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Recensione a "La guerra non era finita. I partigiani della Volante rossa"

(14 Marzo 2014)

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Francesco Trento, La Guerra non era finita, I Partigiani della Volante rossa, Roma - Bari, Laterza, 2014, pp. 206, € 18,00.


Come iniziò la Strategia della tensione. Così avrebbe potuto sottotitolarsi questa pubblicazione che vede Francesco Trento, classe 1972, affermato sceneggiatore e scrittore, cimentarsi nelle vicende della Volante rossa. La storia è, più o meno, nota: immediato Secondo dopoguerra, hinterland milanese, un gruppo armato di giovani partigiani e di giovanissimi proletari che, dinanzi all’impunità dei criminali e degli aguzzini fascisti, si pone come livellatore delle ingiustizie passando all’omicidio politico. Nell’Italia repubblicana, la Volante rossa, i cui componenti saranno in carcere o riparati all’estero, andrà a costituire il mito per eccellenza della Resistenza tradita o incompiuta. Un mito affrontato da Cesare Bermani e, soprattutto, da Massimo Recchioni che vi ha dedicato due monografie. Se Recchioni, qui ampiamente citato, ha compiuto un percorso prevalentemente giornalistico, utilizzando soprattutto le interviste e le testimonianze dei protagonisti, Trento allarga la prospettiva al terreno della storiografia, con un ampio uso delle fonti a stampa e, laddove possibile, d’archivio, con particolare riferimento ai procedimenti penali. Da questa monografia emerge con più nitidezza lo scenario del conflitto politico subito dopo la Liberazione. I responsabili di atrocità e delitti durante Salò, amnistiati, usciti dal carcere o dai campi di concentramento alleati, non solo riprendevano appieno le rispettive vite ma si attivavano politicamente per la resurrezione del fascismo. Un’attività con fini prettamente terroristici contro le sedi del movimento operaio, dei partiti democratici e dell’Anpi, portata avanti da quel connubio tra le mille sigle della compagine neofascista, prima della riorganizzazione sotto le insegne Msi, e i settori monarchici, liberali e conservatori. La guerra non era finita. Una guerra civile strisciante che anticipa le configurazioni della Guerra fredda e le modalità delle trame nere di cui, convenzionalmente, alcuni autori intravedono il primo atto nella Strage di Portella della Ginestra. Le forze progressiste si organizzano, attraverso servizi d’ordine; si provvede all’autodifesa e all’attacco con un’impostazione di tipo squadristico. Una battaglia che potrà dirsi conclusa solo con il giro di vite contro la mobilitazione di massa a seguito dell’attentato a Togliatti. Una battaglia caratterizzata anche dai delitti mirati a scopo di vendetta, un fenomeno, perlopiù spontaneo, che si verifica un po’ in tutta l’Italia Centrale e Settentrionale, dall’Istria al Piemonte, dal Lazio al Trentino. Questo è l’humus ove nasce, si sviluppa e si muove la Volante rossa, organizzazione che vede la sue origini nelle brigate Garibaldi, vicina quindi al Pci di cui infatti non mette in discussione la linea politica della Democrazia progressiva come, invece, facevano gruppi di matrice bordighista e “internazionalista”, destinati a quell’attività pressoché convegnista e teorica che li ha accompagnati sino ai giorni nostri, con scarso seguito nelle masse. Sebbene l’attribuzione di alcuni delitti rimanga ancora incerta, è alle responsabilità della Volante che si fanno risalire tutti gli omicidi di stampo politico avvenuti in quegli anni nel Milanese. I volantisti rossi entreranno così nella leggenda, tra sovversivismo, banditismo e fuoriuscitismo, una leggenda che l’autore qui un po’ ridimensiona, soprattutto per il tenore dilettantistico di alcune esecuzioni. Nella fattispecie per l’uccisione di Leonardo Massaza, le cui motivazioni risultano altresì piuttosto confuse.

Se per l’Antifascismo militante la Volante rossa rappresenterà un riferimento per quello istituzionale, se così si può dire, sarà un elemento di imbarazzo poiché fa vacillare l’immagine del partigiano che consegna o depone le armi e s’impegna a consolidare le istituzioni e l’ordine repubblicano, come è certo avvenuto per la maggioranza.

Si preferirà, molto intelligentemente - non c’è che dire! - non parlarne o negarne, addirittura, l’esistenza, mentre il significato di quella storia umana e politica è eccellentemente sintetizzato proprio nelle righe che chiudono questo libro.

Silvio Antonini

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