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Da "Genova Libera" all'Autunno caldo?

Quando il movimento sconfisse il "grande freddo" (comunicato di "VIS-à-VIS")

(1 Agosto 2002)

Genova, 20 luglio 2002.

Contro ogni previsione, 150.000 persone si sono riversate per le strade di Genova, in un giorno che, a parere di molti, avrebbe dovuto invece sancire la fine del "movimento di Seattle".

Da settimane, sui grandi quotidiani e sulle riviste di dibattito culturale e politico, si insisteva sul venir meno di quella spinta che, appunto espressasi in origine a Seattle, aveva poi permeato di sé momenti contestativi di massa come quelli di Davos, Praga, Nizza, Napoli e Goteborg, fino a culminare nelle giornate tumultuose dei cortei contro il G8 che aveva preteso "blindare" Genova.

Tali previsioni - è questo il dato più significativo - avevano trovato il sostanziale assenso di gran parte del ceto politico che aveva a suo tempo preteso trarre la propria "legittimazione" dall'esistenza del "movimento" stesso. Anzi, in realtà alcune componenti organizzate, interne alle mobilitazioni "no-global", ne erano state le ispiratrici. In particolare i "Disobbedienti", nel riconoscere la crisi del proprio percorso, avevano finito per identificare in essa la crisi irreversibile del "movimento" stesso.

Ma anche in settori più radicali di quello costituito dalle ex "tute bianche", l'inveterata abitudine di non distinguere tra i movimenti di massa e i ceti politici che cercano di ergersi a rappresentanti degli stessi, generava confusione e non pochi equivoci.

Per tutti, insomma, valeva lo stesso discorso: ciò che non si conosce, ciò che non rientra nei propri schemi e che, soprattutto, non si lascia imbrigliare in disegni politici precostituiti ("moderati" o "radicali" che siano), va comunque esorcizzato. La radicale alterità nei confronti del lessico della politica - anche "alternativa" o "antagonista" - di un soggetto di massa che, già nel muovere i suoi primi passi, irrompe nelle piazze solo quando lo ritiene opportuno, quando "sente" che è il momento di farlo, se non può essere ricondotta alla ragione di una progettualità che le è estranea, deve essere negata.

Così, a seguito di alcune scadenze sbagliate, criticamente disertate dal "movimento", il ceto politico - mentre si faceva attraversare dagli scontri e dai regolamenti di conti interni - decretava la fine di una fase.

"Il movimento è morto, viva il movimento", diventava lo slogan di tutti!

E ciascuno lo declinava a modo suo, valorizzando gli aspetti delle mobilitazioni passate, ritenuti più in linea col proprio percorso politico-organizzativo.

Ora, la giornata del 20 luglio 2002 ha smentito ogni previsione, spiazzando tutti e inducendo i "leaders" a prodursi in un'autocritica pubblica che - per quanto formale e legata alla necessità di mantenersi politicamente in vita - evidenzia dei fatti reali e in qualche caso giunge anche a cogliere alcuni problemi.

Lo testimoniano anche i resoconti giornalistici, comparsi in vari quotidiani, oltre i due normalmente "accreditati" presso le "dirigenze di movimento" - "il Manifesto" e "Liberazione" -, al termine delle giornate di Genova: l'ex-portavoce - ora solo prendivoce - Caruso è arrivato a riconoscere che "almeno 50.000 persone non sono state portate dai gruppi organizzati", mentre Agnoletto, il "papa del movimento dei movimenti" - ora dimissionario/ato - ammette, bontà sua, che la cifra dei "cani sciolti" giungeva a 100.000.

Il più dignitoso (in quanto rappresentante legittimo di una ben determinata e "ben nutrita" componente del "movimento") Bernocchi, dal suo canto, ha rilasciato dichiarazioni che sembrerebbero rivelare una pur tardiva convergenza con le analisi sviluppate, sin dai tempi della "marcia di Assisi" (disertata dal "movimento" e affollata invece dalle "municipalità" oliviste e dal "mondo cattolico"), da "Vis-à-vis, quaderni per l'autonomia di classe": in esse, infatti, si fa riferimento alla capacità, da parte del "movimento", di scegliere autonomamente le scadenze cui aderire di volta in volta, infliggendo una sostanziale delegittimazione al ceto politico, qualora esso pretenda di poter avere le masse in piazza, a proprio arbitrario comando e senza saper/voler individuare e rispettare le sue reali tendenze progettuali, ma privilegiando invece logiche di surdeterminante strumentalizzazione politicistica. In tal senso, Bernocchi porta l'esempio di due fallimenti: quello assai grave, della mobilitazione contro la Nato e quello legato al controvertice FAO a Roma.

Ora, a nostro avviso (e come abbiamo già avuto modo di stigmatizzare "in tempo reale"), proprio tali due scadenze mobilitative sono state inequivocabile testimonianza del modo di agire dei gruppi "dirigenti". La prima, pur mantenendosi sul terreno di un'opzione di alterità critica verso l'esistente, ha chiamato a raccolta il "movimento" sulla base di una consolidata ma ormai "s/centrata" tradizione, allusiva di una generica e quasi ritualizzata ostilità verso la Nato, e non in forza di una puntuale disamina dell'assai modificato ruolo attuale di questa alleanza militare (fra l'altro ridimensionata a mero "gendarme d'Europa"). La seconda, ingenuamente possibilistica riguardo ad un qualche futuro ruolo positivo della FAO, ha oggettivamente trovato il suo contenuto più "qualificante" nelle rivendicazioni delle ONG a sostegno di un'agricoltura libera dalle leggi del profitto, nell'illusione perniciosa che sia possibile una qualche "isola felice", in un mondo per il resto dominato dal mercato e dalla produzione capitalistica.

Ebbene, se è vero, come abbiamo più volte sottolineato, che il rifiuto di tali scadenze non risulta ancora supportato da una capacità critica collettiva così sviluppata da evidenziarne appieno i limiti intrinseci, o - come nel secondo caso qui esaminato - la sostanziale e invalidante ambiguità, è anche vero che il "movimento" ha sùbito saputo dimostrare di essere almeno in grado di percepire chiaramente quando un passaggio gli è estraneo, in quanto orientato secondo una logica politicistica o legato a progettualità in netto contrasto con il processo della propria autodeterminazione strategico-progettuale. E di questo sembrano ormai essersi fatti consapevoli gli stessi leaders, sebbene alla loro attuale lucidità nel descrivere una situazione non si affianchi, per ora, una credibile autocritica, immediatamente operante sul piano di un radicale cambiamento di atteggiamento nei confronti di quel "movimento" di cui finalmente pur sembrano riconoscere una qualche autonomia/alterità rispetto, al proprio ruolo. Anzi, c'è chi, per non smentirsi, continua a rilasciare dichiarazioni almeno sorprendenti: in vista della scadenza autunnale di Firenze, Casarini sfodera di nuovo l'armamentario retorico di cui già aveva abusato alla vigilia di "Genova 2001" e arriva a parlare di "reti della sovversione sociale", cercando di far dimenticare, mediante la ripresa di un lessico barricadero di chiara ascendenza negriana, il comico fiasco elettorale di cui è stato protagonista.

Ma non è detto che stavolta il gioco riuscirà a lorsignori.

Già nel 2001 le loro rodomontate da operetta, le loro rappresentazioni spettacolari e pre-concordate furono spazzate nell'impatto con la ben dura realtà di una dimostrazione di forza repressiva altrettanto pre-concordata, ma alle loro spalle e . sopra le teste di tutti/e!

La realtà di uno stato che, smentendo i profeti di un suo qualche depotenziante svilimento, ha esercitato in modo altrettanto "spettacolare", ma ferocemente concreto, il proprio "monopolio della forza"!

Ma anche la realtà di una rabbia di massa che ha saputo rispondere alla blindatura della città, tenuta in ostaggio dal G8, non alzando le mani di fronte alle brutalità di una sbirraglia pur militarescamente addobbata in stile "robocop"!

Ora, se Casarini & C. pensano di potersi permettere di nuovo di alludere (magari senza invocarli direttamente) a comportamenti radicali, salvo poi demonizzare e lasciare in pasto alla repressione coloro che li pongono in essere concretamente, si sbagliano di grosso.

Il movimento ha mangiato la foglia!

E, pur con tutti i suoi limiti, è in grado di non farsi prevaricare dai suoi autoproclamati capi e capetti: lo si evince chiaramente dallo stesso andamento della giornata del 20 luglio 2002.

Esemplificando, già dalle partenze dei treni era possibile capire che le cose non sarebbero andate secondo copione. Al di là del dato simpatico che molti non avevano prenotato il biglietto - acquistato direttamente alla stazione o semplicemente non acquistato - al fine di non pagare 21 euro, regalandone uno al Social Forum, era "strana" l'atmosfera sul treno, che poco o nulla aveva di riconducibile al folklore reducistico; come era strana, ancora, l'atmosfera alla stazione di Brignole, luogo di arrivo dei manifestanti giunti da varie parti d'Italia: a prima vista, si aveva l'impressione di aver di fronte una sgangherata e scanzonata "orda", aliena dai comportamenti e dalle forme di autorappresentazione proprie di un qualsivoglia "corpo militante". In molti, infatti, hanno optato per un lento vagabondaggio per i vicoli e le strade della città vecchia (assolutamente blindati l'anno precedente), magari accartocciando il depliant con il programma delle piazze tematiche, che infatti non sono certo state "affollate".

Cosa è successo? Dall'ambiguità intrinseca nelle trasferte militanti (che molti definiscono "turismo politico") si è forse passati all'ostentata chiarezza del turismo tout court?!

La si veda come si vuole, sta di fatto che in tantissimi hanno disertato le piazze tematiche o quelle di concentramento dei gruppi prima del corteo.

Così facendo, però, in molti hanno interagito con una parte della città: quella più proletaria, nei lunghi vicoli limitrofi a Via Garibaldi, quelli in cui la vita non si è fermata nemmeno in un week-end segnato dalla fuga di una gran parte della Genova-bene (una scappata alle "cinque terre" per non incontrare i barbari).

Insomma, il bivacco nelle piazzette e nei "carugi" di Genova è sembrato il lungo prologo al corteo per le strade di questa città, un aspetto della riappropriazione dello spazio metropolitano.

D'altronde perché sorprendersene, se dal lato del Social Forum si è cercato di dar vita alla più colossale e tempestiva impresa di normalizzazione della memoria di una collettività, cui si sia mai assistito?

Cos'era, infatti, la mostra allestita a Palazzo Ducale se non un tentativo di "museificare" le immagini di Genova del luglio 2001?

Certo, è stato un tentativo poco riuscito: la realtà colta in flagrante dagli obiettivi delle macchine fotografiche, le immagini di una metropoli assediata dalle forze dell'ordine, e della vita pulsante in ogni spezzone di corteo, chiedevano di essere esposte nelle piazze. E chi le osservava non si limitava a dire "c'ero anch'io".

No, per i più non si trattava di contemplare qualcosa di lontano, un episodio irripetibile da rievocare una volta all'anno. Semmai il problema era quello di riprendere il discorso da quelle giornate "contro il g8", da quando si era scoperto il vero volto dello Stato: il luglio 2001 non è un periodo irripetibile, ma - nella elaborazione di molti - è stato certamente il primo momento di un lungo processo di presa di coscienza.

Tutto il contrario di ciò che volevano si producesse, nella coscienza collettiva, gli organizzatori delle giornate "commemorative" da poco trascorse, i quali, ad un solo anno di distanza dagli eventi, avevano tentato di avviare l'operazione che in Italia fu compiuta rispetto al "'68", in occasione del suo ventennale, tramite il lancio di paccottiglia editoriale sul tipo del libro di Capanna e nell'enfatizzazione degli aspetti meno eversivi e più "modernizzanti" di un anno da ricordare edulcoratamente come quello "degli studenti" e non come l'iniziale ed inscindibile articolazione del biennio rosso, compiutosi con il "69" dell'autunno caldo.

Si è cercato di spingere una generazione alla rivisitazione distaccata di un passaggio che "comunque non tornerà più", e da ricordare solo come un fuggevole sia pur intenso momento nella lunga conquista dell'età adulta . "di un posto in società". Il fine era una sorta di romantico e festoso "Genova memorial day". Viene da pensare a "Il grande Freddo", il film di Kasdan dove alcuni quarantenni, ormai integrati e votati al disincanto ed al cinismo, rievocano "i bei tempi dei campus liberati": si sarebbe voluto che la "generazione di Genova 2001" si avviasse ad un futuro consimile, magari solo con quella punta in più di esteriore vitalità che risulta consona alle ormai ripetitive coreografie di piazza, congegnate dagli "strateghi della comunicazione" del movimento.

Non ci sono riusciti! Dalla mostra sono usciti fuori tanti volti incazzati, in procinto di partecipare all'unico momento di massa e veramente sentito che ha anticipato il corteo: il ricordo di Carlo, a Piazza Alimonda.

Già, Carlo Giuliani. Chi è Carlo per la gente che è scesa in piazza pochi giorni fa? Come viene raccontato collettivamente?

A giudicare dal lessico, dal codice comunicativo adottato - lontano da quelli più tradizionali - si direbbe che il racconto collettivo di Carlo coincida con la prosa soave e decisa a un tempo, di Heidi Giuliani.

Se però dal lessico si passa alla sostanza - pur non disgiunta dalla forma -, si avverte la distanza da ogni tentativo di appropriarsene da parte delle formazioni politiche, l'indifferenza verso le stesse ricostruzioni a fini processuali: si sa che Carlo è stato ammazzato dallo Stato e questo basta!

"Carlo Giuliani siamo tutti" si scriverà sui muri poco dopo, durante il corteo, con un ulteriore qualificante scarto rispetto a "Carlo uno di noi": uno slittamento semantico verso una identificazione collettiva immediata, totale!

Il "movimento", dunque, non solo sa negarsi agli appuntamenti del ceto politico che non sente propri, ma sa difendere Carlo dalla riduzione a mero simbolo, lo sente vicino, fuori da ogni retorica del martirio!

Quando poi esso deborda dalla piazza e comincia a sfilare per le strade di Genova, avviene qualcosa di assolutamente inaspettato: è veramente "Genova libera", è veramente la possibilità di un rapporto diretto - senza barriere - tra i manifestanti e il tessuto sociale metropolitano.

L'impatto del corteo sulla città, infatti, è così forte che esso si propaga come un'onda anche alle arterie e ai settori della stessa che non tocca direttamente, risultando ostacolato solo dal "cordone sanitario" che Social Forum e polizia hanno deciso di stringere attorno all'altra manifestazione, quella che trova il suo "culmine" sotto il carcere di Marassi, dove si verifica un significativo momento di "contatto diretto" e reciproca solidarietà con i detenuti. Certo, il "movimento" non ha avuto la forza di impedire quella surdeterminante blindatura, ma non è assolutamente partecipe del tentativo di criminalizzazione perpetrato ai danni dell'iniziativa sostenuta dal CSA Inmensa e da varie altre strutture: i commenti sulla stessa, circolanti nel corteo, rivelano, se non una comprensione profonda delle sue motivazioni, almeno un interesse senz'altro autentico e la sensazione che in un'altra parte della città - al di là del tentativo preconcordato dai "soliti noti", di impedire ogni contatto con "quelli di Piazza Giusti" -, si stia muovendo qualcosa di non troppo lontano da sé. Le scelte di una parte ben precisa del ceto politico, quindi, non riescono ad ostacolare il libero fluire del grande corteo, a ridurne la capacità di comunicazione con la metropoli.

E proprio nel suo scorrere lento, la manifestazione si presta a un'attività di osservazione che ne sappia cogliere la complessa morfologia, restituendone l'estrema articolazione "socio-politica".

Ad un occhio "allenato", appaiono alcuni aspetti particolari di quel grande fiume che si snoda lento per la città: la forza dei Cobas, presenti in numero davvero cospicuo e capaci di avere una proiezione di piazza assai caratterizzata e piena di vitalità; la scarsa visibilità, nonostante un dato numerico non inconsistente, di quei variegati settori che fanno in qualche modo riferimento al NetworkAnticapitalista, non sempre in grado, purtroppo, di caratterizzarsi propositivamente; l'estrema vitalità degli anarchici, che formano un settore del corteo compatto eppure aperto, festoso ma anche combattivo; l'ormai stucchevolmente rituale "gioiosità" dei Disobbedienti, isolati molto in coda; la scarsa presenza dei partiti, poca Rifondazione, quasi nulli i Ds (un po' di giovanotti della Sinistra Giovanile ogni tanto intonano "contessa"), non più di 20 i Comunisti Italiani.

Ma questi, in fin dei conti, sono tutti aspetti secondari. Almeno la metà dei manifestanti non erano previsti e questi si muovono nel corteo liberamente, come poche ore prima per le vie di Genova, come a Novembre a Roma contro la guerra, quando solo una minoranza dei partecipanti era inquadrata dietro gli striscioni di organizzazione.

Un corteo frammentato, quindi? Decisamente no: la frammentazione si ha quando i vari "spezzoni" non comunicano tra di loro.

A Genova, invece, si sono avuti ancora una volta l'incontro e la fusione di decine e decine di migliaia di soggetti; a Genova il "movimento" ha dimostrato ancora una volta di esserci, di riconoscersi, di voler proseguire il suo cammino verso la propria autocostituzione in soggetto collettivo, verso il raggiungimento cioè di una autentica capacità di autodeterminarsi, decidendo da sé i propri appuntamenti per riappropriarsi dei territori metropolitani.

A Genova, ancora una volta il "sociale" ha spiazzato il ceto politico e ha compiuto un ulteriore passo verso la riconquista della propria autonomia, senza che le strutture politiche organizzate se ne siano davvero rese conto.

D'altronde, anche alle manifestazioni del sindacalismo autorganizzato e di base del 15 febbraio e del 16 aprile, vi erano moltissimi cosiddetti "no-global", ma la loro presenza passò inosservata ai più (basterebbe leggere lo stesso consuntivo del 16 redatto dai Cobas): infatti, quando si ragiona secondo il lessico della mediazione politica, si tende a "vedere" la saldatura tra i settori sociali rappresentati dai diversi comparti organizzati di ceto politico, come puro incontro tra vertici, presenza degli striscioni degli uni alle manifestazioni degli altri. E infatti, puntualmente, anche nei due casi presi ad esempio, non ci si avvide di un fatto assolutamente ogettivo: se in quei cortei la "presenza organizzata" dei Social Forum fu risibile (il 16 aprile per esplicita scelta), questo non impedì che i "ragazzi del movimento" fossero effettivamente presenti in massa, "rappresentandosi" finalmente sul terreno del proprio vissuto quotidiano, in base alle specifiche determinazioni concrete di ciascuno: "cococo", operatori di cooperative sociali, lavoratori di pubblica utilità, le mille e mille figure che contribuiscono a comporre, oggi, il frastagliato universo del proletariato metropolitano.

Ora, come da tempo non ci stanchiamo di ripetere, il punto è questo: è possibile che i cortei del "movimento" vengano da ora in poi attraversati dalla contraddizione capitale/lavoro, anche in forza dell'autopercezione di sé come sfruttate/i delle donne e degli uomini che vi partecipano?

E ancora: è possibile che si faccia un passo ulteriore e che queste nuove figure sociali si saldino a quelle legate alla composizione di classe precedente, sottoposte ad un attacco così forte da coprire di ridicolo ogni tentativo di scissione tra garantiti e non garantiti?

E' certo che quest'ultimo passaggio necessiterebbe di sedi e momenti di incontro stabile tra il "movimento" e coloro che, nell'autunno prossimo venturo, scenderanno in piazza: luoghi e tempi attraverso i quali si possa giungere ad una autentica ricomposizione di classe.

Forse l'incerto "movimento" di cui stiamo parlando, non ha ancora le spalle per sostenere simili pesi, forse certi passaggi sono ancora al di sopra delle sue possibilità.

Ma non vanno dimenticati alcuni fatti: questo movimento allo stato embrionale ha già saputo sostenere sfide assai ardue, senza lasciarsi spazzare via dalla dinamica di criminalizzazione del dissenso avviatasi con l'inizio della operazione "Enduring Freedom", nel momento in cui i suoi "dirigenti" avevano decisamente perso la bussola. Di più: con le giornate di Genova, autentico momento di "tempo concentrato" (per come lo intendeva Ernst Bloch: frattura nel vissuto collettivo di un paese e non solo), esso ha saputo risvegliare, in una città in parte assopita, la memoria di altre, lontane insorgenze.

Succede sempre così, d'altronde: quando si determina una rottura nel continuum storico, passato e futuro coesistono, fondendosi nella percezione collettiva.

La Genova che sabato scorso ci salutava dalla finestra, sventolando bandiere rosse o a pugno chiuso, non era immemore di esperienze come quella delle "magliette a strisce" di 42 anni fa: da un contesto lontano come quello del luglio '60, prima avvisaglia della nuova stagione di lotte che avrebbe caratterizzato il decennio '68/'77, riemergevano non le forme del conflitto, né l'attualità di un discorso politico. ma la radicalità di una spinta alla trasformazione sociale ben oltre il dettato dei rappresentanti istituzionali degli sfruttati (il Pci e il Psi di allora, i Social Forum e i partiti della "sinistra di governo critica" di adesso). Non solo! Riaffiorava, da quel "passato che non passa", l'insieme di sogni, di aspirazioni, di desideri di rivoluzione mai realizzati che, dal sociale di allora, si ripresentavano al tessuto proletario, a forte presenza immigrata, della Genova di oggi.

Può sembrare incredibile, ma proprio questo "movimento" (che noi ci ostiniamo a porre fra virgolette, per sottolinearne la non compiuta soggettività) ha saputo far riemergere l'immaginario di liberazione di una città, contaminandolo con i suoi codici linguistici e comunicativi, impregnandolo del suo modo di percepire la città.

Sembra incredibile, perché pochi movimenti hanno dato di sé una così impressionante immagine di fragilità. Si pensi al colpo d'occhio, la sera del 20, alle stazioni di Principe e di Brignole, affollate da torme di manifestanti in procinto di riprendere il treno per Milano, Napoli o Roma . pochi potrebbero vedere in quelle disordinate comitive i vincitori di una nuova importante sfida: quella della memoria!

Pochi, adesso, potrebbero vedervi i coprotagonisti del prossimo autunno caldo!

25-luglio-2002.

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