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Libano, week end di scontri a Tripoli: 12 morti

(2 Dicembre 2013)

Nella capitale del Nord si combatte una guerra parallela a quella siriana, tra gli alawiti che sostengono Assad e i sunniti pro-opposizione

weektripoli

di Sonia Grieco

Roma, 2 dicembre 2013, Nena News - Scuole chiuse e la solita calma apparente. Così si è risvegliata Tripoli, racconta la stampa libanese, dopo due giorni di violenze in cui sono morte almeno 12 persone e oltre 80 sono rimaste ferite, tra cui alcuni soldati.

Lo scontro settario tra gli alawiti del rione Jabal Mohsen, sostenitori del presidente siriano Bashar al Assad, anche lui un alawita, e i sunniti di Bab el-Tebbaneh schierati con l'opposizione, sta segnando la vita della città portuale da quasi tre anni. Da quando in Siria è scoppiata la guerra e i suoi contraccolpi si sono fatti subito sentire nel vicino Libano e in particolare nella cosiddetta capitale del Nord, appartenuta a Damasco fino agli anni del mandato francese (1920).

È stato il ferimento, sabato, di un abitante di Jabal Mohsen a scatenare le violenze in cui è rimasto ferito anche un bambino. Ieri, inoltre, un cecchino ha ucciso tre uomini che viaggiavano a bordo di un camioncino. Le sparatorie tra i due rioni sono proseguite per tutto il fine settimana, nonostante l'esercito sia stato schierato in forze a Tripoli. Durante la notte i militari hanno eseguito numerosi arresti e perquisizioni. Intanto, restano chiuse al traffico l'autostrada Tripoli-Akkar e via Bab al-Hadid.

La situazione è deteriorata già la settimana scorsa, quando Jabal Mohsen si è riempito di bandiere siriane e in risposta i residenti di Bab al-Tabbana hanno issato le insegne dei gruppi di opposizione. Una guerra di simboli che è subito diventata scontro armato, come avviene spesso tra i due rioni separati da una strada (via Siria), con l'impiego di cecchini e armi pesanti. Ormai da settimane la tensione è aumentata a causa dell'inchiesta aperta dalla magistratura sul Partito democratico arabo. Ali Eid, leader della comunità alawita padre del segretario del partito Refaat Eid, è stato convocato dalle Forze di sicurezza interne libanesi (ISF) per essere interrogato sui due attentati vicino alle moschee sunnite di al Taqwa e di Salam, che il 23 agosto scorso hanno fatto una strage: 42 morti e 500 feriti.

La faida tra i due rioni ha radici lontane, nell'occupazione siriana e nella sindrome di accerchiamento degli abitanti di Jabal Mohsen, ma è alimentata dalle fazioni pro e contro Assad in cui si è diviso il Libano. E ci sono anche gli interessi degli stranieri: da Tripoli passano le armi che arrivano in Siria. Il Nord è la zona libanese più segnata dal vicino conflitto: qui arrivano il maggior numero di profughi (sono quasi 900.000) e si verificano spesso sconfinamenti dei ribelli. Intanto, ieri il movimento sciita libanese Haezbollah, che invia i suoi uomini a combattere a fianco di Assad, ha negato ogni suo coinvolgimento diretto nella faida in corso nella capitale del Nord. Mentre lo scorso ottobre, il quotidiano libanese al Akhbar ha riferito dell'intenzione dell'ex capo dell'ISF, Ashraf Rifi, di formare una nuova milizia a difesa dei sunniti, forse finanziata dai sauditi. In città spadroneggiano gruppi armati di fazioni opposte e gli scontri si riaccendono ciclicamente, creando tensione e paura tra gli abitanti.

Il governo ad interim di Beirut, alle prese con uno stallo sulla formazione di un nuovo esecutivo che va avanti da oltre sei mesi, non è sinora riuscito a far fronte a questa guerra a bassa intensità che si sta consumando a Tripoli e rischia di tirare dentro il conflitto il Paese dei cedri. Oggi il presidente del Parlamento, Nabih Berri, ha proposto un piano per risolvere la situazione: invio di altre truppe che presidino tutta la città, sostituzione dei comandanti locali sia dell'esercito sia della polizia.

Intanto, in Siria si continua a combattere. L'esercito fedele ad Assad sta riguadagnando terreno, mentre la diplomazia è riuscita a fatica a persuadere il governo di Damasco e le opposizioni a sedersi insieme al tavolo di Ginevra 2, il prossimo 22 gennaio. Nessuna tregua anticiperà il negoziato per porre fine a quasi tre anni di guerra, in cui sono morte almeno 120.000 persone, come avevano richiesto Turchia e Iran. Il luogo della distruzione dell'arsenale chimico siriano è stato invece deciso: le armi saranno eliminate in mare aperto su una nave militare statunitense, con tecnologia e soldi forniti da Washington. Secondo indiscrezioni, la nave prescelta è la Cape Ray e le operazioni dovrebbero concludersi entro la fine di dicembre.

Nena News

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