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(30 Marzo 2011) Enzo Apicella

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Una catastrofe poco “naturale” che annuncia una “ricostruzione” ancora più antisociale!!

(26 Gennaio 2005)

Circa 200.000 morti, centinaia di migliaia di feriti, milioni di “senza niente” sono le conseguenze di una tragedia immane definita senza precedenti ma che precedenti ne ha eccome. Proprio lì, in quell’area, nel Bangladesh appena 34 anni fa un tifone durato 15 ore e uno tsunami avevano spazzato via circa 500.000 persone. La stessa devastazione che oggi, a distanza di giorni, continuano a trasmetterci le immagini che, viceversa, in quel lontano 1970 troppo presto sparirono dai primi titoli dei telegiornali. Stavolta un così perdurante onore della cronaca sospettiamo che sia dovuto ai circa 10.000 morti occidentali, turisti in gran parte.

Le catastrofi “naturali” colpiscono ogni anno 211 milioni di persone, 2/3 dei quali vivono nei paesi del Sud del mondo. A giustificazione di una tale incidenza, qualcuno ricorre alla morfologia e alle condizioni geologiche e/o metereologiche che caratterizzerebbero questi territori. Come a dire che la colpa è della natura “matrigna” stranamente benevola e rispettosa quando si tratta delle coste occidentali. Un ottimo paravento dietro cui nascondere le vere ragioni di simili disastri e che hanno a che fare, in primo luogo, con qualcosa che naturale non è, cioè il rapporto a cui -dalla globalizzazione capitalistica- è ridotto il genere umano con la natura. Inquinamento dell’aria, dei mari, dighe ed intrappolamento di fiumi, cancellazione di intere foreste, desertificazione, sono le conseguenze di uno sviluppo diseguale e combinato del capitalismo che in questi paesi espongono in primo luogo i “dannati della Terra”.

E’ così fuori luogo chiedersi che relazione ci sia tra turismo globalizzato e l’esodo di intere popolazioni indigene sulle coste per servire quegli stessi ricchi turisti occidentali i cui paesi avevano già precedentemente veicolato, col colonialismo prima e con le imposizioni dei vari FMI, Banca Mondiale e WTO poi, la distruzione delle economie naturali originarie per imporre gli interessi e lo sfruttamento delle grandi multinazionali occidentali? E’ una forzatura chiedersi se la distruzione delle foreste tropicali di mangrovie che costituivano una naturale difesa delle coste lungo tutto il perimetro dell’Oceano Indiano, e conseguentemente delle popolazioni indigene che vi risiedevano, sia in relazione alla distruzione delle economie di sussistenza originarie per far posto a paradisi, modello standard, con alberghi e resorts (muniti di tutti i confort e attività di animazione) in riva al mare e alle devastazioni imposte, a tal fine, da speculatori internazionali (molti) e da corrotti locali (pochi)?

Un altro paio di domande viene invece da porsi in modo pressoché spontaneo: come è possibile che il sistema di monitoraggio dell’intero pianeta mediante la fitta rete satellitare controllata dal Pentagono, unita al sistema di rilevazione degli tsunami delle isole Haway i cui adepti hanno incredibilmente dichiarato di aver rilevato il fenomeno, ma di essere stati “impotenti perché non sapevano chi avvertire”, non hanno dato modo al Dipartimento di Stato americano di allertare, con diverse ore di anticipo, i governi dei paesi che sarebbero stati investiti dall’onda di maremoto, almeno quelli della costa occidentale del golfo del Bengala? Come è possibile che la base navale dell’isola Diego Garcia nell’Oceano Indiano non sia stata anch’essa colpita dallo tsunami? Se là non ci sono stati danni, non è perché gli Usa sapevano perfettamente cosa stava succedendo in conseguenza del terremoto di Sumatra? Quale fine politico sta dietro il mancato allarme se non quello di sfruttare a propri fini, non certo umanitari, la situazione che si sarebbe creata?

Queste domande hanno una risposta non per tutti scontata e riportano alla necessità di riprendere quei temi e quella battaglia contro la globalizzazione capitalistica che ha visto impegnato il movimento no global con il contributo enorme proprio dei contadini, dei pescatori, dei diseredati di quelle terre. Questa ridiscesa in campo, questa denuncia è quantomai urgente oggi di fronte al profilarsi di un nuovo tsunami: la mobilitazione mondiale per soccorrere le popolazioni colpite dalla catastrofe. Se da un lato si vede l’effetto dell’emozione popolare e di sinceri sentimenti di solidarietà con le popolazioni colpite, dall’altro già si intravede la longa manus degli stati occidentali che puntano in maniera sempre più evidente a lucrare della situazione per sfruttare al meglio il grande business degli aiuti e ristabilire in tutta quell’area – ultimamente non scevra da velleità di autonomia dagli imperialismi - una supremazia ed un controllo di carattere economico, politico e militare.

Bush, fallito il tentativo di una “coalizione di volonterosi” per la “guerra contro lo tsunami” coordinata dagli USA, ha passato la mano all’ONU senza, però, rinunciare alla ghiotta occasione di dispiegare uomini e mezzi: 2200 marines già sul terreno e la portaerei Lincoln, con il suo corredo di navi da guerra, al largo dell’Indonesia. “La più grande operazione militare nel Sud-Est Asiatico dai tempi del Vietnam” ricordava The New York Times e non a caso su un altro giornale –Los Angeles Times- l’Ammiraglio statunitense Dong Crowder comandante della Lincoln dichiarava che ”è il più grande disastro ma ha cambiato lo stato di cose e può, quindi, essere positivo” chiarendo che per positivo lui intende “la grande collaborazione mai raggiunta negli ultimi anni con le forze militari indonesiane”. Insomma elicotteri, cibo a stelle e strisce, qualche centinaio di milioni di dollari e tanta demagogia sulla “faccia buona” degli USA per ammorbidire l’antiamericanismo così diffuso nell’area e soprattutto in Indonesia. Un antiamericanismo cresciuto enormemente dopo l’aggressione all’Iraq e che solo fino al 26 dicembre non avrebbe consentito un tale dispiegamento di forze nord-americane senza un ondata di proteste in tutto questo paese. Bush e le sue false colombe (Colin Powell) sanno che è un impresa non facile –lo hanno visto con le manifestazioni a Jakarta nel giorno del summit- e contano di far leva su un governo in difficoltà per il disastro economico e per la guerriglia nella provincia di Aceh (ci sbagliamo o Colin Powell non ha alzato un filo di voce per criticare la discriminazione nella distribuzione degli aiuti e l’intero operato del governo indonesiano nella zona?), situazione che “ben gestita” e se non incontra intoppi (che già si profilano) darà, siamo convinti, i suoi dolci frutti all’imperialismo USA: controllo del petrolio di Aceh e dello stretto di Malacca cioè la via di accesso alla Cina.

Quanto all’Europa, non all’altezza in solido di simili mezzi, ogni stato sta tentando di mettere le mani nel piatto. La Francia, mentre rivendica il coordinamento degli aiuti della Comunità Europea bisticciando con l’Olanda che rivendica la primogenitura, invia nell’area la sua portaelicotteri; la Germania rilancia a suon di milioni per marcare un migliore piazzamento facendo proposte “generose” sul debito e costringendo Blair a fare altrettanto; l’Italia piazza un paio di ospedali-placebo della Croce Rossa di Scelli (quello dell’Iraq) nel martoriato Sri Lanka insieme a pezzetti di brigate, nuclei di carabinieri per……raccogliere, ovviamente, DNA.

I mass media hanno enfatizzato non poco la “valanga” di aiuti e la generosità delle popolazioni occidentali. Saremmo arrivati a oltre 4 miliardi di dollari. Ma le cifre stanziate dai paesi imperialisti come gli Usa, il Giappone e quelli della stessa Europa sono assolutamente ridicole se commisurate all’entità delle distruzioni e dei danni, e sono un insulto in relazione agli investimenti annuali per missioni militari e armamenti degli stessi paesi.

Gli USA hanno stanziato 350 milioni di $ (giusto per un paragone: in occasione del ciclone in Florida del 2004 con effetti non paragonabili allo tsunami, Bush stanziò subito 3 miliardi di $). La Gran Bretagna ha stanziato 96 milioni di $. Per la guerra in Iraq gli USA hanno speso finora 148 miliardi di $ e la Gran Bretagna 11.5 miliardi. Tradotto questo significa che gli USA hanno promesso quanto spendono in un giorno e mezzo per massacrare e distruggere il popolo iracheno; quanto promesso da Blair equivale a 5 giorni e mezzo del medesimo impegno. Veniamo all’Italia. Berlusconi e soci hanno promesso 70 milioni di E. Per le missioni all’estero il governo italiano ha stanziato nel 2004 una spesa (extra bilancio della difesa) di 1 miliardo e 200 di E. Più o meno la stessa cifra è prevista per il 2005. Dall’inizio dell’operazione Nuova Babilonia, cioè l’invio dei “nostri ragazzi” a Nassyria, sono state approvate (con i decreti del 10/07/03; del 20/01/04 e di dicembre ’04) le somme di 232.451.241, 209.017.084 e 290.349.823 per la sola missione (aggressione) in Iraq.

Il raffronto di queste cifre dovrebbe far scattare in tutti un moto di rabbia verso l’ipocrisia e il falso dolore di questi sostenitori della “democratizzazione” dell’Iraq manu militari. Non una catastrofe naturale ma le loro “umanitarie” bombe e la loro permanenza sul suolo iracheno hanno fatto in questo paese più morti (200.000 civili dall’inizio dell’occupazione) dello tsunami asiatico, hanno distrutto intere città, hanno tolto lavoro, hanno creato traffico di donne e di bambini.

Non abbiamo visto lacrime, né la preoccupazione di dare un nome ai corpi martoriati evidentemente perchè lì meritano di morire essendo “terroristi”, come i resistenti di Falluja, o sono “effetti collaterali” della pacificazione. Anzi la retorica sulle prossime prime “libere” elezioni e la necessità di tenerle costi quel che costi e contro qualunque opposizione da parte della resistenza irachena, sta facendo passare sotto silenzio l’operato delle “truppe alleate” (v. anche le ultime documentate torture degli inglesi). Una retorica che insieme a quella sui “buoni occidentali” disposti a dare una mano a chiunque ne abbia bisogno, rischia di oscurare quanto sta accadendo in Iraq (come in Afganistan) e far dimenticare le responsabilità dell’imperialismo.

Di passaggio segnaliamo una tendenza mondiale, su cui sarebbe il caso di indagare, a legare in maniera sempre più stretta la cosiddetta cooperazione allo sviluppo e gli aiuti umanitari agli interventi militari. E questo non solo come elemento di propaganda per raccogliere consenso alle aggressioni dell’imperialismo contro i popoli del Sud del mondo, ipocritamente definite “guerre umanitarie”, “missioni di pace”, “aiuti alla ricostruzione e alla democrazia”, ma anche come subordinazione, nei fatti, dell’aiuto umanitario alle missioni militari. Prova ne sono da una parte le discussioni tra i paesi OCSE sul come conteggiare le spese militari all’estero nell’ambito delle spese dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo; dall’altra il delinearsi sempre più preciso di una corresponsabilità, oggi si direbbe embedded, di settori della cooperazione con gli interventi dei propri eserciti.

Ma torniamo alle sovvenzioni italiane per lo tsunami. Qualcuno le ha giustamente definite “aiuto creativo”. Di quei 70 milioni di E, 39.40 riguardanti Sri Lanka ed Indonesia non sono soldi veri. Il governo si limiterebbe a riconvertire 20 milioni di debito (inesigibile) dell’Indonesia e 9.4 milioni di debito (inesigibile) dello Sri Lanka. Altri 20 rientrano in quelli della Comunità Europea e degli altri 10 solo 7.5 sembrano realmente stanziati (3.5 alla Croce Rossa, 3 alla Protezione Civile e 1 per i voli di invio aiuti in Sri Lanka). Disponibili, invece, sarebbero i 42 milioni raccolti fino adesso tra la popolazione attraverso gli SMS (e non a caso per averli continuano a litigare Bertolaso e Scelli). Per la loro gestione sarebbe stato nominato nientepopodimeno che un gruppo di 5 garanti con in testa la onnipresente Emma Bonino che non ha mancato nemmeno questa occasione per richiedere un forte impegno dell’Esercito per coordinare gli aiuti. Siamo certi che la Bonino farà di tutto per garantirlo meno certi su quanto arriverà realmente alle popolazioni asiatiche. I soliti diffidenti? Vediamo un solo esempio. Nel 2002 per la popolazione del Molise colpita dal terremoto furono raccolti 100 milioni di E con il sistema SMS (a proposito di generosità italica che non guarda al colore della pelle). Un anno dopo, secondo la rivista del volontariato Vita (citata da il Manifesto) solo 31.2 milioni erano realmente arrivati a destinazione mentre degli altri si erano perse le tracce.

Col nostro senso di realismo non abbiamo dubbi che quanto promesso – e continuiamo a sottolineare promesso- dai grandi del mondo non avrà destino diverso e per 2 ragioni:

1) le promesse quasi mai si concretizzano quando si tratta di aiuti non immediatamente trasformabili in un ritorno di moneta sonante per i donatori. Basterebbe ricordare gli impegni ovviamente non mantenuti per abbattere la povertà o per combattere l’AIDS. I grandi del mondo si erano impegnati a portare questi aiuti allo 0,7% del PIL. Per l’Italia Berlusconi prese il solenne impegno al vertice di Genova. Nulla di fatto. Nel caso italiano non solo siamo fermi allo 0,11% ma questa percentuale (come prevede la riforma quadro del settore commerciale del ’99 rivista con la finanziaria del 2003) viene legata agli investimenti delle “nostre” imprese che operano all’estero. In altre parole l’aiuto viene legato all’utilizzo da parte dei progetti di apparecchiature italiane o servizi forniti da imprese italiane e si trasforma in sussidi alle imprese con appalti ritornando sotto forma di fatturato o profitti. Quando poi parliamo di catastrofi, ci limitiamo a ricordare quei 115 milioni di $ promessi per la popolazione iraniana colpita dal terremoto del 2003 e versati solo in minima parte (17) o la miseria donata alle popolazioni del Centro America colpite dal tifone Michigan nel ‘99 (1 miliardo su 3). Persino Kofi Annan è stato costretto a denunciare in questi giorni la “tirchieria” dei grandi paesi occidentali.

2) La gestione dei fondi. In molti hanno tifato e poi tirato un sospiro di sollievo, soprattutto a sinistra, quando a Jakarta è stato assegnato all’ONU il ruolo di coordinamento degli aiuti.

Non volendo entrare qui nel merito della natura dell’ONU, vorremmo quantomeno valutarne la sua capacità di gestione ed il suo ruolo di garanzia e salvaguardia dei più deboli. Partiamo da una banalità. L’ONU non è un entità eterea ma un enorme apparato di funzionari, di burocrazia, di mezzi il cui mantenimento e l’operatività sono garantiti dalle quote versate dai paesi contribuenti. Se si contano tutte le organizzazioni delle Nazioni Unite parliamo di oltre 100 mila funzionari, nella sola sede di New York se ne contano 10.000. Un funzionario medio guadagna circa 60 mila $ l’anno e un direttore circa 120 mila $ all’anno a cui si aggiungono le spese per l’alloggio, una settimana di vacanza ogni sei di missione ed il viaggio pagato in prima classe per il ritorno a casa.

Ricaviamo questi dati da un eccellente reportage di Reporter –programma di RAI3- che ha aperto uno squarcio interessante sulle alcune delle realtà ad impegno ONU. Ne citiamo qualche passaggio a proposito della Liberia:

“ A capire che l’arrivo delle Nazioni Unite sarebbe stato un grande affare sono stati soprattutto i libanesi, che qui (in Liberia) da tempo controllano il commercio. In un anno sono sorti alcuni alberghi nuovi. Si paga dai cento $ a notte in albergo fino a 3000 $ al mese per un appartamento. Tutti i funzionari delle Nazioni Unite possono permettersi ogni sera un ristorante diverso e pagare un conto che equivale a un salario mensile medio di un liberiano, e il liberiano lo sa… Tutti qui in Liberia hanno un fuoristrada nuovo fiammante che costa 30 mila $. Ce ne sono centinaia in città. Le auto vengono lavate tutte le mattine, in modo maniacale, mentre l’acqua viene centellinata per i liberiani. Ogni autocisterna viene pagata 100 $. Le case che sono dotate di pompe ancora funzionanti sono quasi tutte occupate dai funzionari dell’ONU.”

Insomma, come sintetizzavano molti volontari ed operatori delle stesse Nazioni Unite, questa organizzazione mangia da sola i fondi stanziati lasciando per le popolazioni di quei paesi solo le briciole. E poiché le briciole non cambiano i destini dei diseredati ci sarà sempre bisogno di aiuti, ci sarà sempre bisogno di chi li coordina in un grande circolo vizioso. Come titolava in questi giorni un giornale dello Sri Lanka in lingua inglese “In death, imperialism lives on” (Nella morte l’imperialismo rivive).

Ora considerando che la catastrofe dello tsunami ha coinvolto ben 8 paesi asiatici e 5 africani, quale mastodontico apparato sarà necessario? Quanto dei fondi stanziati olierà il meccanismo e quali briciole arriveranno a quelle popolazioni? Soprattutto a quale prezzo?

Di questo, ci pare, si preoccupano poco gli entusiasti onusti e molto i paesi “beneficiari” avendo avuto già a che fare con la generosità occidentale. Quelli tra loro che possono hanno rifiutato qualsiasi ipotesi di aiuti camuffati. L’India, giustamente, ha respinto anche i soccorsi immediati affermando la sua autonoma capacità di far fronte alla situazione, ben avendo presente quali saranno le condizioni loro poste per essere “aiutati” e chi controllerà gli “aiuti” stessi.

A guardare le disposizioni dell’Europa, le loro preoccupazioni ci sembrano più che giustificate. Il grosso dello stanziamento della Comunità, cioè 1 miliardo di E della Banca Europea degli Investimenti, verrà elargito sotto forma di prestito da restituire entro 30 anni ai tassi di interessi di mercato e con le immancabili condizioni sul come ricostruire imposte dal creditore. In buona sostanza l’elemosina europea si trasformerà in un aumento del debito dei paesi che ne beneficeranno. Lo stesso motivo ha indotto la stessa India, la Thailandia e la Malaysia a rifiutare la moratoria sul debito concessa dal famigerato Club di Parigi (i 19 ricchi stati creditori).

La moratoria, come si sa, non mette in discussione l’esistenza del debito né l’obbligo di pagarlo ma si traduce nella sola sospensione del pagamento delle rate dovute per gli interessi. In realtà, l’effetto negli anni è di aumentare lo strozzinaggio dal momento che gli interessi non pagati vengono capitalizzati per essere pagati alla fine della moratoria. Il governo francese l’ha definita come “finanziariamente facile, economicamente efficace, politicamente intelligente” che tradotto dal politichese significa “non ci costa niente, anzi ci fa guadagnare a lungo termine, ma nel frattempo ci fa fare una bella figura”.

Un concreto aiuto potrebbe essere la cancellazione del debito, ma tutti –dal Club di Parigi alla Banca Mondiale al FMI- l’anno scartata adducendo, udite udite, che in questo modo si sarebbero danneggiati questi paesi, ed insieme a loro tutti gli altri paesi indebitati, dal momento che la loro perdita di credibilità sui mercati ostacolerebbe il regolare funzionamento del mercato con conseguenze sui normali spostamenti internazionali di capitali.

La verità è che il debito estero è una miniera d’oro senza fine, è il cappio intorno al collo di questi popoli, un cappio che va tenuto ben stretto, per poterli spremere, rapinare delle loro risorse, supersfruttare il loro lavoro. Gli 11 paesi coinvolti nella tragedia asiatica hanno un debito complessivo di 406 miliardi di $. Nel 2003 per il solo servizio del debito hanno rimborsato ai creditori ben 68 miliardi di $.

L’anno scorso Sri Lanka, Indonesia e Thailandia hanno sborsato 20 miliardi di $ per pagare gli interessi. Nel complesso ogni anno i paesi poveri del mondo rimborsano al ricco Nord più di 230 miliardi di $. Sono cifre enormi che da sole dovrebbero chiarire perché continua senza sosta ad allargarsi il divario tra un Nord sempre più ricco ed un Sud del mondo sempre più povero.

Numeri che nascondono altri numeri che gli “operatori di mercato “ non riportano nei loro bollettini, che non contano per determinare i raiting per quei paesi e che sono il frutto avvelenato delle condizioni imposte affinché il Sud del mondo paghi il dovuto. Parliamo dei milioni di morti per fame, i milioni di schiavi, i miliardi di uomini e donne che vivono con 1 $ al giorno e anche meno, le migliaia di contadini suicidi per debiti, le centinaia di migliaia di donne e di bambini sfruttati dal mercato del sesso. Uno tsunami ogni giorno voluto, gestito, diretto da qui, dalle centrali occidentali dell’imperialismo per il profitto per pochi.

E’ evidente che le “gare di solidarietà”, la carità pelosa con la restituzione di qualche spicciolo appaiono sempre più come pannicelli caldi che tacitano le coscienze, non mutano in nulla le dimensioni dei problemi e lasciano intatte le cause profonde di queste quotidiane catastrofi umanitarie.

Di questo c’è consapevolezza in quei paesi che anche nella tragedia attuale non rinunciano a manifestare il loro dissenso e tentano di porre qualche ostacolo all’invasiva “opera dei soccorritori”. Dopo la manifestazione a Jakarta delle settimane scorse, lo stesso governo indonesiano ha dato tempo 3 mesi perché tutti lascino il paese e prime proteste si sono levate anche nello Sri Lanka per la presenza massiccia dei marines americani.

Come ricordavamo sopra, in America Latina, in India, in tutto il continente asiatico - ed in primis nell’Irak occupato - cresce una variegata resistenza alla depredazione operata dall'imperialismo sia attraverso le manomissioni con la strumentazione del cosiddetto "libero mercato" sia attraverso le aperte aggressioni militari.

Il “disastro naturale” dell’Oceano Pacifico ha – oggettivamente – ridato, con forza, visibilità alla proposta della cancellazione del debito.

Un punto programmatico che, se inteso come terreno ampio di battaglia per affermare il rifiuto generalizzato di questi paesi e di queste popolazioni di onorare l’azione usuraia del capitalismo mondiale, può diventare un formidabile volano di lotta, di unità e di organizzazione globale contro una delle principali forme con cui si configura l’azione strangolatoria ed il dominio dell’imperialismo.

Il movimento che in Occidente si batte per “l’altro mondo possibile” deve farsi carico di amplificare nelle cittadelle dell’imperialismo il grido di protesta e l’immane sofferenza sociale che viene dalle zone devastate dalla “catastrofe naturale”.

Da subito, anche per contrastare l’opacizzazione e l’oscuramento mediatico a cui già stanno lavorando, alacremente, le grandi corporation che sovrintendono l’informazione sul piano internazionale, il movimento no war, no global, i lavoratori, devono riprendere parola ed iniziativa politica indipendente e di massa, per fare propria la battaglia, le ragioni e le resistenze dei “dannati della terra”.

Ai micidiali effetti antisociali, alla vera e propria produzione di morte continua che caratterizza l’attuale corso del capitale mondializzato, in queste aree del pianeta, inizia a contrapporsi – seppur tendenzialmente e frammentariamente – un ampio e composito movimento di resistenza globale che pone l’impellente necessità di liberarsi dalle vessazioni dell’azione imperialistica e l’urgenza di nuovi rapporti sociali.

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