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Hasankeyf, quando lo Stato sommerge la memoria

(10 Febbraio 2014)

vallehasan

Il Southestern Anatolia Project (Güneydogu Anadolu Projesi) è uno dei progetti della grande Turchia targata Erdogan. Come il taglio del secondo Bosforo, come e più del restyling di Istanbul che elimina il Gezi Park. Messo in cantiere nel 2005 ha l’obiettivo di proporre uno sviluppo sostenibile di un’area abitata da 9 milioni di persone che copre ben nove province (Adiyaman, Batman, Diyarbakir, Gaziantep, Kilis, Siirt, Sanliurfa, Mardin, Sirnak) comprese nel bacino del Tigri ed Eufrate, quelli dell’antica Mesopotamia. Il tutto “per razionalizzare l’utilizzo dell’acqua con finalità idroelettriche, d’irrigazione agricola e relative a infrastrutture, educazione e salute”. Così recita il progetto la cui ultimazione è prevista per il 2017. Lungo il corso dei due fiumi sono previste ventidue dighe che consentiranno di distribuire acqua a 1.82 milioni di ettari di terreno, alcune: Karakaya, Atatürk, Birecik, sono attive da tempo. A esse s’aggiungono diciannove centrali idroelettriche che riforniranno ¼ dell’energia nazionale. Il costo del mega bacino, considerato fra i più ampi del mondo, ammontava sino al 2013 a circa 20 miliardi di dollari, ne sono stati spesi già 22. Negli anni son venuti meno diversi finanziatori europei e oggi il piano è sostenuto da capitali quasi esclusivamente interni. In linea col sentire della Grande Turchia di Atatürk, che già aveva vagheggiato una rete simile nelle province del sud-est. Poi tutto si fermò sino alla soglia degli anni Ottanta in cui l’establishment rilanciava l’intenzione di rivitalizzare questa zona di passaggio verso il Medio Oriente.

Tuttora il piano propaganda un crescente sviluppo sostenibile della regione che ha incrementato l’export a livelli esponenziali: da 689 milioni di dollari agli 8 miliardi attuali, cifre confermate di recente dal presidente della Gap Sadrettin Karahocagil in faccia a qualsivoglia crisi. Riguardo alla diga di Ilisu il progetto s’incastra su un problemino etnico, socio-politico e culturale: l’immersione di una vastissima area abitata dalla popolazione kurda che viene deportata altrove. Decine di paesi e villaggi, sessantamila abitanti. E la scomparsa di siti archeologici considerati patrimonio dell’umanità di cui la cittadina di Hasankeyf, culla d’una civiltà di 10.000 anni di storia, assurge a simbolo. L’accusa della gente di quei luoghi, dei comitati in cui s’è organizzata, dei politici interni e delle personalità internazionali che solidarizzano con la protesta è che il governo turco miri a cancellare le tracce d’una presenza mai digerita e oppressa, la comunità kurda, oppure perseguitata sino al genocidio, quella armena. Le autorità di Ankara sostengono che alcuni monumenti verranno smontati, trasferiti e salvati, come fecero gli egiziani coi tempi di Abu Simbel quando fu varata la diga Assuan. Chi contesta obietta che accanto alle vestigia esiste un’identità, un’unicità geo-storica dei luoghi che non può essere trasferita altrove. Ci sono donne e uomini che da generazioni si tramandano queste radici. Ed esistono memorie recentissime, come quelle delle ragazze della cittadina millenaria, rivissute in uno spazio temporale di appena un quindicennio. Sono ricordi di fine anni Novanta che trasmettono profonde emozioni.

“Per noi il fiume è sempre stato un luogo di giochi, anche se rischiavamo di annegare. Quando scendevamo in acqua trovavamo sassi levigati, adatti ai giochi di piedi e mani, queste pian piano prendevano rilievo, si raggrinzivano sino a diventare livide…”. Inanellano flash di poesia: “Camminavamo a piedi nudi su quella terra eterna che si faceva calpestare. Ora i funzionari governativi vengono a chiedere cosa pensiamo della perdita delle vecchie case, ci interrogano sulle nuove. Cosa volete che pensiamo? Non ci piacciono né per forma, né per materiale”. Qualcuno dissente: “Le nuove abitazioni sono graziose e spaziose, abbiamo tre camere da letto…”. Eppure prevale l’impotenza: “Resterà solo il castello, ogni cosa attorno sarà sommersa, si potrà giungere solo in battello, con viaggi interni o turistici. Il castello sembrerà un isolotto, rimarranno lui e la collina, l’acqua coprirà ogni cosa”. “Nella casa di mia nonna che era stata di sua nonna e di sua nonna ancora, in certe calde notti d’estate riparavamo sul tetto. Saliva anche lei. Ci narrava antiche storie, avventure del suo amore, racconti che amavo molto. Con mia nonna condividevo i miei problemi di adolescente, mi consigliava e diceva: sì, questo puoi farlo oppure: ragazza mia secondo me la via giusta è questa. Questi momenti non andranno a fondo come la casa secolare. Lo Stato può rubarmi il fiume senza sapere che lui abita in me”.

10 febbraio 2014

articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it

Enrico Campofreda

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