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(6 Ottobre 2010) Enzo Apicella
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Sud est asiatico: una catastrofe poco naturale

un volantino diffuso a Napoli

(2 Gennaio 2005)

Decine, forse centinaia di migliaia di morti, donne uomini e bambini che non saranno mai neppure censiti, come gli “zingari del mare” o i villaggi temporanei di pescatori sulle rive di Sumatra, dell’India e dello Sry Lanka. Un’area grande quanto l’Europa, una tragedia oltre l'immaginazione: se ne sono accorti persino i nostri tg, dopo ore spese nelle vergognose interviste per le vacanze rovinate dei vip.

“Un’enorme catastrofe naturale” ci dicono, le prove di “suicidio” del pianeta.

Ma è così? Esistono davvero catastrofi naturali che sono solo catastrofi “naturali”?

Perché il terremoto in Irpinia non fa le stesse vittime di uno uguale a San Francisco!?

In realtà, nella tragedia del Sud Est asiatico c’è tutta la miseria immane cui questo modello di globalizzazione ha costretto quei popoli, spingendo miliardi di persone a un’urbanizzazione forzata sulle coste, alla ricerca degli estemporanei lavori del mare, ed esposte a tutti i pericoli naturali di quell’area. Dal 1991 le vittime di catastrofi naturali in quest’enorme regione sono almeno 600.000!

In un area dagli altissimi rischi sismici non è stata mai predisposta una rete di avvistamento dei maremoti, come pure prescritto da innumerevoli conferenze sul clima e sull’ambiente. Capita così che un istituto americano riesca a leggere gli avvenimenti in anticipo, ma non trovi nessuno da allertare !

Perché non esiste questa rete di protezione? Per soldi, solo per soldi, pochi spiccioli delle centinaia di miliardi di dollari che ogni giorno circolano a scopo speculativo sulle autostrade informatiche del pianeta, ma non hanno “tempo” per calarsi nella vita e nei bisogni reali di miliardi di persone.

In molte aree, tra i superstiti ci sono i pochi "privilegiati" che possiedono una casa in mattoni. Anche di fronte alla violenza di un maremoto il mondo si divide secondo i suoi ordinamenti sociali...

E’ così che il dramma dell’Asia parla all’Occidente, al suo cinismo, al rapporto di dominio che sta asfissiando il resto del pianeta. Le continue violazioni agli accordi di tutela del clima, dettate dall’avidità dei profitti industriali, potrebbero produrre eventi paragonabili nei prossimi decenni.

La compassione riversata a piene mani sui media non impedirà probabilmente di chiudere le porte alle migliaia di profughi provenienti da quell’area. Al momento anche comunità come quella cingalese (la seconda comunità immigrata della città di Napoli) non hanno certezze sulla possibilità di rientro in Italia per quanti vanno nel proprio paese per dare assistenza ai familiari. I tempi infiniti della burocrazia dei permessi non danno garanzie, come non ve ne sono circa la possibilità di ricongiungimento in Italia coi familiari rimasti senza casa dopo l’impatto dello tsunami. (Solo in Sry Lanka ci sono un milione di sfollati su una popolazione di diciotto milioni di persone). Per non parlare degli "irregolari", il cui stesso dolore deve restare clandestino...

Ai movimenti sociali spetta il compito di lottare per aprire le porte blindate delle cittadelle occidentali, come pure di garantire che vengano stanziate risorse vere e non le cifre ridicole di cui si è parlato nelle prime ore. Aiuti che non devono in alcun modo essere utilizzati (come invece sempre accade) per alimentare la spirale del debito, col rischio di compromettere la residua autonomia di questi popoli per decenni. Senza un autentico protagonismo popolare la "ricostruzione" rischia di diventare solo un'enorme torta per le burocrazie locali e le multinazionali, sulla pelle delle vittime e dei sopravvissuti.

L’impatto della tragedia va però anche oltre queste considerazioni: senza una decisa inversione di rotta nel modello di globalizzazione, la devastazione prodotta negli ecosistemi e nelle fragili strutture economiche di questi paesi potrebbe ridurre alla fame miliardi di persone.

E se anche la voracità dei mezzi di comunicazione di massa cercherà di dimenticare in poche settimane la catastrofe dell’Asia, come cerca di fare con la guerra in Iraq, questo non toglie che, prima o poi, la storia venga a presentare il conto in nome dei dannati della terra.

Realtà di movimento napoletane

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