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(6 Giugno 2010) Enzo Apicella
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UCRAINA

(19 Marzo 2014)

Non è un mistero per nessuno, come poi vedremo, che il “caso Ucraina” non rappresenta in nulla e per nulla una questione strettamente interna a quel paese e tantomeno un suo problema di affrancamento dall’occhiuta tutela o da un presunto interventismo russo negli affari di quel paese, ma semplicemente un episodio della guerra fredda, in via di surriscaldamento, scatenata dagli USA contro l’incipiente e sempre più robusta concorrenza dei paesi emergenti, prima fra tutti la Russia, con l’Europa in funzione ausiliaria (e da tenere essa stessa a freno). La prima potenza imperialistica è oggi ferita, ma proprio per questo, grazie al perdurante ruolo dominante del dollaro ed alla sua straripante forza militare, è costretta ad un massimo di aggressività a scala internazionale. Per essa non si dà certamente la prospettiva “pacifica” che fu dell’Inghilterra di passare al secondo rango nel novero dei paesi imperialisti.

Ciò non toglie, di certo, che l’Ucraina soffra di “suoi” specifici problemi interni da cui si originano i varii sommovimenti “interni”. Solo che essi sono il risultato di contraddizioni capitalistiche che non hanno nulla di specificamente “interno” e tanto meno sono risolvibili entro questo quadro. Per l’Ucraina liberarsi dai “suoi specifici problemi interni” significa fare i conti con le leggi attuali della crisi capitalista mondiale entro cui essi sono imprigionati. Né la sponda USA né, meno ancora, quella europea potranno dare ad essi una prospettiva di soluzione; tant’è: l’amorevole soccorso occidentale all’Ucraina già in partenza significa pesanti diktat economici e politici il cui peso è destinato a ricadere sulle masse lavoratrici del paese, come ben si vede dai “suggerimenti imperativi” trasmessi a Kiev dal FMI e dalle cancellerie di Bruxelles.

Prima di muovere i carri armati, l’Occidente lavora a prepararne il terreno sul piano ideologico, dell’imbottimento dei crani. Tutto come da copione. La prima guerra mondiale fu preceduta da campagne propagandistiche di massa sulla “barbarie” (dei nemici contro cui lanciarsi): il tedesco cattivo per natura da una parte della barricata, la minaccia zarista dall’altra. La seconda idem: orrore nazi-fascista da un lato, diritto dei “paesi proletari” ad emanciparsi dalla dittatura plutocratica dall’altro. Il nuovo tornante preparatorio di un ennesimo massacro planetario di inedite dimensioni sta facendosi strada attraverso un’offensiva in nome della “giustizia internazionale” contro gli “stati canaglia” (il cui elenco sta via via dilatandosi) ed ha già messo a segno il risultato del passaggio dalla propaganda alle armi: Iraq, Afghanistan. Jugoslavia, Somalia, Sudan, Libia, Siria, Africa francofona etc. etc. Ora ci stiamo avvicinando a grandi passi verso il centro nodale: Russia, Cina, America deyankizzata, e non è ancora finita, soprattutto a misura che le “canaglia” stanno cessando di restare impassibili, e persino corresponsabili, di fronte al Nuovo Ordine Mondiale imposto dagli USA, e sottoscritto dall’Europa, e – come in Siria ed Ucraina –cominciano a puntare i piedi...e qualcosa di più.

A questa stregua di deve comprendere l’attuale macchina propagandistica antirussa, di cui ci occuperemo qui di seguito brevemente per mostrare il nesso tra “idee” ed armi.


L’ultima offensiva mediatica antirussa si è svolta all’insegna della “lotta all’omofobia”. Il paravento della (sacrosanta) difesa degli omosessuali a tutela dei loro diritti civili, contro ogni forma di discriminazione, sta diventando sempre più una sorta di grimaldello a favore di una propaganda politica di parte (e di che parte!) contro chi sta sulle scatole ai big imperialisti, ed a ciò non mancano di prestar le armi certe lobby gay di regime, ben diramate e foraggiate ovunque al pari di tante ONG che Putin ha provvidenzialmente fatto smammare dal proprio paese. A parte che diverte il fatto che Obama e soci, così intransigenti in tema di diritti gay, non si diano eccessiva cura di quelli delle molteplici popolazioni (etero ed omo, vecchi e bambini...) in cui si va ad occupare territori altrui ed uccidere a raffica, resta assodato che la presunta “omofobia” russa è semplicemente una bufala. Le leggi in vigore in Russia in materia sessuale (votate da tutto “l’arco costituzionale” del paese, se l’espressione è permessa anche per i cattivi slavi!) non inibiscono né tantomeno sanzionano penalmente i rapporti omosessuali tra adulti consenzienti, com’è giusto e del tutto indipendente dai pareri che si possano personalmente o “a stragrande maggioranza” della popolazione avere in materia. Esse si limitano a proibire, secondo noi del tutto a ragione, la “pedagogia” (diciamo così) ed il reclutamento omosessuale tra i minori, diversamente da quanto avviene in molti paesi occidentali sull’onda della diversificazione ed allargamento del mercato del sesso da ridurre a motivo di profitto contabilizzabile. D’altra parte basterebbe ai nostri egregi “informatori” dar conoscenza diretta delle leggi di cui sopra, e poi ognuno dirà la sua. Né, a quanto sembra, si sono mai trovati in Russia reclusi per “reati di omosessualità” da esibire al pubblico (mentre ve ne sono, magari, in certi paesi “nostri amici”, come poi diremo).

Ciò non toglie che sul tema si sia scatenata una campagna mediatica senza precedenti e che la prima clamorosa misura presa “a difesa dei diritti gay” sia stata quella del boicottaggio delle Olimpiadi invernali di Soci da parte della maggior parte delle autorità di governo occidentale. La cosa non stupisce: anche le precedenti Olimpiadi di Pechino avevano subito la stessa sorte, magari declinata non sui diritti gay ma su quelli buddisti o uiguri o qualsiasi altra cosa purché mirante al segno: l’imbottimento-crani dei popoli d’Occidente per la crociata ideologica (per il momento...) imperialista. Ci fossero state le Olimpiadi nel Cile di Pinochet nessuno di questi mascalzoni sarebbe mancato. E, come ciliegina sulla torta, la RAI ha relegato l’evento tra le ultime di cronaca, come si fosse trattato di una gara di bocce aziendale, ricordandosene solo in occasione di qualche medaglia di bronzo o di legno all’insegna dell’Inno di Mameli. Come, e più, nel caso di Pechino era sconveniente mostrare la perfetta organizzazione dei giochi messa in atto dai cattivoni di turno con tanto di strutture probabilmente destinate a non cadere a pezzi a breve termine come altrove (forse noi italiani ne sappiamo qualcosa!), smentendo la favola del paese al collasso.

In un ottimo e divertente articolo sul Manifesto il solito Dinucci, voce alquanto fuori dal coro rispetto allo staff redazionale, ha ricordato al difensore dei diritti nostrano Letta in procinto di partire per Soci, ma con l’intenzione dichiarata di manifestare lo sdegno italiota nei confronti dell’omofobo “zar” Putin, che queste nobili intenzioni le stava manifestando fresco di ritorno dai paesi arabi del Golfo, con tanto di contratti e soldi (non sporchi come il rublo!) in tasca, dove la condizione dei gay non sembra davvero delle più rosee, con una gamma di correzioncelle amorevoli che vanno dalla galera alla lapidazione; e lui, povero ignaro!, non se n’era accorto! Pare non essersene accorto/a neppure l’ex –“onorevole” di Rifondazione Comunista (!) ed ex-Isola dei Famosi (senza aggettivi!) Vladimir Luxuria che, in luogo di trasferirsi in quei paesi arabi, ha provveduto ad agghindarsi clown (difficile che gli omosessuali seri vi si possano riconoscere!) e farsi soccorrere da reporter di regime per andare a Soci ad inalberare la bandiera dei diritti civili. Audience in loco? Nessuna, tantomeno da parte delle pretese “masse gay oppresse”, salvo forse la sorpresa di qualcuno nel sapere che in Italia il Carnevale arriva in anticipo. Ci permettiamo di dare un suggerimento agli opinion maker anti-Putin: aggiornate il vostro repertorio, lasciate stare i fenomeni da baraccone – il cui mantenimento, tra l’altro, costa caro – tipo Femen, Pussy Riots e Luxurie e pensate a strumenti di più serio e produttivo. O forse avete già pensato a qualcosa di più... esplosivo? Ne abbiamo il sospetto!

La macchina propagandistica imperialista ci ha davvero rotto i timpani col suo incessante “zar Putin” che ci viene rifischiato nelle orecchie unanimemente dalla destra più becera alla “estrema sinistra” più... manifesta. Un leader borghese ed un paese borghese non in posizione di primato imperialista a scala internazionale vengono qualificati di zarismo allorché assumono posizioni di sbarramento nei confronti delle cannoniere (in senso metaforico e proprio) USA, ma nessuno, neppure al Manifesto, si perita di definire Obama come Attila per quanto dove passa lui davvero non cresca più l’erba o con altri nomi spregiativi, sino a Maramaldo, i suoi sodali (ultimo il buon Renzi, le cui prime telefonate rassicuranti a capi esteri sono state per Netanyahu ed Obama).

Ma la merda mass-mediatica è il meno, ovvero è solo uno strumento a servizio dell’offensiva borghese.

E veniamo al seguito, alla guerra guerreggiata.

IL FILM UCRAINO: KIEV RECITA DA COMPARSA

Non intendiamo spendere in materia molte parole. Persino Il Giornale, a firma F. Biloslavo (21 febbraio), può tranquillamente dire di cosa si tratta: “In realtà è in atto una battaglia cruenta della nuova guerra fredda fra Washington e Mosca”, “con l’aggravante di continuare a raccontarci solo dei manifestanti europeisti ammazzati dalla polizia e non degli agenti uccisi sull’altro fronte”. Due cose, quindi, balzano subito in scena: il fatto che il protagonista primo di questo scontro siano gli USA che stanno dietro alla mobilitazione fascistoide di piazza Maidan preventivamente “piena di arsenali nascosti”, di facilmente indovinabile provenienza, e di un personale “autoctono” ben addestrato e promosso dagli yankee, con Mosca oggetto di questa provocazione; in secondo luogo: il valore del tutto ausiliario dell’Europa in questa operazione, destinata – oltretutto – a pesare gravemente su di essa in termini di costi e... zero profitti (tanto economici che politici).

La palla della primavera (d’inverno) ucraina si sgonfia da sé. Vero che il governo Janukovic, sorretto anche da un cosiddetto fasullo “partito comunista” ad esso coalizzato, faceva letteralmente schifo. Meno vero che lo facesse più della precedente esperienza Timoschenko. Assolutamente fasulla poi l’equazione Janukovic “servo di Mosca”. In realtà in quasi tutte le repubbliche nate dalla dissoluzione dell’URSS si sono istallati al potere dei profittatori privati assolutamente al di sotto di ogni soglia minima di presentabilità borghese all’altezza dei compiti, ma incommensurabilmente più rapaci individualmente di qualsiasi rapace borghese in quanto classe. Questo il frutto dello stalinismo, strangolatore da un lato della prospettiva comunista dall’altro incapace di allevare nel proprio (capitalistico) seno un personale borghese ad hoc. Mosca si è trovata a dover trattare con questo tipo di personale (per i propri interessi borghesi? Fin troppo ovvio), ma senza invasioni di campo (sinonimo non di buona volontà, ma di perdurante debolezza strutturale). Tant’è: per certi tratti Janukovic ha tentato di giocare la propria partita da piccolo trafficante su più tavoli e ci sono stati anche dei momenti in cui l’Occidente lo ha considerato un possibile buon interlocutore così come non gli aveva negato in precedenza il riconoscimento di esser stato regolarmente eletto attraverso democratiche elezioni con tanto di certificato degli osservatori OCSE (particolare già di per sé significativo dell’attenzione prestatagli come possibile partner).

Una sintesi abbastanza congrua del problema ucraino attuale, a partire dai suoi remoti precedenti, può desumersi – ricettari politici d’intervento “marxista” a parte – nel testo Dove va l’Ucraina? di Alan Woods (sul sito marxist.com), mentre per la “cronaca” della “rivoluzione arancione atto secondo” possiamo rimandare all’esauriente pezzo di Flavio Pettinari per Marx21.it (Ucraina: i tragici sviluppi dell’aggressione nazifascista sostenuta dall’Occidente imperialista più l’annesso sul rapporto del Research Team dell’Executive Intelligence Review di Washington), anche in questo caso diffidando dalle conclusioni politiche. Non c’interessa ripeterci.

Sul “protagonismo” dell’Europa nella questione e sulle sue ricadute su di essa le analisi forse più interessanti le troviamo, invece, in certa stampa di “destra rivoluzionaria”. Ad essa (a parte ogni doverosa considerazione sul suo carattere controrivoluzionario) va il merito di demolire la bubbola dell’“allargamento dell’Europa” all’Ucraina per i precipui interessi propri. Il patron delle attuali bande al potere a Kiev presente in loco a dettare legge è Kerry, mentre i governanti europei stanno, al massimo, al telefono a “consultarsi” col padrone; ma è ad essi che toccherà accollarsi i costi dell’aggregazione formale dell’Ucraina all’Europa e, sin d’ora, delle sanzioni emanate contro Mosca a tutto loro danno (Hollande ne voleva ancora di maggiori, forse per far dispetto più a Berlino – i cui fili economici sono ben intrecciati con Mosca – che alla Russia). La “destra rivoluzionaria” bene intende la necessità che un’Europa realmente in vena di sovranità (capitalistica) avrebbe di spezzare le catene che la tengono avvinta agli USA gettando un ponte verso gli emergenti “paesi canaglia” (URSS e Cina in primis). Traduzione aggiornata del tema “paesi proletari contro potenze plutocratiche” (e relativi... posti al sole da conquistare).

E veniamo al punto per noi cruciale: la posizione assunta dal proletariato ucraino, dell’ovest e dell’est, sulla faccenda. Nessun cronachista o commentatore ha potuto osar scrivere che esso abbia fatto parte della canea fascistoide di Kiev né che, all’est, si sia parimenti fatto ingabbiare dalle sirene borghesi russe. Sta di fatto che (come, per altri versi, in Siria) esso si sia tenuto in qualche modo in disparte. Non scrive male il Woods: “La debolezza (?!) principale del movimento (si intende forse delle iniziali spinte anticorruzione del “popolo”, prima ed al di fuori di quanto esploso successivamente, n.n.) è l’assenza di un movimento indipendente della classe operaia. Ci sono stati diversi tentativi di organizzare uno sciopero nazionale, ma nessuno ha avuto successo. La stragrande maggioranza della classe operaia è ferocemente ostile alla oligarchia e al regime politico corrotto. Ma non si vedono rappresentati dai manifestanti e hanno adottato un atteggiamento passivo. E’ l’assenza di un movimento indipendente del proletariato ucraino che ha condotto le proteste in un vicolo cieco. L’atteggiamento dei lavoratori nelle regioni orientali è di scetticismo. Quando viene detto loro che Janukovic è corrotto alzano le spalle e dicono: ’E chi non lo è?’. Questo scetticismo è fondato. Hanno già avuto l’esperienza della ’rivoluzione arancione’ e si ricordano come è finita. C’è stato un rimpasto ai vertici e una banda di oligarchi corrotti ha preso il posto di un’altra, e per le masse nulla è cambiato”. Questo provvisorio “assenteismo” della classe operaia ha naturalmente le sue ragioni storiche, che stanno interamente nella funzione svolta per decenni dal potere stalinista e post-stalinista nella regione e su ciò sarebbe bene interrogarsi, soprattutto da parte di chi (come il Woods) è stato artefice della teoria dello “stato operaio degenerato” da... rigenerare attraverso una rivoluzione politica e non sociale: per tutto un lunghissimo arco storico la classe operaia sovietica è stata esautorata e castrata sia sul piano politico che su quello sociale con tanto di schifose oligarchie frutto consequenziale della “conquista da difendere” della “proprietà collettiva” (!) a carattere “post-capitalista”.

Risalire da questo abisso è difficile ed è perfettamente inutile diffondersi in programmi alternativi incapaci di rendersi conto dei singoli anelli da riconquistare, attraverso difficili ed amare esperienze, per ricostituire la catena di un programma di classe. La quale – diciamolo subito – non potrà mancare, come già si intravvede nelle esperienze di lotta che stanno presentandosi, ad esempio, nella ex-Jugoslavia (vedi i recenti fatti in Bosnia-Erzegovina). Ma proprio per aiutare queste esperienze a farsi strada verso lo zenit comunista occorrerà esserci presenti col massimo della chiarezza teorico-programmatica traendo tutte le debite lezioni dal passato al di fuori di certe mistificazioni tanto neo-staliniste che “trotzkiste”. “Il problema centrale è quello della direzione”, scrive il Woods; già, ma esattamente di una giusta direzione che non sia stata compromessa con lo stalinismo o si appresti a nuove virate verso altri abissi.

NEL CAMPO DELLE “OPINIONI”
SUL CASO UCRAINA QUI DA NOI


Nel “campo rosso” le posizioni assunte rispetto alla questione ucraina si possono sommariamente dividere in due gruppi: a) quelle che in qualche modo attribuiscono alla Russia un ruolo anti-imperialista, magari anche soltanto “oggettivo” (la famosa pietra d’inciampo), da appoggiare o magari cui appoggiarsi in nome di una soluzione “socialista” dei “nostri” problemi europei (una Nuova Europa è in programma!) e/o soprattutto italiani (viste le ultime scoperte, in certi ambiti, del nesso marxismo-patriottismo sin qui ignorato e vilipeso dai soliti dogmatici settari); b) quelle che rifiutano di confondersi, sia pur “solo” tatticamente, con gli interessi della neo-borghesia russa e si richiamano a una soluzione autenticamente socialista, rivoluzionaria, della crisi ucraina nel quadro dell’internazionalismo proletario. Ovvio che noi stiamo su questa seconda trincea, ma non è per sfizio narcisistico che ci tocca anche dalla maggior parte dei suoi sostenitori prendere delle debite distanze. Vi è poi una terza via, da scaricare subito nella fogna: quella, praticata da certi marrani del trotzkismo da neo-sinistri alla Syriza, che addirittura hanno appoggiato la “rivolta popolare” di piazza Maidan, replicando l’esperienza criminale (quando non solo semplicemente idiota) dell’appoggio alle “rivoluzioni” libiche e siriane e corollari vari del genere. (Citiamo da Falce Martello, fidandocene: “Il fatto che Barbara Spinelli e i promotori liberal-progressisti della lista Tsipras abbiano sostenuto la rivolta ucraina, lamentando semmai un sostegno ’debole’ e ’insufficiente’ alla rivolta da parte dell’UE dà un’idea della subalternità (noi aggiungeremmo: dell’internità, n.n.) del ’civismo democratico’ al liberalismo borghese e alle sue mistificazioni”)

Quanto alla prima delle due posizioni ci limitiamo a dire: un discorso del genere che voi usate ci suona logico (e, da questo punto di vista, apprezzabile) quando ci viene da forze della “destra rivoluzionaria” (“socialista nazionale”, va da sé) quale la squadra di Rinascita che, coerentemente, muove da considerazioni di geopolitica su cui poggiare le strategie italiane ed europee di indipendenza dal cappio USA e, quindi, di una propria sovranità (capitalista – occorre dirlo? –anche se con gli opportuni ritocchi “sociali” a favore del “popolo”). Ma che esso ci venga presentato sotto veste marxista semplicemente c’indigna, più che farci sorridere. E lo diciamo con rammarico fraterno e non per anatema, perché sappiamo benissimo come su questa trincea ci stanno compagni soggettivamente onesti, combattivi, realmente impegnati in tante lotte nostre. Compagni, talora, assai più affidabili, da questo punto di vista, di certi “ortodossi” formali.

Quale la posizione dei comunisti degni di questo nome? Dal punto di vista analitico si tratta di evitare certe equiparazioni quanto alle opposte forze borghesi in campo. Non serve nulla (al contrario!) equiparare, poniamo, USA Europa e Russia come la stessa cosa e con gli stessi metodi. Qui la spinta aggressiva rispetto all’Ucraina ha degli agenti diretti che non sono Mosca come Washington, ma USA e blocco europeo egemone, anche qui con varie finalità e modalità d’intervento (c’è chi traina e chi è trainato, e quest’ultimo senza i guadagni ipotizzati – ciò che non lo rende meno criminale –). Il capitalismo russo è, nella situazione attuale, sulla difensiva (non a mani nude, certo, e non senza una prospettiva di contrattacco), ma per evitare di appoggiarlo codisticamente serve poco l’equazione Mosca=Washington.

Un certo “puro internazionalismo” di facciata senza compromissioni con nessun fronte borghese, quale che si sia, conduce certuni, specie nel campo cosiddetto “trotzkista”, a – diciamo eufemisticamente – delle esagerazioni: né con Saddam né con Bush, né con la NATO né con Milosevic, né con Gheddafi né con gli euro-USA e i loro scherani in campo, né con Assad né con i suoi nemici (interni ed esterni), né con Chavez né con la piazza (stellestrisce) opposta etc. etc. L’alternativa consisterebbe nell’esplodere di una vera ed incontaminata rivoluzione socialista, ma ci si dimentica semplicemente che una tale prospettiva può darsi solo a partire da una mobilitazione attiva contro l’aggressione imperialista capace, per la sua forza di massa ed il programma politico-sociale cui essa – eventualmente – arriva a riferirsi, di non muoversi a rimorchio della “propria borghesia offesa” o di eventuali schieramenti borghesi “amici”. Ad esempio: la lotta contro la banda Capriles e i suoi mandatari USA è sacrosanta per definizione, ma può riuscire vincente solo a patto di superare in corso d’opera lo sbarramento “chavista”. Un altro rispetto al chavismo nasce, se arriva a nascere, da questo quadro, non da un “né né” astratto dal terreno di lotta.

Prendiamo il caso della domanda di separazione dall’Ucraina avanzata dalla popolazione della Crimea. Il PCdL scrive in proposito: “La mobilitazione della popolazione russofona contro la minaccia nazionalista reazionaria ucraina ha in sé (?) una sua legittimità. In particolare la Crimea inserita in Ucraina dall’URSS di Krusciov nel 1954 ha diritto alla propria autodeterminazione. Ma le istanze russofile sono oggi leva di manovre di altre forze ed interessi”, quindi... nisba. Parola d’ordine dei nostri: “Per una Ucraina socialista unita – con il rispetto dei diritti nazionali della minoranza russofona e dello specifico diritto di autodeterminazione della Crimea – nella prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d’Europa”.

In realtà ove fosse presente un movimento proletario gagliardamente in piedi non parleremmo di “diritti” secessionisti, né in sé né... fuori di sé, ma di unità anche territoriale su base di classe nel superamento delle barriere nazionali (e relativi diritti borghesi) e della stessa forma-Stato tradizionale (ancora una volta: borghese). In assenza di ciò, al presente, i russofoni sono in qualche modo costretti, per salvare se stessi, a diventare russofili (i due termini non sono equivalenti) ed a pretendere quel divorzio da Kiev che – guarda caso! – non era precedentemente in programma secondo il diritto democratico (quindi: borghese) dell’autodeterminazione. Entrano in gioco altre forze ed interessi? Ovvio. Ma spetta in questo caso ai comunisti in campo (compresi quelli ipotetici a distanza) far sì che la conquista di questo diritto “costituzionale” (omettiamo di re-aggettivarlo) non si traduca in un programma ucrainofobo o piattamente pro-Putin. Se c’è qualche comunista a Kiev difenderà a spada tratta questo diritto contro i propri dirigenti fascio-borghesi per gettare un ponte fraterno, di unità di classe, ai propri compagni proletari di Crimea; e lo stesso dirà il comunista di Crimea:ci tocca separarci dal “vostro” stato banditesco, ma non ci separiamo da voi, nostri fratelli di classe. Un buon punto di partenza è il fatto che sia gli abitanti di Crimea sia la stragrande maggioranza dei dimostranti in Russia a loro favore non manifestano alcun odio anti-ucraino (ne è testimonianza, d’altra parte, la situazione di normalità in cui vie oltre un milione e mezzo di lavoratori e lavoratrici ucraini in Russia). Resta come un macigno il “ma” di cui sopra, cui ci limitiamo ad obiettare: siete forse a conoscenza di qualche esercizio del diritto di autodeterminazione esente da “manovre di altre forze ed interessi”? Difficile invocare Lenin al proposito. Non ci pare che in occasione della separazione Svezia-Norvegia Lenin abbia posto delle precondizioni ultimatiste di natura immediatamente socialista, né ancor meno che lo abbia fatto nei riguardi del diritto all’autodecisione di nazionalità “sovietiche”, cui attribuiva il diritto di separarsi da Mosca (per quanto spiacevole fosse e certamente in presenza di “altri interessi” in campo rispetto ai nostri).

E allora. Partiamo intanto dal riconoscimento pieno del diritto della Crimea a separarsi da Kiev come atto elementare di autodifesa imposto dall’aggressione imperialista occidentale tramite i suoi scherani in loco giacché l’esercizio di questo diritto non può essere rimandato all’attesa dell’“irruzione” dei proletari come li vorremmo nella “lotta di classe con una loro politica anticapitalista”, come c’insegna il PCdL; prendiamo pure atto che esso è distante le mille miglia dal nostro programma matrimoniale “socialista unitario” (con... diritto alla separazione tra i coniugi!?) e per l’appunto lavoriamo in questa direzione essendocene assicurata la precondizione necessaria: il riconoscimento da parte nostra del diritto in questione nel concreto, su cui tutto il nostro lavoro resta sicuramente da fare. Detto questo va pertanto ribadito da comunisti che noi lavoriamo per andare oltre il traguardo di un’autodecisione racchiusa nell’ambito del capitalismo attuale; autodecisione che non potrebbe essere che illusoria a questa stregua. Perché? Lo diceva bene la Luxemburg: “E’ vero: il socialismo riconosce ad ogni popolo il diritto all’indipendenza, alla libertà e alla libera decisione sui propri destini. Ma è una vera beffa al socialismo presentare gli odierni Stati capitalistici come espressione di questo diritto all’autodecisione. Infatti in quale di questi Stati fino ad ora la nazione ha deciso sulle forme e condizioni della propria vita nazionale, economica e sociale? (..) Il socialismo internazionale riconosce il diritto di nazioni libere, indipendenti, dotate di eguali diritti, ma esso soltanto può creare queste nazioni, esso solo può realizzare il diritto di autodecisione dei popoli. Anche questa parola d’ordine del socialismo non è, come tutte le altre, una canonizzazione di quanto già esiste, ma una guida e un incitamento alla politica rivoluzionaria. (..) Di più: nell’ambiente imperialistico del giorno d’oggi (..) ogni politica socialista che prescinda da questo ambiente storico determinato e in mezzo al vortice mondiale voglia farsi guidare soltanto dai punti di vista isolati di un paese è a priori costruita sulla sabbia.” Se si voleva dire questo allora d’accordo: anche noi siamo per “una guida e un incitamento alla politica rivoluzionaria”; solo che si guida e si incita un movimento, e questo non sostituibile da proclami finali.

Infine: in una data “letteratura marxista”, quella “trotzkista” in particolare, assistiamo regolarmente all’indicazione di ciò che i popoli in conflitto dovrebbero fare per mettersi in regola con le tavole della nostra Legge. Alan Woods, ad esempio, ed i suoi seguaci di FalceMartello: “Una volta che la classe operaia abbia scacciato i parassiti di dosso e preso il controllo dei mezzi di produzione non ci sarebbero limiti ai traguardi da raggiungere. (..) In queste condizioni, sarebbero le popolazioni dell’Unione europea e dell’America che rivolgerebbero sguardi invidiosi a Oriente e scenderebbero in piazza per chiedere che l’Europa aderisse alla Federazione Socialista. (!!) La condizione preliminare è che i lavoratori di Ucraina devono prendere il potere nelle proprie mani”. A questo quadro idilliaco manca, a nostro avviso, qualcosa di essenziale: vada pure impartire lezioni di dovere a chi ci è distante; ma non è forse vero che “il nemico principale è il casa nostra”? Ed allora – questa sì che è una “condizione preliminare” contro le chiacchiere a vuoto – perché non dire quali sono i nostri doveri qui, in casa nostra, nel luogo in cui il “nostro” imperialismo fucina i disastri da consumarsi altrove a proprio profitto? Quali i nostri doveri nei confronti del nostro proletariato contro l’insieme delle forze borghesi in campo, quelle “progressiste” comprese?

Il fattore che gioca più pesantemente sui destini dell’Ucraina è proprio il fatto che qui, nelle metropoli, nulla si muove in concreto in materia. Ci si interessa, se volete, come “opinione pubblica”, della commedia sulle quote rosa parlamentari, ma del fatto che Renzi vada ad inginocchiarsi di fronte a Kerry assicurandogli il “nostro pieno appoggio” non frega niente a nessuno, salvo i quattro diavoli del (malcombinato) “quadro marxista” e, su tutt’altro versante, di alcuni “rivoluzionari” rosso-bruni. Sì, è vero, ci sono anche le proteste per il lavoro ed il salario. Ma la loro debolezza è evidente e senza sbocchi in assenza di una visione cosciente della situazione: si vede il governante Tizio e vi si contrappone il governante Caio, ma il problema di cos’è,come lavora e dove sta andando il capitalismo di cui quei Tizio e Caio sono i megafoni trova sorda e smarrita la massa ed a nessuno passa in testa di mettere un po’ il naso fuori casa peninsulare per vedere l’intreccio tra problemi interni e quadro internazionale.

Ed allora: dove sta una campagna di denunzia del nostro imperialismo nella faccenda (e che non sia sbilanciata a favore di capitalismi buoni con cui far gioco tattico di squadra europea)? E da parte di certe sentenziose ali sinistre “trotzkiste” dell’ala sinistra rifondarola della sinistra Tsipras o del centro-sinistra renziano (con cui in comuni e regioni si sta assieme al governo) dove sta una demarcazione anche fisica da simili “compagni di strada”?

Altro che sermoni impartiti agli ucraini! Cominciamo a fare il nostro dovere qui, e fino in fondo!

Altro che “né con l’Unione europea né con Putin”, ma: implacabilmente contro il nostro imperialismo assassino con cui non abbiamo nulla da spartire (neppure nelle ridotte di governi “locali” che nulla avrebbero da spartire con Roma, quasi che la fognetta fosse un’alternativa alla fogna)! (Da parte di certuni ci basterebbe anche solo una vibrante mozione di condanna anti-imperialista contro il nostro governo da proporre tassativamente nelle sedi locali dove la “sinistra unita” regge il carro; non crediamo arriverà, ma, ove fosse, saremo i primi a prenderne nota e dare ad essa il merito che le spetta).

16 marzo 2014

Nucleo Comunista Internazionalista

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