il pane e le rose

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COSTITUITA ROSS@ A SAVONA: LE RELAZIONI DELL’ASSEMBLEA DEL 25 GENNAIO

IL 6 FEBBRAIO ASSEMBLEA PER LA STRUTTURA ORGANIZZATIVA E IL PROGRAMMA DI LAVORO

(26 Gennaio 2014)

Una assemblea partecipata e fitta di interventi quella di Ross@ Savona, nel corso della quale si è decisa la costituzione di una presenza del movimento nella nostra realtà provinciale.
Il prossimo appuntamento è per il 6 Febbraio nella sede della SMS Libertà e Lavoro di Lavagnola, allo scopo di definire la struttura organizzativa e il programma di lavoro.
Nel corso dell’assemblea, svoltasi presso la sala chiamata della Compagnia Portuale in Piazza Pippo Rebagliati, dopo la presentazione di Elio Pescio e le relazioni svolte da Patrizia Turchi ed Emidia Papi (del coordinamento politico nazionale) sono intervenuti Franco Astengo, Alessandra Perrotta, Mimmo Filippi, Furio Mocco, Vincenzo Facciolo e Angelo Billia. Le conclusioni sono state svolte da Emidia Papi.
Di seguito una sintesi delle relazioni.

EMIDIA PAPI del Coordinamento Politico Nazionale di Ross@: “ASTENERSI PERDITEMPO”
Ross@ sta compiendo, in tempi quanto mai difficili come quelli che stiamo attraversando, la scelta di formare un soggetto politico.
Bisogna prendere atto del fallimento della sinistra, compresa quella “radicale” ed intervenire sui processi fondamentali in atto in campo politico, economico, sociale.
Emerge una incapacità complessiva di andare ad analizzare gli elementi strutturali della fase di crisi.
Si è costituito, infatti, un polo imperialista europeo posto sul piano della competizione globale.
Per questo motivo riteniamo necessario lanciare qualcosa di nuovo, costruire una adeguata identità della sinistra.
Questa identità può essere costruita anche in negativo, partendo dalla negazione dell’Unione Europea e propugnandone la rottura.
Questa è la prima ragione costituiva di Ross@.
Una ragione che deve essere alla base di una proposta politica diversa dall’ideologia del pensiero unico capitalista.
Il secondo elemento sul quale far poggiare l’identità di Ross@ riguarda il tema della democrazia rappresentativa.
Serva autonomia, sotto questo aspetto: autonomia non soltanto finanziaria ma soprattutto posta sul terreno della capacità di giudizio.
Una capacità di giudizio, una capacità di analisi posta ben al di sopra dei fenomeni sovrastrutturali, ma rivolta davvero “al cuore” delle questioni di fondo.
Siamo dentro ad una crisi simile a quella che sortì dalla prima guerra mondiale e si trascinò fino alla seconda, passando attraverso nascita e crescita di nazismo e fascismo.
L’Europa di oggi, quella della finanza e dei banchieri, appare essere sul serio il soggetto gestore di questa crisi dalla parte del capitalismo.
In Italia questo fenomeno ha assunto, in più aspetti particolari: Napolitano, ad esempio e nel senso appena indicato (di gestione del capitalismo) è sicuramente il più “europeo” di tutti e si è avvalso di tutti gli strumenti disponibili, anche oltre la Costituzione, per portare avanti questo suo ruolo come è stato nel caso sia del governo Monti, sia del governo Letta.
L’Italia è l’unico Paese europeo (avevano tentato in Danimarca fallendo) ad aver modificato la Costituzione introducendovi l’obbligatorietà del pareggio di bilancio.
L’Italia è il paese delle privatizzazioni senza senso anche dal punto di vista del rendimento finanziario, come nel caso di grande attualità delle Poste.
L’Italia è il Paese di una filosofia “privato è bello” arretrata e pericolosa.
Sentiamo allora il bisogno di rimboccarci le maniche, stare in mezzo ai lavoratori e ai ceti popolari per far comprendere loro questo stato di cose.
Serve, però, prima di tutto l’organizzazione e la capacità di riconquistare il senso della militanza.
Si tratta di ricostituire, in tempi di personalismo e di “un uomo solo al comando”, un pensiero ed un agire collettivo in rapporto diretto con i soggetti sociali.
Per far questo abbiamo avviato la costruzione di Ross@, rilanciando anche uno slogan delle origini “astenersi perditempo”


LA RELAZIONE DI PATRIZIA TURCHI: ” LA CRITICA FRUTTO PREZIOSO”
Sono passati solo sei mesi da quando, con Giorgio Cremaschi, in questa sala abbiamo per la prima volta affrontato un’ipotesi: che c'era bisogno in Italia di un pensiero critico che reinterpretasse i processi in atto per lanciare una nuova idea politica.
Questi sei mesi non sono passati invano.
Certo non nel nostro territorio: la Liguria e Savona in particolare hanno visto chiudere altri posti di lavoro, incrementando così il gravissimo numero di disoccupati, inoccupati, precari e senza tutela che vivono nell'assoluta incertezza individuale, confermata dall'idea che -anche facendo massa- il risultato non cambi. Nessun soggetto politico e sostanzialmente sindacale è in grado di assumere credibilmente oggi la bandiera dell’identità di classe.
Ma non solo: non sono passati invano perché nel frattempo la costa ligure è franata a valle, sputando e vomitando gli insulti edilizi e speculativi cui era stata costretta.

Molti altri sarebbero gli esempi per illustrare il tempo passato che non ha lasciato assolutamente scorrere invano il proprio potenziale.

Ovviamente men che meno a livello nazionale questi sei mesi sono passati inutilmente:
Abbiamo visto come – grazie al peso extra costituzionale del Presidente della Repubblica, la debolezza parlamentare e la degenerazione del sistema dei Partiti non siano più un problema, un problema politico.
Difatti abbiamo assistito al consolidamento sostanziale del governo Letta, cui è stato chiesto, a volte in termini imperativi, di intervenire pesantemente sui gangli dell'economia, della finanza, degli assetti nevralgici dei servizi, degli enti locali, delle regole istituzionali.

Tutto questo mentre si consumava l'ennesima campagna politica che arremba, scartandola, l'opinione che la politica sia partecipazione. Intendiamoci: partecipare sì, ma in termini competitivi e di fruizione finale, che nulla ha a che vedere con la formazione collettiva del pensiero politico.
Parlo di questi travolgenti sei mesi del PD, che si è consolidato sul piano del peso politico, rafforzando il proprio sistema e occupando, di fatto, l'ampio spazio lasciato libero dalla completa dissoluzione della cd sinistra radicale e da una difficoltà oggettiva delle destre, svuotandole in nuce perché ne utilizza non solo i principi fondativi ma anche le agenzie di riferimento: si pensi alla Confindustria, al mondo finanziario, agli apparati della Chiesa, e ultimo ma non banale mostrandosi coerentemente affidabile sul piano delle direttive europee.

Un PD che assomma a se' un risultato strabiliante sul piano culturale: il consolidamento dell'idea salvifica dell'uomo unico al comando (già spianata dalla irresistibile ascesa di Monti), magari avocando a se' l'unzione determinata dal processo delle Primarie (spesso spacciate- con la complicità ovvia dei mezzi di informazione, come equivalenti delle elezioni).

E' del tutto logico che sull'altro piatto della bilancia pone un peso mostruoso: quello della riduzione delle libertà democratiche e individuali, ma -e questo è davvero inaspettato per certi versi- in modo pressoché indolore.

Che siano queste in campo sindacale (si pensi agli accordi sulla rappresentanza e di quanto questi stiano ridicolmente agitando le acque del congresso CGIL) o istituzionale, con la presentazione di una riforma elettorale a dir poco mostruosa: crolla definitivamente il concetto di rappresentanza politica sostituito da quello della governabilità, magari adoprando slogan facili e populisti come quello della “certezza alla sera delle elezioni su chi abbia vinto e abbia l'onere e l'onore del governo del Paese”.

Ciò che si propone a gran voce -di fatto- è la certificazione che l'assemblea elettiva parlamentare altro non è che lo strumento più efficace per garantire il governo. A poco valgono le sentenze della CC sul tema della legge elettorale: ciò che era sotto gli occhi di tutti, e certo di chi doveva far prevalere il dettame costituzionale, ha dovuto essere sottoposto a un lungo e faticosissimo iter di verifica e di rimpallo per addivenire alla dichiarazione di piena incostituzionalità, dove si legge che il parlamento oggi è abile solo come continuità dello Stato.

Scomparsa del tutto logica del concetto di rappresentanza: se ci si pone come centro unico del pensiero politico è del tutto evidente che non hanno ragione di esistere forme diverse, se non quella proposta.

Questi sei mesi non passati inutilmente sul piano delle risoluzioni per risolvere la crisi: il tallone di ferro si è abbattuto ferocemente sulle condizioni materiali delle persone, qui come negli altri Paesi chiamati a risolvere la crisi con le modalità imposte dalla gestione capitalistica.

La riduzione dell'accesso ai diritti, siano di salute come d'istruzione, all'abitare piuttosto che alla cultura, sino a quello fondamentale: il diritto al lavoro, a un reddito che consenta di vivere, è stata lo scotto da pagare, o meglio che ci hanno proposto come la vera e unica soluzione.

Non mi attardo sulle condizioni in cui vivono fasce enormi della popolazione, perché credo siano patrimonio doloroso di conoscenza di quanti oggi sono qui. Così come le nuove schiavitù consolidate da contratti capestro, atte a creare l'esercito di riserva, o l'involuzione culturale che sfocia nel razzismo e che consente, alla gestione capitalistica, di non sporcarsi neppure le mani, perché la guerra tra poveri è demandata a chi per un’ipotesi di tozzo di pane è disposto a massacrare chi ne ha mezzo.

Ma non è solo questo: la Storia ci insegna che le fasi politiche e sociali sono altalenanti, e che questo dipende principalmente dai rapporti di forza.

Rapporti di forza che sono essenzialmente e inderogabilmente governati dall'ideologia.

Ora qui si apre un problema: l'ideologia, così come altri concetti quali lo scontro di classe, il conflitto, sono stati abilmente sedati da un lavoro di lunga lena che è partito con una proposta del tutto affascinante, e antica come il mondo- che poneva l'individualismo come valore ben più gratificante in contrapposizione a quello della coscienza collettiva.

Esempi ce ne sono molti, sia in campo sindacale (si pensi alla contrattazione aziendale o individuale, allo smantellamento della legge 300.... e mille altri esempi) come istituzionale (a partire dalla legge elettorale dei sindaci, dove la personalizzazione della politica ha significato la pietra tombale del pensiero collettivo).

Ma ritorno sul tema dell'ideologia: siamo stati portati, come pecore al macello, a credere che l'ideologia fosse un deterrente allo sviluppo umano. E per fare quest’operazione si è utilizzata a piene mani proprio un’ideologia, che non è mai stata nominata e pochi hanno avuto il coraggio di decodificare. E che è stata egemone!
Quelli che potevano interpretare -perché dotati di strumenti se non altro storici, si sono lasciati convincere che i tempi necessitavano di ben altri e più moderni paradigmi, e che la contraddizione Capitale/lavoro poteva essere abbandonata.

Questo sbilanciamento ha ovviamente lavorato profondamente: le masse spogliate della propria coscienza collettiva hanno imparato, scomponendosi, a muoversi individualmente e quindi a rappresentare un piatto ricco dove poter abbuffarsi.

Questa nuova moltitudine (sommatoria di “io individuali”) è stata suffragata non solo dalla ideologia imperante, ma ha subito anche il fascino e l’accentuazione teorica di ampi settori della cosiddetta sinistra intellettuale.
L'effetto è stato immediato: popolazioni di telespettatori, di partecipanti passivi a eventi ha sostituito l'identità di classe. Creando -nella stretta conseguente - onde di “sdegno”, di “indignazione”, di “opinione”, facilitate da scandali inenarrabili.

Onde senza sponda politica.

La critica, frutto prezioso della cultura e dell'analisi politica è stata obliterata, e al suo posto è stato sostituito, con evidente efficacia, il senso dello smarrimento. La perdita dell'autonomia del pensiero ha fatto crescere esponenzialmente la dipendenza, l'assoggettamento, l'assunzione della possibile risoluzione ai problemi partendo non dall'identità, e quindi dalla causa, ma dagli effetti.

Questi sei mesi non sono passati inutilmente anche sul piano della possibile proiezione internazionale. Abbiamo un'Europa -che per voce di intellettuali certo non comunisti né tantomeno rivoluzionari- che governa seguendo le indicazioni del FMI e della BCE. Siamo governati da banche secondo -ovviamente- la logica delle banche, cioè del sistema finanziario.

La politica ha abdicato, ma non poteva essere altrimenti, poiché ha ritenuto di capovolgere il proprio impianto (l'autonomia della politica vs l'economia, facendosene interprete fedele) riservandosi a livello nazionale, spazi di intervento tipici della bio politica.

Andremo a elezioni -per questa Europa dilaniata- tra qualche mese. E il trend della assoluta inconsistenza politica e teorica è evidente.

Al punto che non si riesce neppure a pensare (a pensare!) a una proposta di impianto alternativo: la collocazione delle (più avanzate ma in realtà più retrograde) posizioni a sinistra è esattamente dentro al sistema capitalistico, e come nella peggiore socialdemocrazia si ritiene possibile mitigarne gli effetti, magari agendo sul famigerato fiscal compact, o sul pareggio di bilancio nelle Costituzioni. Non comprendendo – o non volendo comprendere- che la posta è altro.

D'altra parte i soggetti in campo, almeno in Italia, sono assolutamente non solo residuali sul piano numerico, ma addirittura in/credibili sul piano della proposta, avendo abbandonato il concetto di egemonia.
Le sconfitte del tutto prevedibili di operazioni elettorali (pensiamo alla Lista arcobaleno, a quella Ingroia) non sono servite a riformulare l'impianto generale. Anzi, si persevera nell'inconsistenza.

Ed i congressi, di Sel come del PRC, ci consegnano ancora una volta l'incapacità a dichiarare fallita la propria traiettoria.

Questi sei mesi dunque non sono passati invano: ciò che era nell'aria sul piano della repressione si è concretizzato, i processi di degenerazione sono andati avanti, nulla sembra essersi concretamente posto in mezzo né per ostacolare né tantomeno per fare proposta strutturata ed organizzativa di tipo alternativo.

Tocca a noi, a questo abbozzo di idea, che Ross@ rappresenta, dare gambe e voce ad un progetto politico nuovo, ad una nuova soggettività, evitando di farci deviare da questioni che in questo momento sono marginali.
Saremo più chiari:

1. Prima di tutto nell’avvio di questa indispensabile progettazione è necessaria l’espressione di una piena autonomia di pensiero e di elaborazione:
in queste condizioni, drammaticamente segnate dalla ferocia della gestione capitalistica della crisi economica e sociale e di evidente “deficit” nella capacità di iniziativa dei soggetti rimasti in campo non è assolutamente possibile muoversi continuando ad avere come riferimento semplicemente il vecchio quadro politico, magari portandosi appresso antiche ed antistoriche incrostazioni presenti anche negli stessi rapporti personali tra i protagonisti di quelle vicende.
Da tempo, infatti, a sinistra, sono venuti a mancare i tre pilastri fondamentali: autonomia, identità, egemonia, la cui caduta ha generato il pesante contesto attuale.

2) L’orizzonte appare chiaro, o comunque va schiarito e reso sgombro dalle presenti mistificazioni e volute ridondanze di nessun rilievo effettivo:
di fronte all’evidente omologazione culturale e politica che riguarda non semplicemente le forze di governo ma l’insieme dei soggetti oggi a vario titolo presenti nel panorama politico e la conseguente volontà di rendere impossibile l'espressione delle insorgenze sociali (tanto marginalizzate quanto destinate fra l’altro a crescere esponenzialmente di intensità per l’evidente inasprirsi delle condizioni materiali di vita per ceti sociali sempre più estesi) esistono tutte le ragioni fondative per una ricostruzione di un “campo dell’opposizione” sulla base di una soggettività di sinistra d'alternativa, comunista, anticapitalista, di opposizione per l’alternativa.

3) Ritardi, esitazioni, tatticismi non possono essere contemplati, anzi: non debbono trovare spazio alcuno. A cominciare dalla partita delle elezioni europee, dove il rischio, gravissimo, è quello di non decodificare le questioni in atto (si pensi alla lista di cittadinanza in appoggio a Tsipras) per non intralciare compagne e compagni che vogliono far parte di Ross@.
Tanto per essere molto chiari, fin brutali:
per la realizzazione di questo ambizioso -per i tempi che viviamo, infarciti del nulla politicista- ma necessario progetto politico è assolutamente evidente che non ha alcun senso insistere su soggetti esistenti, ancorché residuali o già fortemente ridotti e compromessi.
Nessuno può pensare di trovare spazi di collocazione personale, nei mille rivoli che compongono la frantumata identità di classe, semplicemente perché siamo chiamati, sin da subito, a una prima ricostruzione della cultura politica: dal personale al collettivo politico, come luogo definito, strutturato e organizzato che produce analisi, progetto e obiettivo di rappresentanza, perché tutti possano sentirsi richiamati dalla qualità della proposta politica messa in essere.

4) Devono proseguire le convocazione di assemblee e incontri in tutte le parti del Paese per misurarci con l’insieme dei drammi sociali emergenti, primo fra tutti quello del lavoro, e deve essere ricostruita una base militante in grado di discutere, produrre iniziative, formare organizzazione sul territorio.

Serve un nucleo centrale, plurale nella sua origine ma determinato a portare avanti alcune precise opzioni di fondo, senza infingimenti o tavoli paralleli, che articoli questa proposta sviluppando quell’incisività di azione che appare del tutto necessaria.

Per queste, e nessun'altra ragione, oggi siamo qui.

Redazione "Perchè la Sinistra"

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