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Violenza sulle donne

Violenza sulle donne

(30 Aprile 2012) Enzo Apicella

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    Spunti di riflessione su ruoli e contraddizioni a partire dalla serata del 15 marzo al Vittoria

    (20 Marzo 2014)

    Scriviamo queste righe perché vorremmo che chi ci segue o ci legge possa condividere con noi il disagio, la frustrazione e anche la buona dose di rabbia mal digerita, per la serata di sabato 15 marzo che ci offre però la possibilità di generalizzare alcune riflessioni.

    Una serata con cena popolare e concerto, organizzata a sostegno “ludico” e di finanziamento per il lavoratori delle cooperative in appalto alla Granarolo di Bologna da mesi ormai in lotta contro lo sfruttamento e i licenziamenti, che non è finita come ci aspettavamo e questo, ripetiamo, ci dà però l’occasione per tornare ad entrare nel merito di questioni, di ruoli politici e specificità di genere come contraddizione che noi continuiamo e insistiamo a considerare primaria.

    Qualche breve preambolo.
    Il movimento di lotta politico sindacale dei facchini delle cooperative tra mille difficoltà, vittorie e sconfitte, è diventato anche un punto di riferimento e una linea di demarcazione trasparente tra conflittualità politica e concertazione al ribasso ma soprattutto ha messo in moto un meccanismo di ribellione tra i settori immigrati della classe operaia nel settore della logistica, elemento smaccatamente paradigmatico dello sfruttamento di classe.

    Ma non è di queste lotte che intendiamo parlare, lotte di cui vogliamo però solo sottolineare l’enorme arricchimento e bagno di concretezza che queste comportano, un’immersione nelle contraddizioni reali che ci costringe a uno sforzo continuo per far convivere l’immaginario di una società radicalmente antagonista all’attuale con la difficoltà di mediarlo con una tattica vertenziale che comporta accelerazioni e frenate in relazione ai rapporti di forza da sviluppare, nella convinzione del ruolo insostituibile della solidarietà militante.
    Un’immersione nella concretezza che ci fa stare sempre con i piedi per terra e che è motivo fondante del nostro essere militanti. Né solidarietà generica quindi, né mera teoria sulle trasformazioni di fase del capitale che ci sforziamo comunque di comprendere proprio partendo dalle lotte alle quali partecipiamo.

    Ci permettiamo di sottolineare l’aspetto militante perché siamo veramente convinti che tutti siamo utili anche se non necessari: servono le parole, le canzoni, la musica, le cene, come nella lotta servono sia il cuore che la razionalità e il cervello.
    Serve tutto ripetiamo, ad ognuno il ruolo che si sceglie, ma è davanti ai cancelli che si determina la parte della barricata che si è scelta, nel quanto si è disposti a mettersi concretamente in gioco come individui (il termine compagno è molte volte abusato) rifiutando il carrozzone mediatico assunto anche a “sinistra” che trasforma le lotte in “eventi” - normalizzandole e banalizzandole - per cui andare a ballare senza pagare (e pagare vuol dire sostenere una lotta) una sera in un centro sociale (Vittoria incluso) è un serio attestato di quale parte della barricata si è scelta.
    Ma non è questo per noi il problema, ognuno si sceglie e si costruisce il proprio ruolo personale ma chiediamo ed esigiamo lo stesso rispetto che diamo a chi decide di accompagnare le lotte sul terreno che ritiene migliore per se stesso.
    Dopo questo breve preambolo, torniamo alla serata che aveva quindi per noi tutte le caratteristiche di continuazione in altre forme dell’iniziativa politica con le implicazioni che questa comporta.
    L’iniziativa prevedeva una cena popolare e a seguire un concerto con la “chitarra rivoluzionaria” di un compagno che stimiamo e con il quale condividiamo ormai da anni lotte e picchetti operai e un gruppo di musica popolare.
    Memori di pessime esperienze come sempre, proprio per non ritenere nulla come scontato, prima di ogni concerto spieghiamo ai componenti del gruppo le discriminanti “ovvie”, antifascista e antirazzista, e quelle tragicamente non ovvie, contro l’omofobia e il sessismo chiedendo esplicitamente se ci siano canzoni che comprendono battute o termini offensivi nei confronti delle donne.

    Già questo primo filtro è per alcuni impensabile perché …….tanto chi se ne fotte………
    la gente beve, si diverte e se si fanno questi discorsi si passa per rompicoglioni e ……. ci mettiamo meno soldi in cassa……. e noi invece ci teniamo proprio per riaffermare il ruolo
    politico di uno spazio che si sforza di produrre conflitto e di non di essere un birrificio “alternativo”.
    Da questo confronto con il gruppo ne esce che c’è una canzone che può dare adito, a detta di uno degli stessi componenti, a fraintendimenti ed allora chiediamo loro e riceviamo risposta affermativa di non cantare la strofa per noi offensiva, per i motivi che spiegheremo, se non tutta la canzone. Dopo questo breve confronto terminato con un accordo preciso, si da inizio alla parte musicale dopo la riuscitissima cena solidale con un centinaio di partecipanti tra cui un buon numero di lavoratori delle cooperative.
    A un certo punto sentiamo dal palco che invece qualcuno ha cambiato idea e la canzone viene cantata lo stesso dando le proprie motivazioni al gesto e anzi rimandando alla sala il compito di decidere chi avesse ragione………
    …… a proposito del rispetto di cui prima parlavamo.

    La canzone parla di soldati che prima di andare a morire per alleviare le proprie pene rivendicano il diritto al vino e alle puttane ……..
    Il problema non è mai o non è mai solo la parola, non è l’utilizzo di termini già di per sé estremamente offensivi per chi è costretto a vendere il proprio corpo per poter vivere, però suggeriamo anzi chiediamo, anzi pretendiamo che chi canta sul nostro palco esprima quantomeno una critica che illustri meglio il senso di ciò che si sta dicendo, ma guarda caso non è mai cosi. Guarda caso c’è sempre un falso concetto di “provocazione” a senso unico.

    Nessuno ha infatti niente da ridire davanti a una fotografia di una situazione, quella di milioni di proletari che andavano a morire o ad ammazzare altri milioni di proletari in nome delle conquiste territoriali o di mercato delle proprie borghesie nazionali, ma se si cita la sofferenza di questi esseri umani in un ruolo imposto di assassini, ci immaginiamo, anche se gli intenti sono solo puramente descrittivi, che ci debba naturalmente essere qualcosa che accenna anche al fatto che nella disperazione della guerra quelle donne, ridotte ad oggetti sessuali, che seguivano come animali per rimediare qualcosa da mangiare i convogli dei soldati e che morivano a centinaia per mancanza di igiene, malattie veneree, fame, malattie ecc…ecco quelle donne erano l’ultimo stadio della condizione umana e fanno parte integrante di quella sofferenza.
    E ragionare in questo modo fa la differenza.
    Ma di questo ci si dimentica. Questa contraddizione passa in second’ordine.
    E il termine puttana o si esalta con un falso paternalismo o la si usa con “licenza poetica”.
    Ma per favore…….
    Il nostro esplicito ragionamento era ed è, ancor più radicato in noi dopo ciò che abbiamo sentito sabato sera, che senza critica non si fa altro che avvalorare, giustificare e motivare il concetto di funzione sociale della prostituzione.
    La donna che nel ruolo di “puttana” ha una sua funzione sociale di sfogo e serve all’uomo per i suoi impulsi naturali fino ad arrivare, nella società attuale che mercifica ogni cosa inclusi i rapporti umani, a diventare “vagine deambulanti” considerate tali ed esposte al “simpatico” commento del maschietto di turno che le valuta da questo punto di vista.
    Stiamo parlando, tanto per capirci, della proposta di Lega e Forza Italia di riaprire i “bordelli” chiusi dopo il fascismo.
    Si, ripetiamo, proprio il fascismo cosi a qualcuno gli si risveglia l’istinto primordiale di antifascista.
    Fa niente che qualche supporter del gruppo sosteneva che riaprire i bordelli vorrebbe dire aumentare il P.I.L. ……….cosa che dovrebbe far rabbrividire chiunque, anche non compagno o compagna, ma evidentemente questo non è ancora chiaro per tanti, purtroppo molti.

    Perché fascismo e sessismo sono facce di un’unica medaglia. Ma si preferisce di solito far finta di niente, passar oltre per non crearsi problemi,
    E infatti qualcuno ci ha timidamente detto che loro si erano sicuramente comportati male ma che magari per una volta, una volta sola si poteva lasciar passare?
    Sarebbe tutto più facile se ci comportassimo in questo modo, ma entra in gioco qualcosa che va oltre la nostra dignità.
    Già tante troppe volte nella vita quotidiana le donne in generale sono costrette molto volte a subire. Ma in uno spazio di compagni e compagne non si deve, non si può fare finta di niente perché vorrebbe dire accettare, anche in un luogo “contro”, la montagna di merda culturale o pseudo tale da cui siamo subissati ogni volta che usciamo di casa o accendiamo la televisione o guardiamo una pubblicità. Tacere e girarsi dall’altra parte, accettare e non combatterla.
    Perché se non si incominciano mai a mettere in discussione i ruoli che il capitalismo ci impone non si potrà mai realmente fare un passo in avanti nel progresso delle coscienze, “l’uomo nuovo” di cui parla il Chè.

    Tornando alla serata, dopo la canzone in discussione un nostro compagno, è stato costretto ad intervenire facendo un discorso molto chiaro sui contenuti, parlando con rabbia delle 130 donne morte l’anno scorso a tal punto da dover inventare il nuovo temine “femminicidio”, affermando che è proprio dagli spazi come questo che deve partire la critica radicale ai comportamenti sessisti soggettivi e oggettivi, che la violenza contro le donne passa anche dalla parole, che quella canzone o è sbagliata o è monca di una parte troppo importante per essere dimenticata e che è ridicolo, strumentale e anche provocatorio (diciamo ora) appellarsi al giudizio (degli amici) che vedono interrompere una bella serata per perdere tempo a parlare di ….“puttane”.
    Tutto questo putiferio per una parola?
    Con il gruppo ancora sul palco, il nostro atteggiamento è stato invece assolutamente discorsivo con una critica per il non rispetto degli accordi presi e con la considerazione che questa loro scelta stava producendo effetti che nessuno avrebbe mai voluto.
    Ma tant’è questa è arte…….
    In sintesi gli amici degli artisti hanno quasi interrotto il compagno con grida inneggianti alla censura, che solo i nazisti censuravano la “cultura” e questi comportamenti hanno di fatto chiuso la serata visto che con questo presupposti non era possibile neanche affrontare un dibattito.
    O meglio, il gruppo è uscito per continuare fuori dal centro la patetica “performance” seguito da amici e conoscenti………….. ancora a proposito di rispetto.

    Noi crediamo e rivendichiamo ancora di essere stati molto “dialettici” (forse troppo) per rispetto dei contenuti della serata, crediamo che il nostro intervento fosse assolutamente dovuto davanti ad un atteggiamento irrispettoso visti gli accordi e l’assoluta mancanza di comprensione dei processi collettivi di formazione della coscienza in contrapposizione all’ esaltazione “dell’ offuscata e censurata creatività personale dell’artista”.
    “L’arte” come protezione della propria bassezza, come riproduzione di stereotipi, come falso dogma di “libertà”, come elemento neutro che non si pone all’interno di contesti più generali, che non individua priorità, che non si schiera, che …………e poi che arte!
    Totò saprebbe rispondere a tono…
    Il riprendere il concerto fuori dal centro è stata una provocazione su cui abbiamo deciso, coscientemente di sorvolare e far finta di niente per non far finir peggio una serata che sarebbe altrimenti stata molto bella.
    Ci rincuorano i molti che alla fine si sono fermati per ringraziarci della coerenza e della determinazione con la quale proviamo ad affrontare questioni prioritarie che molti preferiscono mettere sotto il tappeto
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    I rapporti di produzione definiscono quelli sociali e questo è il quadro in cui anche i rapporti interpersonali si collocano e ancor oggi questa crediamo sia l’unica chiave interpretativa valida per comprendere il presente.
    Senza alcun dogmatismo, meccanicismo o giustificazionismo per scelte di vita sbagliate ma nella comprensione che se i modelli comportamentali proposti dal berlusconismo sono ancora quelli vincenti in termini di massa, sta anche a noi, ad ognuno di noi entrare in conflitto con loro, rifiutarli, senza minimamente assimilarli, fare muro contro qualcosa
    che ha abituato le coscienze a differenziare, a chiudere in ruoli, a costruire mostri di disumanità.
    Questo è il capitalismo.

    I centri sociali non sono invece, o non dovrebbero proprio essere, luoghi o palcoscenici neutri dove possa andare in scena tutto e il contrario di tutto.
    Non dovrebbero essere vuoti contenitori dove attecchiscono mode, nuovi conformismi, finte modernità e grillismi vari, genericità di intenti e di contenuti.
    Non sono l’elemento “trasgressivo” o non dovrebbero proprio esserlo (poniamoci tutti e tutte ogni tanto delle domande sulla storia dei c.s.) che rappresenta la pennellata di colore aggressivo, dissonante, forte e protestatario ma assolutamente compatibile con gli altri colori che compongono nelle diverse sfumature di colore le strutture della metropoli capitalista.
    Non sono lo sfogatoio, o almeno non dovrebbero esserlo, delle pulsioni e frustrazioni personali. Sono luoghi o almeno dovrebbero esserlo - e noi rivendichiamo con orgoglio il nostro batterci molte volte anche contro il conformismo “trasgressivo” - in cui si mette in discussione l’esistente a 360°, dove si discute per cambiare, dove si può anche stare insieme ad altri solo per il piacere di farlo, ma esigiamo che ogni cosa si pronunci da quel palco debba contribuire in qualche modo, in una scala da 1 a un milione, alla formazione di una coscienza critica dell’esistente, che formi e dia senso a una socialità che esca dalla mercificazione dei rapporti, che demolisca i ruoli, le immagini, gli stereotipi, gli esempi e i modelli che una società borghese e corrotta ha prodotto ad immagine e somiglianza di un modello produttivo basato sullo sfruttamento di classe e di genere.
    L’essere anticapitalisti vuol dire anche assumerci
    questa responsabilità

    Abbiamo deciso individualmente e collettivamente che queste difficoltà non sono insormontabili e continueremo le nostre battaglie nella convinzione che prospettiva politica, rigore ideologico e un vivissimo immaginario da far prefigurare già nel presente siano le uniche gambe sulle quali si può reggere una possibilità di trasformare in senso rivoluzionario il presente.

    Milano 19.03.2014

    I compagni e le compagni del Csa Vittoria

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