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MATTEO RENZI: A PALAZZO CHIGI COME UN D’ALEMA QUALSIASI?

(12 Febbraio 2014)

La grande stagione della “rottamazione” pare aver generato, quale suo primo atto, una dinamica consueta sia nella cosiddetta Prima sia nell’ancor più cosiddetta Seconda Repubblica: il cambio in corsa del Presidente del Consiglio, senza passare per le elezioni.
I “boatos” che indicano la possibilità della sostituzione dell’inesistente Letta con il vociante Renzi appaiono, nel momento in cui si scrivono queste note, molto forti: può anche essere che non se ne faccia nulla, ma l’insistenza delle voci derivante dalle dichiarazioni dei protagonisti legittimano comunque il disegnare scenari futuribili nell’immediato periodo.
Lo sfondo però è quello consueto di quest’ultima fase della vita repubblicana, contraddistinta dall’intento relativo alla cancellazione del concetto e della pratica della rappresentatività politica: come già nel caso Monti e in quello successivo Letta si addiviene alla formazione di un governo attraverso una trama di Palazzo, con la formazione di maggioranze parlamentari diciamo così “anomale” composto da soggetti che erano stato “nominati” sulla base di istanze diverse e apparentemente contrapposte.
Proprio su questo elemento varrebbe la pena soffermarci: qui di contrapposto non c’è proprio più nulla, se non gli interessi personali e di cordata di questi improbabili personaggi.
Come del resto fu nella ricordata ascesa di Massimo D’Alema, sorretto dal soccorso parlamentare degli scissionisti Cossiga e Cossutta e protagonista, nel corso del suo mandato, dei “bombardamenti umanitari” su Belgrado e la Serbia: quest’ultimo, scanso equivoci, un ricordo incancellabile.
Non ci sono progetti politici, non ci sono alternative plausibili nei programmi, non c’è da una parte il liberismo più o meno ”iper” e dall’altra una qualche, sia pur larvata, forma- almeno – di keynesismo edulcorato: tutto avviene all’ombra dei diktat europei, con il grande timore del giudizio dei fantomatici “mercati” e della risalita dello ”spread”. Unica preoccupazione (?) del Presidente della Repubblica, grande facitore (come gli consente una sentenza della Corte Costituzionale) di “larghe intese”.
Perché saranno “larghe intese”, sia chiaro – al di là delle prese di posizione di facciata – quelle che potrebbero consentire al “labbro di Firenze” (ricordate come la verbosità di Cassius Clay lo avesse fatto appellare “il labbro di Louisville?) di ascendere al ruolo di primazia a Palazzo Chigi.
Un coacervo di contraddizioni, come quello del progetto di legge elettorale, che si sta sviluppando mentre i dati economico-sociali del Paese suscitano sempre più indignazione, anziché allarme: inutile riepilogare le percentuali della disoccupazione, degli indici di povertà, della corruzione, del disastro idrogeologico, della situazione della sanità, dei trasporti, dei servizi.
Questi disegni andrebbero contrastati a fondo, nelle piazze come nelle istituzioni: mai come in questi momenti appare drammatica la vicenda riguarda l’assenza di una seria opposizione di sinistra.
Mentre gli intellettuali di punta sono impegnati nella solita costruzione di una perdente lista elettorale vale la pena pensare al nostro patrimonio disperso: ma forse sarebbe il caso di pensarci riflettendo su come ripartire.
Si scrivono queste cose ben consapevoli del rischio di essere appellati come inguaribili ostinati.
Un rischio che, però, è necessario correre ed è ben poca cosa rispetto alla tragedia della quotidianità che si sta vivendo.

Franco Astengo

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