il pane e le rose

Font:

Posizione: Home > Archivio notizie > Capitale e lavoro    (Visualizza la Mappa del sito )

Il mattino ha loro in bocca

Il mattino ha loro in bocca

(6 Settembre 2011) Enzo Apicella
Oggi sciopero generale contro la manovra economica

Tutte le vignette di Enzo Apicella

costruiamo un arete redazionale per il pane e le rose Libera TV

SITI WEB
(Capitale e lavoro)

Capitale e lavoro:: Altre notizie

Viaggio in Puglia per Cecilia Mangini e Mariangela Barbanente

(26 Gennaio 2014)

Intervista. Le due protagoniste del documentario italiano raccontano il loro film, girato a quattro mani durante i giorni infuocati dell'Ilva. Una storia del Belpaese

inviaggioconcecilia

Ci incon­triamo in un bar. Ceci­lia Man­gini e Marian­gela Bar­ba­nente: cosa hanno in comune? Il fare cinema intanto. Ceci­lia minuta e ele­gante, negli anni Cin­quanta ha sfi­dato quello che era un domi­nio maschile per eccel­lenza (e la cine­fi­lia, come la cri­tica, con­ti­nua a essere un po’ maschio, a dispetto della decli­na­zione ancora oggi): il cinema, appunto. Die­tro alla mac­china da presa, da sola e in com­pli­cità col marito regi­sta Lino Del Fra, rac­con­tava con piglio cri­tico l’Italia del tempo: il dopo­guerra, il mito di una moder­nità rac­chiusa nel boom eco­no­mico, i pae­saggi di un sud remoto, svuo­tato e messo da parte. Tutte e due sono pugliesi, nate a Mola di Bari — «siamo anche parenti!» — sor­ride Marian­gela. E quella Puglia delle ori­gini se la sono por­tata den­tro nella distanza, è la terra che torna nelle loro imma­gini, l’orizzonte in cui si sro­tola una sto­ria ita­liana di con­flitti, para­dossi, men­zo­gne, spe­ranze e tra­di­menti. É l’Italia che come il gio­vane Tom­maso — pro­ta­go­ni­sta dell’omonimo film di Ceci­lia Man­gini — sogna il posto fisso in fab­brica, alla Mon­te­shell di Brin­disi. L’Italia degli abi­tanti della stessa città (Brin­disi 65), risuc­chiati dall’arrivo dell’industria. E, a distanza di tanti anni, l’Italia delle brac­cianti agri­cole invi­si­bili, mas­sa­crate dal capo­la­rato, a cui dà voce Marian­gela Bar­ba­nente in Sole. O quella dei migranti del suo Fer­rho­tel che a Bari aspet­tano come nuovi Tom­maso un futuro che non c’è.

Il tempo, gli anni, «l’allegra soglia dell’età che mi porto addosso» dice Ceci­lia non sen­za­vezzo, scuo­tendo la chioma di capelli bian­chis­simi che sovra­sta la sua figura esile. Sono due mondi, Marian­gela e Ceci­lia, gene­ra­zioni distanti decenni, ma Ceci­lia è stata risco­perta e amata, dopo un silen­zio col­pe­vo­lis­simo delle nostre sto­rie del cinema isti­tu­zio­nali, pro­prio dai docu­men­ta­ri­sti più gio­vani come Mariangela.

Lei, Ceci­lia, di fare film ha smesso nel ’74, l’ultimo si chia­mava La bri­glia sul collo, un capo­la­voro dis­sa­crante sul sistema sco­la­stico ita­liano, e con­tro gli ste­reo­tipi dei ragaz­zini di peri­fe­ria (siamo a Roma). Poi però insieme a Lino Del Fra, viag­gia lungo l’Italia girando Comizi d’amore 80, il nostro Paese e la ses­sua­lità, un rap­porto che rivela, negli anni Ottanta di effer­ve­scenza tv, un uni­verso arcaico.

Che a Marian­gela fosse venuta voglia di rac­con­tare l’avventurosa sto­ria di Ceci­lia non c’è da sor­pren­dersi. Ma un ritratto lo aveva appena ini­ziato a girare Davide Bar­letti (Non c’era nes­suna signora a quel tavolo). «Ceci­lia mi ha detto: ’sono ancora viva, e di docu­men­tari sulla mia bio­gra­fia ne basta uno!’. Però io a quel pro­getto ci tenevo. Le ho pro­po­sto allora di fare un film non su di lei ma con lei. All’inizio era per­plessa, diceva che non aveva più la mano, che non era sicura di reg­gere il ritmo delle riprese … Sarei andata io a girare e avremmo lavo­rato insieme sui mate­riali». Chi cono­sce un po’ Ceci­lia Man­gini, e la sua ener­gia indo­ma­bile, può imma­gi­nare la rispo­sta. «Mi ha detto che avrebbe perso la parte più diver­tente, il set. E siamo partite».

Cosa ha signi­fi­cato per Ceci­lia tor­nare al cinema? «Non ho fatto film ma ho con­ti­nuato a lavo­rare in altro modo, par­te­ci­pando all’organizzazione di festi­val, come Cinema del reale di Paolo Pisa­nelli. Lì per lì non ci cre­devo ma Marian­gela è stata molto per­vi­cace» risponde decisa.

In viag­gio con Ceci­lia — ora in sala dopo l’anteprima al festi­val dei Popoli, e in tour con le sue regi­ste: domani a Roma, cinema Eden, 20.30, poi Bolo­gna (mer­co­ledì 29 ore 20, cinema Lumière), Taranto (lunedì 3 feb­braio, 20.30, cinema Bel­lar­mino), Bari (mar­tedì 4 feb­braio, 20.30, Cinema Splen­dor), comin­cia così. All’inizio l’idea era di riper­cor­rere insieme, con due sguardi e due espe­rienze diverse, i luo­ghi nar­rati da Ceci­lia nei suoi film per ritro­vare effetti e decli­na­zioni di quel sogno indu­striale nel pre­sente. Ma già durante i sopral­luo­ghi, lo scorso luglio, ini­zia la vicenda dell’Ilva, la magi­stra­tura mette sotto seque­stro gli sta­bi­li­menti side­rur­gici della fami­glia Riva, ordi­nando l’arresto di Emi­lio Riva, per l’inquinamento mor­tale che pro­du­cono. Una deva­sta­zione. Taranto rea­gi­sce con­tro la per­dita del lavoro ma anche con­tro il lavoro che uccide. Le due cinea­ste, in mac­china, nel pae­sag­gio pugliese pun­teg­giato dalle pale eoli­che, si tro­vano di fronte una «realtà» che non ave­vano ori­gi­na­ria­mente pre­vi­sto. Ma non è que­sta la scom­messa più appas­sio­nante del docu­men­ta­rio? E poi la classe ope­raia, e la lotta, fanno parte dell’esperienza di Ceci­lia. Nei giorni infuo­cati dell’Ilva sono lì, tra gli ope­rai e i cit­ta­dini in piazza. Intorno cer­cano le tracce di quella morte e di quella disil­lu­sione: nel mare che sputa cozze malate, nelle parole dei figli che hanno sep­pel­lito i padri, nella resi­stenza muta di chi è stato messo da parte. Dice Ceci­lia: «Non ero con­vinta di tor­nare sui luo­ghi dei miei film ma la sto­ria di Taranto è la sto­ria dell’Ilva, e prima dell’Italsider. Il con­fronto tra un’epoca che sem­brava entrare nell’era moderna, quando giravo io, col petrol­chi­mico e l’Ilva oggi diven­tava vitale».

E Marian­gela: «Il micro­co­smo che rac­con­tiamo è per noi la chiave d’accesso a uno stato delle cose più ampio. C’è un mes­sag­gio che si ripete nel film: ’la gente deve rea­gire’. Ma anche: ’la poli­tica non fa più il suo dovere’. Abbiamo la magi­stra­tura, che però, ine­vi­ta­bil­mente, torna alla politica.».

Puglia, Ita­lia, o meglio Puglia, mondo. Davanti ai can­celli della fab­brica, Ceci­lia ritrova gli ope­rai che aveva incon­trato in Comizi d’amore 80. Il vec­chio sin­da­ca­li­sta, ex-operaio Ital­si­der, parla di scio­peri, di bat­ta­glie, della neces­sità di leggi. Dei poli­tici che li hanno sem­pre abban­do­nati. Tutti. «Ora gli ope­rai hanno paura» dice. Già. Alle domande incal­zanti di Ceci­lia risponde il silen­zio. La fra­gi­lità del pre­ca­riato, la glo­ba­liz­za­zione che detta legge e se ci stai bene sennò perdi il lavoro. Il nostro con­tem­po­ra­neo esplode, e implode, lì, in quel sud acce­cato dal sole.

«Ho un testardo attac­ca­mento per l’impegno, che oggi suona quasi come una paro­lac­cia» dice con impeto Ceci­lia. «Se fac­ciamo film è per inci­dere sulla realtà, un diritto che ci viene con­ti­nua­mente limi­tato, penso a Renzi che ci toglie anche le preferenze …».

Ribatte Marian­gela: « Non credo che oggi non esi­ste impe­gno, molti docu­men­ta­ri­sti sono mossi da una neces­sità poli­tica, è cam­biato però il modo di espri­merlo». Scher­ma­glia che si dipana in tutto il loro viag­gio in Ita­lia. Ceci­lia e Marian­gela, infatti, nel film non sono solo sguardo ma anche pro­ta­go­ni­ste. Entrano in campo, inter­ven­gono, con­ver­sano, e discu­tono tra loro, e davanti all’obiettivo (di Roberto Cimatti) con chi incon­trano. Ceci­lia sulla barca con­di­vide la rab­bia e il dolore dei pesca­tori che tirano su le reti con le cozze da get­tare via. Marian­gela ascolta la ragazza del cen­tro di ricerca che le spiega l’incidenza dei tumori.

Che strano, quasi bef­fardo, il cielo azzurro alle loro spalle. E il mare che fugge via dai fine­strini del treno. A Brin­disi Ceci­lia e Marian­gela tro­vano i ragaz­zini coi drink in mano nella notte anno­iata. Ceci­lia li pro­voca, Marian­gela spo­sta il ragionamento …

«Diciamo che ci siamo tirate in campo reci­pro­ca­mente — spiega Marian­gela — Io ci tenevo a posare il mio sguardo su Ceci­lia per­ché gli incon­tri del film erano ’gui­dati’ dalla sua pre­senza. All’inizio pen­savo che ci dovesse essere solo lei nell’inquadratura, poi però ci siamo rese conto che il rap­porto non sarebbe stato alla pari. E il con­fronto tra la Puglia di ieri e quella di oggi era anche il con­fronto tra due per­sone con quarant’anni di dif­fe­renza. Era dun­que giu­sto met­terlo in scena».

Cristina Piccino - il manifesto

Fonte

Condividi questo articolo su Facebook

Condividi

 

Notizie sullo stesso argomento

Ultime notizie dell'autore «Il Manifesto»

4971