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Rabbia in Bosnia, ma stavolta la gente vede attraverso le menzogne etniche dei suoi dirigenti

I manifestanti portavano tre bandiere – bosniache, serbe e croate – unite da un’esigenza radicale di giustizia

(15 Febbraio 2014)

Traduzione di Daniela Trollio - Centro di Iniziativa proletaria “G. Tagarelli”, Sesto S.Giovanni

bosnpr

La settimana scorsa bruciavano le città in Bosnia-Erzegovina. Tutto è cominciato a Tuzla, una città a maggioranza musulmana. In seguito le proteste si sono estese alla capitale, Sarajevo, e a Zenica, ma anche a Mostar, dove vive la maggior parte della popolazione croata, e a Banja Luka, capitale della parte serba di Bosnia. Migliaia di manifestanti furiosi hanno occupato e incendiato edifici governativi. Anche se in seguito la situazione si è calmata, continua ad esserci un’atmosfera di alta tensione.

Gli eventi hanno dato vita a teorie cospirative (ad esempio, che il governo serbo avrebbe organizzato le manifestazioni per rovesciare la dirigenza bosniaca) che però si possono tranquillamente ignorare senza paura di sbagliarsi visto che è ovvio che, qualsiasi cosa li spinga, la disperazione dei manifestanti è autentica. Verrebbe voglia di parafrasare la famosa frase di Mao Tse Tung: C’è del caos in Bosnia, la situazione è eccellente!

Perché? Perché le richieste dei manifestanti non potrebbero essere più semplici (posti di lavoro, la possibilità di una vita decente, la fine della corruzione), ma mobilitano la gente in Bosnia, un paese che negli ultimi decenni si è trasformato nel sinonimo di una feroce pulizia etnica.

Finora le uniche manifestazioni di massa in Bosnia e in altri stati post-yugoslavi hanno avuto a che vedere con passioni etniche o religiose. A metà del 2013 sono state organizzate due proteste pubbliche in Croazia, un paese in profonda crisi economica, con un alto tasso di disoccupazione e un profondo senso di disperazione: i sindacati cercarono di organizzare una manifestazione in appoggio ai diritti dei lavoratori, mentre i nazionalisti di destra davano vita ad un movimento di protesta contro l’uso delle lettere cirilliche in edifici pubblici in città a minoranza serba. La prima iniziativa vide alcune centinaia di persone in una piazza di Zagabria; la seconda ha mobilitato centinaia di migliaia di persone, come aveva fatto un precedente movimento contro i matrimoni dello stesso sesso.

La Croazia è ben lontana dall’essere un’eccezione: dai Balcani alla Scandinavia, dagli USA a Israele, dall’Africa centrale all’India, una nuova Età Oscura ci minaccia, con l’esplosione di passioni etniche e religiose e l’abbandono dei valori dell’Illuminismo. Queste passioni già minacciavano da tempo dai fondali, ma ciò che è nuovo è la vergogna senza maschera della loro esibizione.

Cosa possiamo fare? I liberisti della tendenza dominante ci dicono che quando i fondamentalisti etnici o religiosi minacciano i valori democratici di base, dobbiamo unirci tutti dietro l’agenda liberista-democratica di tolleranza culturale, salvare ciò che può essere salvato e mettere da parte i sogni di una trasformazione sociale più radicale. Il nostro compito, ci si dice, è ovvio: dobbiamo scegliere tra la libertà liberale e l’oppressione fondamentalista.

Ma, quando ci rivolgono trionfalmente una domanda (puramente retorica) tipo “Vuoi che le donne siano escluse dalla vita pubblica?” o “Vuoi che ogni critico della religione sia castigato con la pena di morte?”, ciò che dovrebbe causare la nostra sorpresa è la stessa auto-evidenza della risposta. Il problema è che un simile universalismo liberista ha perso da tempo la sua innocenza. Il conflitto tra permissività liberale e il fondamentalismo è, in ultima istanza, un conflitto falso, un circolo vizioso di due poli che si generano e si necessitano a vicenda.

Quello che disse Max Horkheimer sul fascismo e sul capitalismo negli anni trenta (che quelli che non vogliono parlare criticamente del capitalismo dovrebbero mantenere il silenzio anche sul fascismo) dovrebbe essere applicato al fondamentalismo attuale: quelli che non vogliono parlare criticamente della democrazia liberista dovrebbero anche mantenere il silenzio sul fondamentalismo religioso.

Quale reazione alla caratterizzazione del marxismo come “Islam del secolo XX”, Jean-Pierre Taguieff scrisse che l’Islam si stava trasformando nel “marxismo del secolo XXI”, prolungando, dopo la decadenza del comunismo, il suo violento anticapitalismo.

Tuttavia si può affermare che le recenti vicissitudini del fondamentalismo musulmano confermano la vecchia idea di Walter Benjamin che “ogni ascesa del fascismo dà testimonianza di una rivoluzione fallita”. In altre parole, l’ascesa del fascismo è allo stesso tempo il fallimento della sinistra e la prova che esisteva un potenziale rivoluzionario, uno scontento, che la sinistra non è riuscita a mobilitare. E non è la stessa cosa per l’attuale cosiddetto “islamofascismo”? L’ascesa dell’islamismo radicale non è esattamente correlata alla sparizione della sinistra laica nei paesi musulmani?

Quando l’Afganistan viene presentato come il supremo paese fondamentalista islamico, chi ricorda che 40 anni fa era un paese a forte tradizione secolare, compreso un potente Partito Comunista che prese il potere indipendentemente dall’Unione Sovietica?

E’ in questo contesto che si devono intendere gli ultimi avvenimenti in Bosnia. In una delle foto delle proteste di vedono i manifestanti agitare tre bandiere una di fianco all’altra: bosniaca, serba e croata, che esprimono la volontà di ignorare le differenze etniche. In altre parole, siamo di fronte ad una ribellione contro le élites nazionaliste; il popolo di Bosnia ha finito per capire chi è il suo vero nemico: non gli altri gruppi etnici, ma i suoi stessi dirigenti che pretendono di proteggerli dagli altri.

E’ come se l’antica, e molto abusata, parola d’ordine di Tito su “fratellanza e unità” delle nazioni yugoslave acquistasse una nuova attualità.

Uno degli obiettivi dei manifestanti era l’amministrazione della Unione Europea, che sovrintende lo Stato bosniaco, imponendo la pace tra le tre nazioni e fornendo significativi aiuti finanziari per permettere che lo stato funzioni. Questo può sembrare sorprendente, visto che gli obiettivi dei manifestanti sono a parole gli stessi di quelli di Bruxelles: prosperità e fine delle tensioni etniche e della corruzione. Ma il modo in cui la UE governa effettivamente la Bosnia rafforza le divisioni: tratta con le élites nazionalistiche come se fossero i suoi soci privilegiati, mediando tra loro.

Quello che lo scoppio bosniaco conferma è che non si possono superare genuinamente le passioni etniche imponendo un’agenda neoliberista: ciò che ha unito i manifestanti è una richiesta radicale di giustizia.

Il passo seguente, e più difficile, sarebbe stato organizzare le proteste in un nuovo movimento sociale che ignorasse le divisioni etniche e organizzare più proteste; è possibile immaginare una scena di bosniaci e serbi esasperati che manifestano insieme a Sarajevo?

Anche se le manifestazioni perderanno gradualmente il loro potere, continueranno ad essere una piccola scintilla di speranza, come soldati nemici che fraternizzavano attraverso le trincee durante la 1° Guerra Mondiale. Gli eventi che davvero emancipano richiedono sempre di ignorare in questo modo le identità particolari.

E lo stesso vale per la recente visita di due dei membri delle Pussy Riot a New York: in una grande festa di gala sono state presentate da Madonna alla presenza di Bob Geldof, Richard Gere, ecc.: l’usuale banda dei diritti umani. Quello che avrebbero dovuto fare là sarebbe stato di esprimere la loro solidarietà ad Edward Snowden, affermare che le Pussy Riot e Snowden fanno parte dello stesso movimento globale.

Senza simili gesti, che uniscano ciò che sembra incompatibile nella nostra esperienza ideologica ordinaria (musulmani, serbi e croati in Bosnia; laici turchi e musulmani anticapitalisti in Turchia, ecc.), i movimenti di protesta saranno sempre manipolati da una superpotenza in lotta contro un’altra.


da: rebelion.org; 13.2.2014

Slavoj Žižek

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