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Viaggio in Puglia per Cecilia Mangini e Mariangela Barbanente

(26 Gennaio 2014)

Intervista. Le due protagoniste del documentario italiano raccontano il loro film, girato a quattro mani durante i giorni infuocati dell'Ilva. Una storia del Belpaese

inviaggioconcecilia

Ci incon­triamo in un bar. Ceci­lia Man­gini e Marian­gela Bar­ba­nente: cosa hanno in comune? Il fare cinema intanto. Ceci­lia minuta e ele­gante, negli anni Cin­quanta ha sfi­dato quello che era un domi­nio maschile per eccel­lenza (e la cine­fi­lia, come la cri­tica, con­ti­nua a essere un po’ maschio, a dispetto della decli­na­zione ancora oggi): il cinema, appunto. Die­tro alla mac­china da presa, da sola e in com­pli­cità col marito regi­sta Lino Del Fra, rac­con­tava con piglio cri­tico l’Italia del tempo: il dopo­guerra, il mito di una moder­nità rac­chiusa nel boom eco­no­mico, i pae­saggi di un sud remoto, svuo­tato e messo da parte. Tutte e due sono pugliesi, nate a Mola di Bari — «siamo anche parenti!» — sor­ride Marian­gela. E quella Puglia delle ori­gini se la sono por­tata den­tro nella distanza, è la terra che torna nelle loro imma­gini, l’orizzonte in cui si sro­tola una sto­ria ita­liana di con­flitti, para­dossi, men­zo­gne, spe­ranze e tra­di­menti. É l’Italia che come il gio­vane Tom­maso — pro­ta­go­ni­sta dell’omonimo film di Ceci­lia Man­gini — sogna il posto fisso in fab­brica, alla Mon­te­shell di Brin­disi. L’Italia degli abi­tanti della stessa città (Brin­disi 65), risuc­chiati dall’arrivo dell’industria. E, a distanza di tanti anni, l’Italia delle brac­cianti agri­cole invi­si­bili, mas­sa­crate dal capo­la­rato, a cui dà voce Marian­gela Bar­ba­nente in Sole. O quella dei migranti del suo Fer­rho­tel che a Bari aspet­tano come nuovi Tom­maso un futuro che non c’è.

Il tempo, gli anni, «l’allegra soglia dell’età che mi porto addosso» dice Ceci­lia non sen­za­vezzo, scuo­tendo la chioma di capelli bian­chis­simi che sovra­sta la sua figura esile. Sono due mondi, Marian­gela e Ceci­lia, gene­ra­zioni distanti decenni, ma Ceci­lia è stata risco­perta e amata, dopo un silen­zio col­pe­vo­lis­simo delle nostre sto­rie del cinema isti­tu­zio­nali, pro­prio dai docu­men­ta­ri­sti più gio­vani come Mariangela.

Lei, Ceci­lia, di fare film ha smesso nel ’74, l’ultimo si chia­mava La bri­glia sul collo, un capo­la­voro dis­sa­crante sul sistema sco­la­stico ita­liano, e con­tro gli ste­reo­tipi dei ragaz­zini di peri­fe­ria (siamo a Roma). Poi però insieme a Lino Del Fra, viag­gia lungo l’Italia girando Comizi d’amore 80, il nostro Paese e la ses­sua­lità, un rap­porto che rivela, negli anni Ottanta di effer­ve­scenza tv, un uni­verso arcaico.

Che a Marian­gela fosse venuta voglia di rac­con­tare l’avventurosa sto­ria di Ceci­lia non c’è da sor­pren­dersi. Ma un ritratto lo aveva appena ini­ziato a girare Davide Bar­letti (Non c’era nes­suna signora a quel tavolo). «Ceci­lia mi ha detto: ’sono ancora viva, e di docu­men­tari sulla mia bio­gra­fia ne basta uno!’. Però io a quel pro­getto ci tenevo. Le ho pro­po­sto allora di fare un film non su di lei ma con lei. All’inizio era per­plessa, diceva che non aveva più la mano, che non era sicura di reg­gere il ritmo delle riprese … Sarei andata io a girare e avremmo lavo­rato insieme sui mate­riali». Chi cono­sce un po’ Ceci­lia Man­gini, e la sua ener­gia indo­ma­bile, può imma­gi­nare la rispo­sta. «Mi ha detto che avrebbe perso la parte più diver­tente, il set. E siamo partite».

Cosa ha signi­fi­cato per Ceci­lia tor­nare al cinema? «Non ho fatto film ma ho con­ti­nuato a lavo­rare in altro modo, par­te­ci­pando all’organizzazione di festi­val, come Cinema del reale di Paolo Pisa­nelli. Lì per lì non ci cre­devo ma Marian­gela è stata molto per­vi­cace» risponde decisa.

In viag­gio con Ceci­lia — ora in sala dopo l’anteprima al festi­val dei Popoli, e in tour con le sue regi­ste: domani a Roma, cinema Eden, 20.30, poi Bolo­gna (mer­co­ledì 29 ore 20, cinema Lumière), Taranto (lunedì 3 feb­braio, 20.30, cinema Bel­lar­mino), Bari (mar­tedì 4 feb­braio, 20.30, Cinema Splen­dor), comin­cia così. All’inizio l’idea era di riper­cor­rere insieme, con due sguardi e due espe­rienze diverse, i luo­ghi nar­rati da Ceci­lia nei suoi film per ritro­vare effetti e decli­na­zioni di quel sogno indu­striale nel pre­sente. Ma già durante i sopral­luo­ghi, lo scorso luglio, ini­zia la vicenda dell’Ilva, la magi­stra­tura mette sotto seque­stro gli sta­bi­li­menti side­rur­gici della fami­glia Riva, ordi­nando l’arresto di Emi­lio Riva, per l’inquinamento mor­tale che pro­du­cono. Una deva­sta­zione. Taranto rea­gi­sce con­tro la per­dita del lavoro ma anche con­tro il lavoro che uccide. Le due cinea­ste, in mac­china, nel pae­sag­gio pugliese pun­teg­giato dalle pale eoli­che, si tro­vano di fronte una «realtà» che non ave­vano ori­gi­na­ria­mente pre­vi­sto. Ma non è que­sta la scom­messa più appas­sio­nante del docu­men­ta­rio? E poi la classe ope­raia, e la lotta, fanno parte dell’esperienza di Ceci­lia. Nei giorni infuo­cati dell’Ilva sono lì, tra gli ope­rai e i cit­ta­dini in piazza. Intorno cer­cano le tracce di quella morte e di quella disil­lu­sione: nel mare che sputa cozze malate, nelle parole dei figli che hanno sep­pel­lito i padri, nella resi­stenza muta di chi è stato messo da parte. Dice Ceci­lia: «Non ero con­vinta di tor­nare sui luo­ghi dei miei film ma la sto­ria di Taranto è la sto­ria dell’Ilva, e prima dell’Italsider. Il con­fronto tra un’epoca che sem­brava entrare nell’era moderna, quando giravo io, col petrol­chi­mico e l’Ilva oggi diven­tava vitale».

E Marian­gela: «Il micro­co­smo che rac­con­tiamo è per noi la chiave d’accesso a uno stato delle cose più ampio. C’è un mes­sag­gio che si ripete nel film: ’la gente deve rea­gire’. Ma anche: ’la poli­tica non fa più il suo dovere’. Abbiamo la magi­stra­tura, che però, ine­vi­ta­bil­mente, torna alla politica.».

Puglia, Ita­lia, o meglio Puglia, mondo. Davanti ai can­celli della fab­brica, Ceci­lia ritrova gli ope­rai che aveva incon­trato in Comizi d’amore 80. Il vec­chio sin­da­ca­li­sta, ex-operaio Ital­si­der, parla di scio­peri, di bat­ta­glie, della neces­sità di leggi. Dei poli­tici che li hanno sem­pre abban­do­nati. Tutti. «Ora gli ope­rai hanno paura» dice. Già. Alle domande incal­zanti di Ceci­lia risponde il silen­zio. La fra­gi­lità del pre­ca­riato, la glo­ba­liz­za­zione che detta legge e se ci stai bene sennò perdi il lavoro. Il nostro con­tem­po­ra­neo esplode, e implode, lì, in quel sud acce­cato dal sole.

«Ho un testardo attac­ca­mento per l’impegno, che oggi suona quasi come una paro­lac­cia» dice con impeto Ceci­lia. «Se fac­ciamo film è per inci­dere sulla realtà, un diritto che ci viene con­ti­nua­mente limi­tato, penso a Renzi che ci toglie anche le preferenze …».

Ribatte Marian­gela: « Non credo che oggi non esi­ste impe­gno, molti docu­men­ta­ri­sti sono mossi da una neces­sità poli­tica, è cam­biato però il modo di espri­merlo». Scher­ma­glia che si dipana in tutto il loro viag­gio in Ita­lia. Ceci­lia e Marian­gela, infatti, nel film non sono solo sguardo ma anche pro­ta­go­ni­ste. Entrano in campo, inter­ven­gono, con­ver­sano, e discu­tono tra loro, e davanti all’obiettivo (di Roberto Cimatti) con chi incon­trano. Ceci­lia sulla barca con­di­vide la rab­bia e il dolore dei pesca­tori che tirano su le reti con le cozze da get­tare via. Marian­gela ascolta la ragazza del cen­tro di ricerca che le spiega l’incidenza dei tumori.

Che strano, quasi bef­fardo, il cielo azzurro alle loro spalle. E il mare che fugge via dai fine­strini del treno. A Brin­disi Ceci­lia e Marian­gela tro­vano i ragaz­zini coi drink in mano nella notte anno­iata. Ceci­lia li pro­voca, Marian­gela spo­sta il ragionamento …

«Diciamo che ci siamo tirate in campo reci­pro­ca­mente — spiega Marian­gela — Io ci tenevo a posare il mio sguardo su Ceci­lia per­ché gli incon­tri del film erano ’gui­dati’ dalla sua pre­senza. All’inizio pen­savo che ci dovesse essere solo lei nell’inquadratura, poi però ci siamo rese conto che il rap­porto non sarebbe stato alla pari. E il con­fronto tra la Puglia di ieri e quella di oggi era anche il con­fronto tra due per­sone con quarant’anni di dif­fe­renza. Era dun­que giu­sto met­terlo in scena».

Cristina Piccino - il manifesto

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