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(28 Gennaio 2011) Enzo Apicella
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(Lotte operaie nella crisi)

Lotte di classe nel cuore delle tigri

(4 Febbraio 2014)

Asia ruggente. Le battaglie dei lavoratori scuotono le economie asiatiche, inserite in un contesto neoliberista, ma percorse da conflitti in grado di mutarne per sempre le condizioni sociali

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Protesta dei lavoratori in Indonesia © Reuters

Viet­nam, Cam­bo­gia, Indo­ne­sia, Corea del Sud, Hong Kong, Bir­ma­nia, Ban­gla­desh, India e natu­ral­mente Cina: cosa uni­sce in que­sto recente squar­cio del 2013 e ini­zio del 2014 que­sti paesi asia­tici? Tanti fat­tori eco­no­mici, sicu­ra­mente, ma soprat­tutto un ele­mento socio– eco­no­mico: le lotte dei lavo­ra­tori. Si tratta di bat­ta­glie diverse, dagli esiti e dalle dina­mi­che dif­fe­renti, ma che insi­stono su un’ unica diret­trice: il miglio­ra­mento delle con­di­zioni eco­no­mi­che, la richie­sta dei diritti sin­da­cali, l’aumento dei salari e una pro­fonda cri­tica delle con­di­zioni di lavoro. All’interno di que­ste lotte si celano ulte­riori ele­menti dell’economia glo­ba­liz­zata: pro­du­zioni a basso costo che reg­gono intere eco­no­mie, delo­ca­liz­za­zione e pro­du­zione per grandi brand, uniti ad un modello «fab­brica del mondo» che nasconde le pos­si­bi­lità di inno­vare, sotto la patina dell’export, busi­ness sicuro e richie­sto dai grandi brand inter­na­zio­nali. Prato è in Asia, un con­ti­nente dai mille con­flitti, dalle enormi dif­fe­renze poli­ti­che, spesso lon­tano dalle bus­sole dell’attenzione media­tica.
Un tempo alcuni di que­sti paesi, ad esem­pio Hong Kong, Tai­wan e la Corea del Sud, erano stati defi­niti come le tigri asia­ti­che: nazioni entrati nell’alveo più duro del capi­ta­li­smo, in grado di esal­tare e rac­co­gliere i con­sensi dei più noti espo­nenti del libe­ri­smo mon­diale. La fine è sem­pre stata la stessa, le con­trad­di­zioni del libe­ri­smo si river­sano sui diritti delle per­sone e sulla totale assenza di coper­ture sociali, pro­vo­cando in aggiunta disguidi di natura pura­mente eco­no­mica, finan­zia­ria, fiscali, retri­bui­tiva, infla­zio­ni­stica o ambien­tale. Il sistema non regge. Ma ci sarà sem­pre, o almeno qual­cuno lo spera, una zona franca su cui impian­tare fab­bri­che con sgravi fiscali e assu­mere a due lire cen­ti­naia di lavo­ra­tori da inse­rire in caser­moni, lad­dove la vita lavo­ra­tiva e quella «nor­male» si sovrap­pon­gono a com­pleto annul­la­mento della seconda.

La crisi occi­den­tale ha spinto ulte­rior­mente al ribasso, almeno quei paesi che hanno fatto delle espor­ta­zioni il pro­prio modello pro­dut­tivo. Sotto que­sta col­tre di esi­genze eco­no­mi­che glo­bali, spesso in grado di creare strambe alleanze tra capi­tale e regimi poli­tici discu­ti­bili, si nascon­dono le insi­die, costi­tuite da nuove classi di lavo­ra­tori e lavo­ra­trici che insieme ai salari più alti chie­dono anche diritti. E’ una bat­ta­glia che non si sco­pre certo oggi, ma che in Asia ha aperto una nuova sta­gione di lotte sociali di natura storica.

L’ex fab­brica del mondo

Negli ultimi anni in Cina si è assi­stito alle nuove bat­ta­glie di quanti ven­gono defi­niti «i nuovi lavo­ra­tori cinesi»: si tratta di gio­vani che spesso sono lau­reati (nell’ultimo anno la Cina ha sfor­nato il numero record di 7,5 milioni di neo­lau­reati) e che si ritro­vano alle catene di mon­tag­gio di fab­bri­che che pro­du­cono beni di con­sumo tec­no­lo­gici, tablet e smart­phone, e che al con­tra­rio dei loro geni­tori che ave­vano accet­tato qual­siasi con­di­zioni di lavoro pur di uscire dalla povertà, sono invece com­bat­tivi e in grado di mobi­li­tarsi, sfrut­tando pro­prio quei pro­dotti che con­tri­bui­scono a pro­durre. Nokia, Apple e tanti altri pro­dut­tori tec­no­lo­gici hanno visto all’interno dei loro sta­bi­li­menti, scio­peri e pro­te­ste; Pechino e il governo cinese hanno spinto non poco per gli aumenti sala­riali, anche per­ché la stra­te­gia della nuova lea­der­ship è pro­prio abban­do­nare sem­pre di più la pro­du­zione a basso costo, in nome dell’innovazione e del mer­cato interno.

Signi­fica con­sen­tire ai lavo­ra­tori di spen­dere meno per i ser­vizi sociali, per i quali sono al vaglio forme assi­cu­ra­tive sul modello ame­ri­cano, e con­su­mare di più i pro­dotti del mer­cato nazio­nale, sgra­vando i lavo­ra­tori anche dei costi sociali deter­mi­nati dall’esistenza dell’hukou, il per­messo di resi­denza che inchioda il wel­fare al pro­prio luogo di provenienza.

Redi­stri­bu­zione, miglio­ra­mento delle qua­lità, anche a fronte di un invec­chia­mento della popo­la­zione che crea impen­sa­bile sac­che di man­canza di mano­do­pera nei pol­moni pro­dut­tivi per l’esportazione cinese. La Cina stessa ormai delo­ca­lizza e in patria, per la pro­du­zione a basso costo — che non sman­tel­lerà di certo in toto — cerca nuovi lavo­ra­tori. Anzi, alcune aziende hanno lo straor­di­na­rio biso­gno di man­te­nere l’attuale forza lavoro. Come ha ricor­dato il Finan­cial Times, «molte fab­bri­che in tutto il delta del Pearl River, la «fab­brica del mondo» nel Guang­dong, stanno cer­cando di tro­vare il modo di non fare andare via i lavo­ra­tori. Que­sta neces­sità è diven­tata più impor­tante dato che i cam­bia­menti demo­gra­fici — in par­ti­co­lare la poli­tica del figlio unico e una spinta del governo per creare posti di lavori nelle pro­vince dell’entroterra — hanno reso più dif­fi­cile tro­vare il personale».

Viet­nam, Indo­ne­sia e Birmania

Insieme al gigante asia­tico — attual­mente la seconda potenza eco­no­mica mon­diale — tanti altri brand stra­nieri tro­vano nei paesi vicini, lavoro a basso costo, così come situa­zioni, ini­zial­mente, poco con­flit­tuali. Ma gli eventi rela­tivi a scon­tri e pro­te­ste sono sem­pre di più. In Viet­nam a ini­zio gen­naio undici feriti sono stati il risul­tato degli scon­tri tra lavo­ra­tori e guar­die di sicu­rezza di un impianto della coreana Sam­sung. Le moti­va­zioni sono nate da un bat­ti­becco tra guar­die e lavo­ra­tori e sono sfo­ciate in riven­di­ca­zioni di migliori con­di­zioni di lavoro.

La dina­mica viet­na­mita, però pre­senta molti punti di con­tatto con altri paesi dell’area: le aziende stra­niere godono di sgravi fiscali per inse­diarsi in deter­mi­nate aree, magari depresse o poco uti­liz­zate dai mec­ca­ni­smi di pro­du­zione e fini­scono per creare città-fabbrica, uti­liz­zando salari bassi. Nel dicem­bre scorso 130 lavo­ra­tori della Tha­zin Biscuit Fac­tory nella zona indu­striale del Pyi­gy­i­da­gun a Man­da­lay, in Myan­mar (Bir­ma­nia) hanno ripreso le pro­te­ste fuori dalla fab­brica dopo che un pre­ce­dente accordo sul paga­mento degli straor­di­nari era sal­tato. Il Dipar­ti­mento del Lavoro, aveva pro­messo di affron­tare le loro richie­ste per una migliore retri­bu­zione di lavoro straor­di­na­rio e durante le festi­vità nazio­nali e la dome­nica, ma tutto pare sia ancora fermo.

O ancora in Indo­ne­sia: secondo Glo­bal Voice, nel novem­bre del 2013, «le orga­niz­za­zioni dei lavo­ra­tori hanno indetto uno scio­pero gene­rale di due giorni per richie­dere al governo l’innalzamento del sala­rio minimo a 334 dol­lari al mese.

Secondo gli orga­niz­za­tori, due milioni di lavo­ra­tori in 20 pro­vince hanno incro­ciato le brac­cia. Sono state inol­tre orga­niz­zate una serie di pro­te­ste in tutto il Paese, per richia­mare l’attenzione sugli scio­peri gene­rali tenu­tisi poi il 31 otto­bre e 1 novem­bre; tra que­ste: chiu­sure di fab­bri­che e mani­fe­sta­zioni per con­vin­cere altri lavo­ra­tori ad ade­rire allo scio­pero. Il 21 di otto­bre i sin­da­cati sono riu­sciti a riu­nire 20.000 lavo­ra­tori per aprire un tavolo di dia­logo nazio­nale». Oltre alla que­stione dell’aumento del sala­rio, i lavo­ra­tori hanno avan­zato anche altre richie­ste: aumento del 50% dei salari minimi, coper­tura sani­ta­ria per tutti, proi­bi­zione delle pra­ti­che di outour­cing, abo­li­zione della legge antisindacale.

Simone Pieranni, il manifesto

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