, della immersione e anzi dell’identificazione completa del Prc con i “movimenti” e in particolare con il movimento “noglobal”. Tale svolta è stata accompagnata da un vasto processo di revisione ideologica (religione, nonviolenza, resistenza, ruolo del partito, e via di seguito) che avrebbe dovuto, nelle intenzioni dichiarate, rimuovere gli ostacoli che si frapponevano fra i protagonisti dei movimenti e la struttura organizzata del partito stesso. Balza agli occhi come a oltre due anni da quel congresso, tale obiettivo sia stato completamente mancato. I dati del tesseramento, della militanza, della diffusione di Liberazione, insomma tutti gli indicatori dell’influenza organizzata del partito sono in calo costante. Pur giurando ad ogni passo sui “movimenti”, il partito si trova di fatto in una posizione di debolezza precisamente sul fronte dei movimenti di massa. Con il movimento contro la guerra, in particolare nei suoi settori più avanzati, la posizione assunta dalla Gad e sottoscritta dal partito apre una divaricazione potenzialmente pericolosa. Nel movimento “noglobal”, il maldestro tentativo di matrimonio con i “disobbedienti” è finito in cocci (come era inevitabile e prevedibile fin dal primo giorno) senza procurarci alcun vantaggio politico e anzi con l’uscita dal partito di alcuni settori dei Giovani comunisti. La “contaminazione” con i movimenti ha significato nella pratica la rincorsa alle azioni “disobbedienti” e in generale l’adozione di tutte le teorie “alla moda” negli stati maggiori dei Social Forum. Tale linea portava il partito a voltare le spalle al movimento operaio proprio mentre nel paese reale esplodeva il conflitto sociale, partendo dalle mobilitazioni sull’articolo 18. Di fatto l’intera impostazione teorica e pratica del “nuovo movimento operaio” ha spiazzato il partito di fronte ai conflitti reali. La centralità della contraddizione di classe viene negata, sostituita da una semplice elencazione di “culture critiche” (femminismo, ecologismo, pacifismo) che vengono proposte come pilastri fondanti della nuova identità comunista. Anche la rottura con lo stalinismo è stata condotta in nome di una genericissima critica del “novecento” e della presa del potere nella quale obiettivamente viene rimossa l’eredità irrinunciabile della rivoluzione d’Ottobre e dell’elaborazione dell’Internazionale comunista degli anni rivoluzionari, prima della degenerazione stalinista; ci si è posti così sul terreno non della critica comunista e di classe allo stalinismo, ma su quello tradizionale del liberalismo e della socialdemocrazia. I movimenti di questi anni hanno coinvolto vasti settori di massa, anche eterogenei fra loro. Tuttavia è necessario che il partito tracci una strategia chiara nelle mobilitazioni, la nostra analisi non può limitarsi ad elencare una lunga serie di soggetti (il movimento noglobal, il movimento girotondino, il movimento contro la guerra, quello dei lavoratori, i movimenti in difesa del territorio e della salute, ecc.). Dobbiamo perseguire sistematicamente una linea che ponga la classe operaia come perno fondamentale di ogni strategia di mobilitazione. Il ruolo decisivo dei lavoratori e delle loro organizzazioni di massa è stato confermato una volta di più dagli avvenimenti di questi anni. L’entrata in campo della classe operaia organizzata è stato l’elemento chiave che ha permesso alle mobilitazioni di estendersi a un livello mai raggiunto in passato ed è la chiave di volta per qualsiasi strategia che punti a rovesciare i rapporti di forza nel paese e ad aprire la strada ad una reale alternativa. La classe lavoratrice può e deve porsi in una posizione dirigente ed esercitare un’egemonia facendosi carico di tutte le rivendicazioni progressive che emergono anche da altri strati popolari e inserendole in una cosciente strategia rivoluzionaria. È questa l’unica credibile strategia di unificazione e di sviluppo dei movimenti di massa; ogni altra prospettiva condanna di fatto i movimenti alla dispersione politica, al ripiegamento in una logica settoriale e di pressione e in ultima analisi ad essere riassorbiti.

GUERRA, IMPERIALISMO, PACIFISMO E RESISTENZA

La guerra in Iraq ha messo a nudo la crisi dell’imperialismo Usa, i limiti di quella che a molti era sembrata una potenza invincibile. Gli Usa sono in realtà intrappolati in Iraq; non possono vincere la guerra contro un popolo in rivolta; d’altra parte ritirarsi significherebbe dichiarare la propria impotenza di fronte al mondo intero che avevano sfidato decidendo di andare in guerra a qualsiasi costo. La rielezione di Bush non cambia di una virgola la situazione. Non è l’inquilino della Casa Bianca a decidere: decidono gliinteressi di fondo dell’imperialismo americano e la sua posizione nel mondo. La potenza americana non può vincere in Iraq, ma prima di abbandonare la preda commetteranno ogni possibile crimine. Il loro scopo non è più quello di vincere, ma quello di devastare il paese e precipitarlo in uno stato di tale distruzione economica, sociale e culturale che quando infine abbandonino la preda non possa sorgere alcun movimento di massa che possa costituire un punto di riferimento per le masse arabe. Sono stati proprio gli americani a fare di tutto per fomentare il conflitto etnico e religioso in Iraq; se saranno costretti ad abbandonare il paese, vogliono lasciare un caos sanguinoso che precluda qualsiasi possibile sviluppo rivoluzionario della lotta contro l’occupazione. Ricade quindi sul popolo iracheno e in primo luogo sui lavoratori, i disoccupati, i contadini, il peso terribile di una lotta per la liberazione contro un avversario disposto ad ogni violenza e armato fino ai denti. Il movimento operaio italiano e in primo luogo i comunisti devono prendere il posto che gli spetta in questa battaglia. Respingiamo la tesi dell’imperialismo (e del fondamentalismo reazionario) secondo la quale il mondo si avvierebbe verso un conflitto di civiltà. In realtà le azioni sanguinose ed efferate di gruppi reazionari come Al Qaeda e altri analoghi, per quanto appariscenti e largamente sfruttate dalla propaganda di guerra, non sono altro che una minima parte di quanto avviene sul campo in Iraq. La resistenza irachena non è questo, ma è una guerra di popolo, che coinvolge migliaia e migliaia di militanti con un appoggio di massa nella popolazione, che ha visto non solo un crescendo della guerriglia contro le truppe occupanti, ma anche episodi di mobilitazioni di piazza con scioperi, manifestazioni e vere e proprie rivolte di massa contro l’occupazione e il governo collaborazionista. I comunisti devono dichiarare ad alta voce che il popolo iracheno ha il diritto e il dovere di ribellarsi a un’occupazione criminale; che tale lotta può essere vittoriosa solo come lotta di massa con al centro la classe operaia e le altre classi sfruttate della popolazione; che l’aspetto militare della lotta deve essere inserito e subordinato alla prospettiva di un’insurrezione di massa che liberi il paese dagli occupanti. Quanto più il movimento operaio su scala internazionale saprà schierarsi attivamente contro l’occupazione in Iraq, utilizzando tutte le necessarie forme di lotta: manifestazioni, scioperi, boicottaggi delle infrastrutture militari Usa e alleate (lotta per la chiusura delle basi, ecc.), tanto più si ridurrà lo spazio per la demagogia fondamentalista; viceversa, tale demagogia può trovare una parvenza di fondamento fino a quando agli occhi del popolo arabo e dei popoli oppressi in generale, sinistra significherà Blair, Schroeder o D’Alema e fino a quando i partiti comunisti saranno identificati con le posizioni collaborazioniste del Pc iracheno o con le posizioni incerte che hanno fin qui caratterizzato la linea del Prc riguardo la resistenza in Iraq. La borghesia araba ha completamente tradito la lotta per la liberazione del popolo arabo, e in particolar modo dei palestinesi e degli iracheni. Questa considerazione vale non solo per i regimi reazionari come la monarchia saudita, il Kuwait, o gli emirati del Golfo, da sempre stretti alleati dell’imperialismo Usa; ma anche i regimi eredi della tradizione politica del nazionalismo arabo “progressista”: Libia, Siria, lo stesso Baath iracheno, l’Anp palestinese. Spetta al movimento operaio nel mondo arabo di raccogliere la bandiera dell’emancipazione e dell’unificazione del popolo arabo, diviso da frontiere in larga misura artificiali tracciate dall’imperialismo e dai regimi suoi complici nell’arco di un secolo. La lotta per la liberazione del popolo arabo da queste catene è quindi anche una lotta contro la borghesia araba e contro i regimi arabi e può giungere a una reale vittoria se in essa si unirà la spinta alla liberazione nazionale e quella alla emancipazione sociale. Una federazione socialista del Medio oriente, nella quale la classe operaia e i contadini possano gestire direttamente le risorse immense della regione, dal petrolio all’acqua, alla terra, è l’unico quadro possibile per lo sviluppo della regione e per una soluzione equa dei conflitti nazionali riconoscendo i diritti di tutti i popoli della regione: arabi, ebrei, curdi, berberi, ecc., e un quadro di convivenza pacifica fra le diverse nazionalità, religioni e culture. Al di fuori di questa prospettiva c’è solo il precipitare in una ulteriore balcanizzazione, l’incancrenirsi del conflitto araboisraeliano, il perpetuarsi della divisione e dell’oppressione. Lo ha dimostrato un decennio di “negoziati” sulla Palestina, negoziati che basandosi sull’utopica prospettiva di una pace equa su basi capitaliste non hanno significato altro che un continuo inganno ai danni del popolo palestinese e degli stessi ebrei, spinti in un vicolo cieco da tale politica. Analogamente, qualsiasi tentativo da parte dell’imperialismo di fuoriscita graduale e concordata dall’Iraq sulla base di ipotetiche risoluzioni Onu con relative “conferenze di pace” non può che tradursi in un nuovo inganno ai danni del popolo iracheno e nell’instaurazione di un protettorato sulla linea di quanto avvenuto in Bosnia, Kosovo, Afghanistan. Il movimento operaio in occidente deve tendere la mano alla lotta dei lavoratori e del popolo arabo, anche attraverso la vicinanza con le comunità di immigrati fortemente presenti nel nostro paese e in Europa e proclamare ad alta voce e coi fatti la propria completa ostilità alla guerra e la solidarietà con la lotta di resistenza all’occupazione, rifiutando ogni appoggio a qualsiasi idea di protettorato o di occupazione Onu sull’Iraq.

LA CRISI DEL CAPITALISMO E LE SUE CONSEGUENZE

Si manifesta in modo sempre più evidente la crisi del capitalismo su scala internazionale. È errato parlare solo di crisi della “globalizzazione”, o del “neoliberismo”, ossia di una determinata politica economica. Si tratta di una crisi organica del sistema capitalista su scala mondiale, che va ben oltre la “naturale” alternanza di cicli di boom e recessione che da sempre caratterizza questo sistema economico. La crisi si manifesta nell’accumularsi di contraddizioni esplosive a livello economico e finanziario; nella rottura dell’equilibrio internazionale, con una serie apparentemente inarrestabile di conflitti commerciali, diplomatici e militari; infine, nella rottura dell’equilibrio fra le classi, con la fine della pace sociale, la crisi del riformismo e della collaborazione di classe, la riapertura di prospettive rivoluzionarie in numerose aree del mondo e in particolar modo in America Latina. L’egemonia dell’imperialismo Usa è messa in discussione. L’impantanamento in Medio oriente, le difficoltà economiche crescenti, l’evidente difficoltà a mantere il controllo perfino nel loro “cortile di casa”, l’America latina, sono tutte manifestazioni di queste difficoltà. La politica estera aggressiva e arrogante di George W. Bush va letta non come una manifestazione di forza, ma precisamente come un tentativo di riaffermare un primato ormai sempre più traballante, sia verso potenziali rivali, sia, soprattutto, di fronte al manifestarsi sempre più evidente di un’insorgenza diffusa dei popoli del mondo ex-coloniale, non più disposti a vivere sotto le varie “democrazie” dollarizzate a sovranità strettamente limitata. L’inevitabile fallimento della politica americana in Iraq avrà profonde conseguenze rivoluzionarie, poiché farà venire meno lo spauracchio del “poliziotto mondiale”, ossia uno dei principali fattori che negli ultimi decenni, e in particolare dopo il 1991, aveva impedito lo sviluppo di processi rivoluzionari su vasta scala, particolarmente nei paesi dipendenti. Alla base delle difficoltà degli Usa vi sono gigantesche contraddizioni economiche. Da molti anni ormai, e in particolare dopo lo scoppio della “bolla” speculativa della cosiddetta new economy, l’economia nordamericana vive al di sopra dei suoi mezzi, finanziando i propri consumi con una gigantesca montagna di debiti. Questo vale sia per i consumi di massa delle famiglie, sia per la gigantesca spesa statale che sotto la spinta della nuova corsa al riarmo ha raggiunto livelli mai visti in precedenza e spinge il disavanzo pubblico annuo degli Usa attorno al 4% del Pil se non addirittura oltre. Le conseguenze degli squilibri economici degli Usa si ripercuotono su tutta l’economia mondiale. Il mercato statunitense assorbe gigantesche quantità di merci importate, in particolare dall’Asia, merci che acquista con soldi presi a prestito in misura sempre crescente, fino al punto che oggi gli Usa sono il primo debitore mondiale (25% del Pil) e le famiglie americane sono in media indebitate per il 107% del loro reddito annuo. L’intero sistema economico e finanziario internazionale è percorso da gigantesche tensioni; vi sono delle vere e proprie “bombe a orologeria” che rischiano di scoppiare e che potrebbero trascinare l’economia mondiale in una nuova crisi prima ancora che si sia manifestata una reale ripresa economica.

LA CRISI EUROPEA

Questa situazione di giganteschi squilibri e di concorrenza accanita sui mercati erode i margini per ogni organica politica di riforme. Questo è particolarmente evidente in Europa. Incapace di fare fronte all’offensiva degli Usa e premuta dalla concorrenza asiatica, la borghesia europea ha una sola via da percorrere: quella di un nuovo feroce attacco alle condizioni di vita della classe operaia e delle masse popolari in tutto il continente. In Germania, nel paese più ricco e potente d’Europa, nella patria della concertazione e della pace sociale, sotto un governo socialdemocratico, si mette in campo un’offensiva martellante il cui sbocco dichiarato è di tagliare il tenore di vita del popolo tedesco di un 30 per cento netto: un simile attacco non ha precedenti in tutto il dopoguerra, non solo in Germania ma in tutta Europa. Se questo è il cammino imboccato dalla Germania, cosa può accadere in paesi come l’Italia, con una struttura industriale già indebolita e appesantiti da un massiccio debito pubblico? Sono questi processi di fondo che spiegano le difficoltà politiche dei partiti e dei sindacati riformisti. In questo contesto economico risulta impensabile qualsiasi seria politica di riforme in favore della classe lavoratorice; il “riformismo senza riforme”, o meglio il “riformismo con le controriforme” di Schroeder, Blair, D’Alema, ecc. risulta alla lunga ingestibile. Le politiche della destra socialdemocratica (Schroeder, Blair, D’Alema, ecc.) che hanno fatto proprie tutte le compatibilità imposte dalla classe dominante non hanno quindi futuro; ma altrettanto impraticabili si dimostreranno anche quelle posizioni di sinistra che cominciano ad affacciarsi all’interno del campo riformista. Il sogno di un ritorno a politiche keynesiane, alla “programmazione” e in sostanza a una riedizione dell’epoca d’oro del riformismo degli anni ’60 è ancora più insensato. Le politiche keynesiane furono possibili solo grazie al gigantesco boom economico degli anni del “miracolo”, che nei paesi europei creava quegli spazi di manovra sufficienti all’edificazione del welfare state. A questo si aggiungevano fattori politici quali l’ondata di lotte operaie degli anni ’60 e ’70, nonché la necessità di affrontare la sfida con il blocco sovietico, che spingevano la classe dominante sulla via del compromesso sociale e di significative concessioni. Oggi il contesto economico è radicalmente differente. Pertanto le proposte di forze quali la sinistra Ds, la Fiom, l’Ig Metall e le nuove correnti di sinistra che si affacciano in Germania e in altri paesi, sono da considerarsi del tutto impraticabili. Il sogno che l’unificazione europea possa creare quegli spazi economici sufficienti a una politica di riforme si infrange contro la dura realtà dei fatti: il processo di integrazione europea, nella misura in cui procede, è fatto esclusivamente di politiche antioperaie e reazionarie sia sul piano interno (patto di stabilità, liberalizzazioni, privatizzazioni, attacco alle pensioni, ecc.), sia sul piano internazionale (esercito europeo, leggi anti-immigrazione, ecc.). La costruzione del Partito della sinistra europea si è fondata precisamente sull’ipotesi che il processo di unificazione dell’Europa capitalista possa creare margini per una politica di riforme. È questo il contenuto delle parola d’ordine dell’“Europa sociale” ormai adottata anche da settori della cosiddetta sinistra d’alternativa e radicale (ad esempio la Lcr francese). Tale posizione è completamente utopica, in quanto non tiene conto del contenuto di classe dell’europeismo. L’unica Europa possibile su basi capitaliste è un’Europa imperialista all’esterno e antioperaia all’interno. Rivendicare di essere i veri europeisti significa contribuire ad abbellire le politiche antisociali e reazionarie dettate da Bruxelles. Peraltro le contraddizioni che dividono i diversi Stati europei impediscono che il processo di unificazione si compia, e non è affatto detto che anche i livelli di integrazione già raggiunti non possano in futuro essere messi in discussione. In questo contesto vediamo una specifica debolezza del capitalismo italiano. L’ingresso nell’Euro ha messo impietosamente a nudo tutte le debolezze dell’industria italiana, privata della tradizionale arma della svalutazione e dalla spesa pubblica. L’Italia è un anello debole nella catena europea, come dimostrano la distruzione di settori industriali di base, l’inflazione crescente (legata non solo a elementi speculativi, ma anche alla scarsa produttività del sistema), la colonizzazione da parte del capitale straniero. Se i margini sono stretti in Europa, quindi, lo sono a maggior ragione nel nostro paese. Una seria battaglia di riforme sociali si scontra con queste rigide compatibilità e assume di conseguenza un contenuto potenzialmente anticapitalista.

ELEMENTI DI UN PROGRAMMA DI ALTERNATIVA

Tutto questo non significa che i comunisti abbandonano la lotta per le riforme “in quanto irrealizzabili”, al contrario: il peggioramento delle condizioni di vita spinge milioni di persone a lottare per difendere diritti elementari come quello alla salute, all’istruzione, al lavoro, alla pensione, ecc. In questa lotta è nostro compito partecipare in prima fila, sostenendo ogni rivendicazione progressiva, per quanto parziale, e legandola costantemente alla necessità di una radicale trasformazione del sistema economico e di una rottura con le compatibilità capitaliste come unica via per qualsiasi reale miglioramento nelle condizioni di vita. Avanziamo qui alcuni elementi centrali di un programma d’alternativa in questa fase.

1) Diritto al lavoro. Abolizione della legge 30, del Pacchetto Treu e trasformazione di tutti i contratti precari in contratti a tempo indeterminato. Difesa di ogni posto di lavoro minacciato da crisi e ristrutturazioni, per la riduzione della settimana lavorativa a 35 ore senza perdita salariale né contropartite in flessibilità. Se necessario, procedere alla nazionalizzazione sotto il controllo operaio delle aziende in crisi senza indennizzo se non per i piccoli azionisti.

2) Questione salariale: per una nuova scala mobile che difenda salari e pensioni dall’aumento reale di prezzi, difesa dei contratti nazionali e rottura della gabbia concertativa, per un serio salario minimo legale intercategoriale, indicizzato; per un salario garantito ai disoccupati. Per una pensione pubblica dignitosa per tutti, contro i fondi pensione integrativi e privati.

3) Scuola, università e sanità devono essere diritti garantiti e gratuiti. No all’ingerenza dei privati e alla controriforma federalista di scuola e sanità. Raddoppio della percentuale del Pil destinata all’istruzione (fino al 7% del Pil).

4) Rinazionalizzazione di tutti i settori privatizzati in questi anni, senza indennizzo se non per i piccoli azionisti: telecomunicazioni, Enel, Eni, acciaio, aziende municipalizzate, ecc, da rilanciarsi sotto il controllo dei lavoratori.

5) Diritto alla casa. Esproprio delle grandi immobiliari che tengono migliaia di appartamenti sfitti per fini speculativi, blocco della svendita del patrimonio immobiliare pubblico, per un piano su vasta scala di edilizia popolare che offra canoni non superiori al 10% di un salario.

6) Pesante tassazione delle grandi rendite finanziarie come primo passo verso l’esproprio dei grandi patrimoni.

7) Con le risorse reperibili attraverso queste misure, elaborare un grande piano di rilancio economico, sociale, ambientale, sotto il controllo democratico dei lavoratori, dei pensionati, delle associazioni di massa.

8) Pieni diritti democratici agli immigrati: abolizione della Bossi-Fini, della Turco-Napolitano, chiusura dei cpt. No ai flussi, permesso di soggiorno per tutti, diritto di voto dopo un anno di permanenza.

9) Contro la legge 40 (fecondazione assistita), contro tutti gli attacchi alla legge 194 e all’autodeterminazione femmnile. Rilanciamo la lotta per i diritti delle donne nei luoghi di lavoro e nella società: reintroduzione del divieto del lavoro notturno, rilancio della rete dei consultori pubblici, dei nidi e degli asili e di tutte le strutture necessarie per una seria gestione pubblica dell’assistenza.

10) Contro l’Europa capitalista di Maastricht, di Schengen e del Trattato costituzionale. Per l’uscita dell’Italia dalla Nato e la chiusura delle basi Usa e Nato sul nostro territorio. Ritiro delle truppe dall’Iraq, dall’Afghanistan e dai Balcani.

LA CRISI DELLA SOCIALDEMOCRAZIA E LA LOTTA PER L’EGEMONIA, CONTRO IL SETTARISMO

Scopo del dibattito congressuale è di tracciare una strada credibile e percorribile attraverso la quale il Prc possa diventare forza egemonica nel movimento operaio italiano, e quindi rovesciare i rapporti di forza a sinistra. La possibilità di questo obiettivo discende dalla crisi del riformismo della quale abbiamo già trattato. L’impossibilità di una seria politica di riforme mina alla base ogni politica di pace sociale, di collaborazione di classe: di conseguenza si preparano le condizioni di una profonda crisi dei partiti riformisti. La crisi politica della socialdemocrazia si manifesta anche nelle crescenti divisioni che attraversano i partiti e i sindacati di massa in Europa. Timidamente tornano a farsi sentire posizioni critiche e si aggrega una sinistra più o meno consistente, in un processo che significativamente interessa anche e soprattutto le grandi organizzazioni sindacali. Lo abbiamo visto prima con il “cofferatismo” e poi con l’emergere di una posizione distinta della Fiom rispetto alla Cgil, lo vediamo in Germania nell’Ig Metall e nella differenziazione di alcuni gruppi “di sinistra” all’interno della socialdemocrazia, lo abbiamo visto in Gran Bretagna con il riemergere di un’opposizione a Blair all’interno del Labour, legata a una serie di spostamenti a sinistra negli apparati sindacali. Queste correnti di sinistra si caratterizzano soprattutto per la loro incertezza nel contrapporsi alla destra della socialdemocrazia e per la loro completa confusione politica e programmatica. È tuttavia innegabile che il loro emergere costituisce una prima, timida manifestazione all’interno degli apparati di una spinta crescente della base di massa di queste organizzazioni. Il nostro compito non è quello di condurre ambigue manovre diplomatiche con i dirigenti di queste correnti, ma di saperci inserire nei varchi che si aprono per condurre la nostra battaglia di egemonia. È necessario a questo fine avere una chiara visione della natura dei partiti socialdemocratici e delle contraddizioni che li attraversano. L’essenza della socialdemocrazia, infatti, non è né è mai stata quella di proporre “le riforme” sempre e comunque, oppure quella di prefigurare una linea gradualista, ma pur sempre orientata al socialismo. Sostenere questa analisi significa in ultima analisi idealizzare la socialdemocrazia del passato, la quale invece non si è mai fatta scrupoli nel sostenere le peggiori politiche della borghesia, in particolare nei periodi di crisi sociale ed economica (basti pensare alle responsabilità della socialdemocrazia nella Prima guerra mondiale, nella repressione della rivoluzione tedesca del 1919, nelle imprese coloniali dell’imperialismo francese e britannico in particolare, ecc.) L’essenza della politica socialdemocraticaè sempre stata quella di “rappresentare”, mediare e trattare gli interessi della classe lavoratrice all’interno delle compatibilità economiche e politiche del sistema capitalista. L’aspetto dominante della politica socialdemocratica non sono quindi le “riforme”, ma è l’adattamento passivo a questa società. La socialdemocrazia è stata pacifista nei periodi di pace, ha accettato la guerra nei periodi di conflitti, è stata keynesiana nel periodo di espansione economica postbellica e liberista negli ultimi due decenni. In questo senso, non si distingue affatto da qualsiasi altro partito democratico borghese. L’aspetto decisivo che la distingue è la propria capacità di egemonizzare e controllare la classe lavoratrice, non solo e non tanto nel senso di conquistarne i voti nelle elezioni, ma di controllare le organizzazioni dei lavoratori a partire dai sindacati e di esercitare quindi un controllo sulle loro mobilitazioni. Gli avvenimenti degli ultimi anni smentiscono chi in passato parlava in modo unilaterale di svolta liberale, di sradicamento “definitivo” di partiti quali i Ds o il Labour dal movimento operaio, confondendo la critica della politica dei loro dirigenti con la loro natura e il loro radicamento di classe. Non è un caso se la ripresa dei movimenti di massa ha determinati effetti su questi partiti mentre non li ha sui partiti borghesi democratici del centro. Questo dimostra come tutte quelle analisi avevano il limite di essere del tutto statiche e formali, di limitarsi cioè ad indicare una serie di aspetti evidenti dell’evoluzione politica e ideologica delle burocrazie sindacali e socialdemocratiche, senza però scendere sul terreno dell’analisi concreta dei rapporti di classe. La socialdemocrazia non sparirà sotto il peso delle sue contraddizioni. È necessario che vi sia un’alternativa credibile e di massa che possa candidarsi a dirigere il movimento operaio fuori dalle secche del riformismo. In assenza di tale alternativa, le masse tentano inevitabilmente, una e più volte, di utilizzare i partiti socialdemocratici, li eleggono al potere, tentano di influenzarne le politiche. È questa, per esempio, la lezione che ci viene dalla Francia e dalla Spagna. I lavoratori avevano punito duramente a livello elettorale le politiche dei governi socialisti (Spagna) e di “sinistra plurale” (Francia), così come era avvenuto nel 2001 in Italia e come potrebbe accadere in Germania alle prossime elezioni politiche. Tuttavia, dopo pochi anni da quelle sconfitte elettorali in entrambi i paesi la sinistra è tornata a vincere anche sul terreno elettorale, così come potrebbe accadere anche in Italia. Questo processo non è una semplice “alternanza” orchestrata dalla borghesia, che chiamerebbe alternativamente al potere coalizioni di destra e di sinistra come un regista chiama in scena via via diversi attori; va da sè che la classe dominante ha i mezzi per far valere la propria volontà e i propri interessi rispetto a qualsiasi governo e qualsiasi maggioranza parlamentare. Ma l’aspetto decisivo di queste oscillazioni elettorali è che esse dimostrano la ricerca di una via d’uscita da parte delle masse, che cercano di risolvere per questa via contraddizioni sempre più acute. Il ritorno al voto a sinistra in Francia, Spagna, Italia non avviene quindi per la credulità o per l’“arretratezza” dei lavoratori, ma perché quando sono in gioco questioni ritenute decisive, le masse si esprimono necessariamente attraverso grandi organizzazioni, e non prendono in seria considerazione alternative minoritarie. La costruzione di un partito che aspiri all’egemonia nella sinistra non può compiersi con la sola denuncia della collaborazione di classe perseguita dai vertici dei Ds, né con il solo lavoro di costruzione del partito e delle sue strutture. È necessaria una tattica adeguata che parta da un dato di fatto fondamentale: le forze riformiste, in Italia fondamentalmente i Ds e la Cgil, egemonizzano il movimento operaio organizzato non in virtù di un “complotto”, ma per un legame storico profondo che lega i lavoratori a organizzazioni che direttamente (Cgil) o indirettamente (Ds) si rifanno a una tradizione ormai secolare. Tale legame non può essere rotto con la sola denuncia dei loro errori politici, con l’accusa monotonamente ripetuta di “tradimento”. La riprova di questa verità la vediamo in paesi come la Francia, dove a differenza che in Italia le forze dell’estrema sinistra come Lutte Ouvriere hanno raggiunto in un momento dato una rilevante consistenza elettorale, ma si sono dimostrate completamente incapaci di andare oltre quel livello e nel momento in cui la massa dei lavoratori ha cominciato a cercare un canale per esprimere la propria opposizione al governo delle destre sono entrate in crisi, anche a livello elettorale, mentre il partito socialista e quello comunista sono tornati a crescere. Le cause delle difficoltà delle forze della sinistra “rivoluzionaria” francese (così come di quella Argentina, che in parte ha seguito un analogo percorso) non sono ovviamente riconducibili solo a questo fattore. Tuttavia ai fini del nostro dibattito è necessario concentrarsi su un punto: è un’illusione pensare di sostituire l’egemonia esercitata dai riformisti con la semplice denuncia, con la costruzione di fantomatici “poli” alternativi che con il semplice appello alla base delle organizzazioni riformiste di massa puntino a sottrarre a quest’ultime la loro base. Un’illusione che più volte ha condotto in un vicolo cieco forze militanti che se meglio dirette avrebbero potuto avere ben altri sviluppi. Si tratta di una vecchia lezione, che non venne compresa a suo tempo dall’estrema sinistra italiana nei confronti del Pci, durante l’autunno caldo del ’69 e negli anni successivi, e che in tempi più recenti non è stata compresa da forze come Lcr- Lo in Francia, dalle forze che si sono scisse da Izquierda Unida in Spagna (la “Corriente roja”), ecc. e che se non compresa impedirà il formarsi di una credibile alternativa marxista nel dibattito che oggi attraversa il nostro partito e l’intera sinistra italiana.

IL MITO DELL’“ALLEANZA COL CENTRO”

L’alleanza con il centro borghese è da oltre un decennio l’asse attorno al quale ruota la politica dei Ds. Tale alleanza è stata presentata come indispensabile per sconfiggere le destre, per conquistare una maggioranza elettorale e andare al governo. “La sinistra da sola perde” è stato il ritornello ripetuto milioni di volte per fare accettare ai lavoratori la collaborazione di classe. La realtà ci dimostra come sia invece vero l’esatto contrario: l’alleanza col centro è stata la causa fondamentale delle vittorie della destra e delle sconfitte di questi anni. Se andiamo indietro negli anni, vediamo come il grande movimento che nel 1994 portò alla caduta del primo governo Berlusconi venne vanificato dalla coalizione con Dini (alla quale il Prc fu estraneo) che fece una controriforma delle pensioni analoga a quella proposta in precedenza da Berlusconi. Successivamente, fra il 1996-98, l’accordo con Prodi è stato causa di un pesante arretramento per il movimento operaio: precarizzazione, privatizzazioni, coinvolgimento nella guerra in Jugoslavia, legge Turco-Napolitano, avvio dei processi di privatizzazione nella scuola e nella pubblica amministrazione, e si potrebbe continuare a lungo. Tale arretramento è culminato con la sconfitta elettorale del 2001 e il ritorno al potere di Berlusconi. Di tale sconfitta sul piano sociale le peggiori conseguenze politiche le pagò proprio il Prc con la scissione del 1998. Anche dall’opposizione, l’alleanza con il centro è stato una pesante zavorra che ha sistematicamente lavorato per depotenziare i movimenti di massa: la realtà è che il centrosinistra è stato incapace di battersi seriamente contro la destra sia nelle piazze che nelle istituzioni proprio a causa della sua subordinazione agli interessi della classe dominante. Anche l’argomento elettorale è falso da cima a fondo. I risultati delle ultime elezioni dimostrano chiaramente che il voto va a sinistra. Il “listone” ulivista delle europee è andato male, mentre laddove il voto si esprime sui singoli partiti favorisce Ds, Pdci, Prc e Verdi mentre la Margherita subisce una batosta dietro l’altra e l’Udeur praticamente scompare. I lavoratori, i pensionati, i giovani, tutti coloro che vogliono cacciare Berlusconi non votano per il centrosinistra e per l’alleanza, ma votano per un’alternativa di sinistra. Poiché nessuna forza propone tale alternativa, lo fanno con gli strumenti che hanno a disposizione: puniscono i centristi e sostengono le forze di sinistra laddove questo è possibile, manifestando invece freddezza quando sono costretti a ingoiare il “minestrone” ulivista. Un’alleanza delle sinistre che proponesse una rottura radicale con le politiche seguite in questi anni, che dichiarasse apertamente di volere rompere con i partiti borghesi di centro e con le loro politiche non solo motiverebbe ancora di più la propria base, ma potrebbe anche fare efficacemente appello a quei settori popolari che in passato erano stati sedotti dai partiti di destra e che rimangono sospettosi verso figure come Prodi, che incarnano le politiche di austerità e le regole dell’Europa capitalista.

QUALE POSIZIONE ELETTORALE?

La nostra posizione elettorale deve quindi discendere da questa generale linea strategica, e non il contrario come sistematicamente è avvenuto negli scorsi anni. L’applicazione concreta, tuttavia, può essere valutata solo sul campo, quando siano chiare le condizioni concrete nelle quali si svolgerà la campagna elettorale. Se un movimento di massa riuscisse a rovesciare il governo creerebbe le condizioni potenziali per uno spostamento a sinistra dell’intero quadro politico, per il generalizzarsi di parole d’ordine più avanzate, per la marginalizzazione delle forze centriste e per rimettere in discussione l’alleanza ulivista e la leadership di Prodi. In quel contesto la proposta di un governo delle sinistre con un programma di difesa degli interessi dei lavoratori diventerebbe più credibile, comprensibile e praticabile. È precisamente per timore di sviluppi di questo genere che tutti i gruppi dirigenti del centrosinistra sono contrari a ogni ipotesi di dare una “spallata” al governo con la mobilitazione di massa. Tuttavia uno sbocco di reale alternativa sul terreno di governo appare oggi lontano, non solo per la chiara egemonia centrista sulla Gad, ma anche per l’eredità di una lunga subordinazione dei Ds a politiche concertative e liberiste. Sarà necessario sviluppare altre proposte tattiche che ruotino attorno a un principio chiaro e comprensibile: vogliamo contribuire alla sconfitta di Berlusconi, ma non siamo disposti a entrare in una coalizione di governo che necessariamente sarà subordinata agli interessi dell’avversario di classe. L’applicazione concreta di tale posizione potrebbe consistere in una desistenza (totale o parziale, concordata o unilaterale) verso le sole forze della sinistra, senza alcuna disponibilità a votare alcun candidato borghese dei partiti di centro. Una proposta difensiva, quindi, volta a salvaguardare l’indipendenza politica del partito, la sua autonomia di classe, mantenendo al tempo stesso aperto un canale di comunicazione con la base di massa delle altre forze della sinistra. Seppure per una fase la spinta all’“unità a tutti i costi” potrebbe crearci una relativa difficoltà, un’applicazione corretta di questa tattica porrebbe il partito nella migliore condizione successivamente per raccogliere la spinta delle mobilitazioni di massa che inevitabilmente seguirebbero una sconfitta elettorale della destra. Lo scopo della tattica, infatti, non è quello di conquistare un deputato in più, ma di collocare politicamente il partito nella migliore posizione per sfruttare l’inevitabile crisi delle forze riformiste nella fase successiva, di non farci schiacciare dalla pressione in favore di una unità a qualsiasi costo, per poi passare a nostra volta all’offensiva una volta che l’inevitabile crisi delle politiche riformiste si palesi in modo evidente agli occhi delle masse. È questa la lezione della migliore elaborazione dei partiti comunisti nella loro fase più alta, dei primi quattro congressi dell’Internazionale comunista, che elaborarono i concetti del fronte unico, del governo operaio, e in generale della strategia che i partiti comunisti dovevano sviluppare a fronte delle forti organizzazioni socialdemocratiche che dominavano il movimento operaio. Il movimento operaio europeo è in una fase di risveglio dopo un riflusso durato una generazione. Questo significa che i prossimi governi di sinistra o di centrosinistra avranno una traiettoria diversa da quelli degli anni ’90; in Italia, una vittoria sulla destra ottenuta con la mobilitazione sul campo, ma anche se maturata per la via elettorale, non significherà il “rompete le righe” per i movimenti di massa; semmai può significarlo per tutto quel ceto politico “di movimento” che correrà ad accomodarsi nella nuova situazione. Ma i lavoratori vedranno nella sconfitta di Berlusconi la rimozione di un ostacolo fondamentale per la riuscita delle mobilitazioni, e tenderanno quindi non a mettere da parte le proprie rivendicazioni, ma al contrario a presentarle con maggiore fiducia e determinazione. Sarà una fase decisiva nell’evoluzione della coscienza di massa. Il conflitto fra le aspirazioni dei lavoratori e la politica delle burocrazie riformiste aprirà enormi varchi per l’affermazione delle idee comuniste e per raccogliere i settori più combattivi e coscienti del movimento operaio attorno alla prospettiva di un cambiamento rivoluzionario.

COSTRUIRE IL RADICAMENTO OPERAIO DEL PARTITO

La presenza organizzata del partito nei luoghi di lavoro e nelle organizzazioni sindacali ha toccato in questi anni un punto minimo. È necessario un intervento sistematico che orienti i nostri circoli e i nostri militanti su questo terreno di importanza strategica. Le grandi mobilitazioni di questi anni cominciano ad avere un effetto nella Cgil; emerge una nuova leva di attivisti e di delegati caratterizzati da una maggiore radicalità e dalla volontà di voltare pagina rispetto agli anni della concertazione, dei continui cedimenti. Parallelamente vediamo un’importante spinta alla sindacalizzazione e alla lotta collettiva da parte di nuovi settori, in particolare fra quei giovani precari che caratterizzano ormai massicciamente tanti luoghi di lavoro sia “tradizionali” che di recente sviluppo (call centers, grande distribuzione, ecc.). È importante notare come questi processi si sviluppino tanto nell’industria quanto nei servizi, a dimostrazione del fatto che l’innovazione tecnologica e la precarizzazione spinta abbiano livellato le condizioni di lavoro e salariali verso il basso, creando le condizioni per una maggior omogeneità e gettando le basi per una riconquistata unità di classe nelle lotte. Di questi processi principale beneficiario è stata la Cgil, che ha potuto così reggere i ripetuti tentativi di spaccatura da parte di Cisl e Uil in accordo col governo, recuperando una credibilità che molti osservatori superficiali avevano considerato negli anni scorsi come irrimediabilmente compromessa. La vecchia sinistra Cgil di “Cambiare Rotta” non è stata minimamente toccata da questo processo a dimostrazione della sua natura completamente burocratica e opportunista, fino al punto che oggi quest’area è stata ampiamente scavalcata a sinistra dalle posizioni del gruppo dirigente della Fiom. Il Prc deve sostenere attivamente qualsiasi evoluzione a sinistra da parte di settori della Cgil, come avviene ora con la Fiom e come domani potrebbe accadere con altre categorie o organizzazioni locali. Tuttavia tale sostegno non può mai ridursi ad un appoggio acritico; per quanto positive le prese di posizione di Rinaldini si caratterizzano per il loro carattere esitante, per la costante difficoltà a passare dalle parole ai fatti, per l’incapacità di adottare metodi di lotta e di organizzazione adeguati all’altezza della sfida. Le vicende dei contratti nazionali dei metalmeccanici confermano tanto i tratti positivi (il rifiuto della Fiom di firmare un contratto bidone, il tentativo di proseguire la lotta) quanto i pesanti limiti (una tattica errata che divideva le forze anziché concentrarle, incapacità di organizzare un’effettiva partecipazione democratica di massa alla gestione della lotta in tutti i suoi aspetti, lunghi momenti di vuoto di indicazioni concrete da parte del gruppo dirigente, ecc.). Questa valutazione complessiva ci porta a una conclusione: anche verso i settori più a sinistra e combattivi della Cgil dobbiamo mantenere un atteggiamento critico, non rilasciare assegni in bianco ma lavorare coerentemente per approfondire la mobilitazione, perché alle parole seguano i fatti, contro ogni delega passiva ai gruppi dirigenti. Questo è ancora più necessario in quelle categorie nelle quali la posizione dei gruppi dirigenti della Cgil non ha visto alcuna evoluzione e si mantiene sulle più classiche linee concertative. Alcuni esempi in questo

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