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Mar di Cina: acque agitate

(26 Novembre 2013)

mardicina

Martedì 26 Novembre 2013 00:00

Le crescenti tensioni tra Cina e Giappone nel quadro di una contesa territoriale al largo dei due paesi dell’Estremo Oriente hanno fatto registrare una nuova escalation in questi giorni a seguito di una decisione presa in maniera relativamente inaspettata dal regime di Pechino e duramente condannata sia da Tokyo che dagli Stati Uniti. Nella giornata di sabato, il ministero della Difesa cinese ha annunciato la creazione di una “zona di identificazione per la difesa aerea” (ADIZ) che copre il Mar Cinese Orientale e si estende fino a circa 130 km dalle coste nipponiche, includendo le isole Diaoyu (Senkaku in giapponese), controllate da Tokyo e al centro appunto di un’accesa disputa con Pechino.

La “zona di identificazione” cinese si sovrappone in parte a quella già fissata dal Giappone, così che quest’ultima questione promette di creare ulteriori contrasti tra la seconda e la terza economia del pianeta. Tanto più che la Cina ha minacciato di prendere iniziative militari se i velivoli stranieri che entreranno in quest’area non dovessero rispettare i termini della sua implementazione stabiliti da Pechino.

Una “zona di identificazione per la difesa aerea”, come ha spiegato l’agenzia di stampa ufficiale cinese Xinhua, è un’area situata “al di fuori dello spazio aereo di un determinato paese” e che consente a quest’ultimo di avere tempo a sufficienza per identificare possibili minacce e prendere le misure necessarie a prevenirle. Un aereo che entra in questa zona è tenuto a fornire informazioni in merito alla sua rotta, destinazione o qualsiasi altro dettaglio richiesto dalle autorità del paese in questione. I primi a stabilire una “zona di identificazione” furono gli Stati Uniti negli anni Cinquanta del secolo scorso e a tutt’oggi una ventina di paesi hanno fissato tali spazi.

La mossa di Pechino ha prevedibilmente suscitato le dure reazioni giapponesi, scatenando un susseguirsi di critiche e minacce di ritorsioni che hanno immediatamente coinvolto anche l’amministrazione Obama. Il ministero degli Esteri di Tokyo ha dapprima definito la decisione cinese “deplorevole e totalmente inaccettabile, visto che [la zona di difesa] include territorio facente parte dello spazio aereo giapponese al di sopra delle isole Senkaku”.

Il governo conservatore del premier Shinzo Abe ha poi espresso una protesta formale a Pechino tramite i canali diplomatici ufficiali. La questione è stata inoltre ripresa dallo stesso primo ministro durante un intervento in Parlamento lunedì, durante il quale ha sollecitato i cinesi a tornare sui propri passi per evitare “pericolosi e imprevisti incidenti” tra gli aerei di entrambi i paesi che conducono regolari ricognizioni nell’aera contesa.

In precedenza, lo stesso governo cinese aveva manifestato il proprio malcontento per le prese di posizione di Tokyo e degli stessi Stati Uniti, invitati a non interferire nelle dispute territoriali nel Mar Cinese Orientale.

Da Washington, infatti, le critiche nei confronti di Pechino erano giunte ancora prima delle dichiarazioni ufficiali di Abe. Il segretario di Stato americano, John Kerry, aveva denunciato da Ginevra la creazione della “zona di difesa aerea”, definita come una “azione unilaterale che costituisce un tentativo di modificare lo status quo nel Mar Cinese Orientale”, aumentando “le tensioni nella regione e il rischio di incidenti”.

A conferma ulteriore del coinvolgimento americano nelle rivalità che mettono di fronte la Cina agli alleati di Washington in Estremo Oriente, un altro esponente di spicco dell’amministrazione democratica si è aggiunto al coro delle proteste contro Pechino. Il numero uno del Pentagono, Chuck Hagel, ha così ricordato che i termini dell’alleanza tra USA e Giappone comprendono anche le isole Senkaku/Diaoyu, lasciando intendere che, in caso di guerra con la Cina, gli Stati Uniti si schiererebbero automaticamente al fianco di Tokyo.

Una fonte anonima del governo USA ha poi rivelato alla stampa che nei prossimi giorni ci sarà con ogni probabilità una non meglio specificata dimostrazione da parte dei militari americani, volta a chiarire che questi ultimi continueranno ad operare nell’area in questione senza accettare interferenze da parte cinese.

Per sottolineare la delicatezza della situazione, nella giornata di sabato il governo nipponico ha fatto infine alzare in volo i propri aerei da guerra nel Mar Cinese Orientale dopo che due velivoli militari di Pechino erano entrati nella “zona di identificazione per la difesa aerea” del Giappone.

Il confronto in corso è solo l’ultimo episodio di una lunga serie di provocazioni e dispute attorno alle isole Senkaku/Diaoyu che, per il momento, hanno provocato solo sporadici scontri tra i due paesi vicini, i quali hanno però visto peggiorare sensibilmente le proprie relazioni diplomatiche ed commerciali.

Nel corso degli ultimi mesi, la Cina ha innalzato il livello della retorica attorno alla contesa territoriale con il Giappone, inviando frequentemente navi e aerei da guerra a pattugliare l’area. In uno dei momenti più delicati dello scontro, la Marina cinese era giunta addirittura a puntare le armi delle proprie navi militari su obiettivi giapponesi prima di fare opportunamente marcia indietro.

Se la presunta maggiore aggressività cinese in Estremo Oriente, così come il sensibile incremento delle spese militari da parte di Pechino, viene definita dai media occidentali e nipponici come la conseguenza dell’espansione economica e dell’aumentata influenza di questo paese nella regione, una simile evoluzione ha in realtà molto di più a che fare con la necessità di rispondere alla crescente invadenza statunitense in questa parte del globo.

Con l’annunciata “svolta” asiatica da parte dell’amministrazione Obama, gli USA hanno infatti inaugurato da qualche anno una politica più aggressiva in funzione anti-cinese, incitando i propri alleati nella regione (Giappone, Filippine, Corea del Sud) ad intraprendere a loro volta un percorso fatto di militarizzazione e di provocazioni contro la Cina, concretizzatosi in un clima esplosivo anche a causa del riemergere di innumerevoli dispute territoriali mai del tutto sopite.

In questo senso, un ruolo importante dovrebbe svolgerlo proprio il Giappone, dove il premier Abe sta cercando di modificare la costituzione pacifista del paese per consentire una maggiore intraprendenza delle proprie forze armate.

Forse non a caso, l’annuncio di Pechino del fine settimana in relazione alla “zona di identificazione per la difesa aerea” è giunto poco dopo la fine di un’esercitazione militare giapponese su vasta scala nei pressi dell’isola di Okinawa e che, secondo gli analisti, avrebbe simulato un attacco contro le forze navali cinesi.

La “svolta” asiatica dell’amministrazione Obama, inaugurata per garantire agli USA una ancora maggiore presenza militare in un’area cruciale del globo, così da far fronte al declino della propria economia, rischia dunque di trasformarsi in un boomerang, facendo riesplodere vecchi conflitti che minacciano di sfociare in una guerra dalle conseguenze potenzialmente devastanti per tutti gli attori coinvolti.

Il rischio che le provocazioni si trasformino in uno scontro vero e proprio, infine, non riguarda soltanto la Cina da una parte e gli alleati di Washington dall’altra, ma anche esclusivamente questi ultimi. Proprio nel fine settimana è apparso infatti un articolo allarmato sul New York Times che ha ricordato come i governi di Corea del Sud e Giappone siano ai ferri corti attorno ad una polemica che risale al periodo coloniale nipponico nella penisola di Corea.

La disputa continua ad ostacolare il raggiungimento di un accordo - voluto dagli USA - che dovrebbe sancire una partnership militare e in materia di intelligence tra i due pilastri della strategia americana in Asia orientale. Ad impedire l’esito voluto da Washington sono però proprio i timori suscitati a Seoul dal ritorno a politiche all’insegna del militarismo da parte del governo giapponese, a loro volta messe in atto con il pieno sostegno degli Stati Uniti.

Mario Lombardo - Altrenotizie

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