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Marchio Marchionne

Marchio Marchionne

(26 Ottobre 2010) Enzo Apicella
Esternazione di Marchionne contro la scarsa produttività degli operai italiani

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L’accordo sulla “rappresentanza” ancora un chiavistello che la lotta operaia farà saltare e spingerà alla sua riorganizzazione di classe

(31 Marzo 2014)

Il 10 gennaio scorso è stato firmato da Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Confindustria il “Testo Unico sulla Rappresentanza” che mette in pratica i due precedenti accordi del 28 giugno 2011 e del 31 maggio 2013 definendone i particolari operativi. L’accordo ha importanza soprattutto per quanto riguarda gli organismi rappresentativi dei lavoratori all’interno delle aziende, modificando il precedente accordo sulle RSU del 1993.

Elenchiamo e commentiamo i suoi punti essenziali.

1) Alle trattative per i contratti nazionali di categoria saranno accettati solo i sindacati firmatari di questo accordo, e, fra questi, quelli che hanno una “rappresentatività” di almeno il 5% dei lavoratori della categoria, misurata come media fra gli iscritti e i voti ricevuti da ciascuna organizzazione sindacale nelle RSU.

I sindacati di base, che non hanno firmato né questo né i due precedenti accordi, sono quindi esclusi sia dalla trattativa nazionale sia dalla misurazione della rappresentatività. Questa, va chiarito, è la sanzione di un dato di fatto, giacché gli industriali, liberi di trattare con chi vogliono, si sono sempre guardati bene dal farlo con i sindacati di base. E, negli ultimi due rinnovi del Ccnl metalmeccanico, Federmeccanica ha escluso dalla trattativa anche la Fiom.

La questione è legata ai rapporti di forza. Il padronato può essere costretto a trattare con una vera organizzazione sindacale di classe solo con la forza della mobilitazione dei lavoratori. Il presente accordo è finalizzato proprio a ostacolare la costruzione di tale forza sindacale di classe.

In questi anni i sindacati di base sono stati accettati alle trattative solo in pochi casi a livello aziendale. Ciò è stato possibile – non sempre ma spesso – non tanto sulla base di una reale forza, ma appoggiandosi alla regolamentazione della rappresentanza come stabilita dall’accordo del 1993 sulle RSU: i sindacati di base presentavano alle elezioni per le RSU liste con propri candidati, riuscendo in taluni casi a farne eleggere alcuni. Ma si ritrovavano sempre in minoranza rispetto ai sindacati confederali, anche quando, come alla Electrolux di Solaro, ottenevano la maggioranza dei voti, perché l’accordo del 1993 riservava un terzo dei seggi RSU ai sindacati firmatari del Ccnl. In ogni caso il riconoscimento ricevuto col voto dei lavoratori non corrisponde alla reale forza del sindacato di base, che si misura con la capacità di scioperare e non col voto, segreto, che non costa alcun sacrificio.

2) Il nuovo accordo del 10 gennaio, non solo sancisce l’esclusione del sindacalismo di base dalla trattativa nazionale, ma tende a eliminare la sua presenza nelle aziende attraverso la modifica del regolamento per le elezioni delle RSU. La possibilità di trattare a livello aziendale si riduce quindi per i sindacati di base a una questione di mera forza, come già lo era sul piano nazionale.

Infatti, «...all’elezione della RSU possono concorrere liste elettorali presentate dalle organizzazioni sindacali [firmatarie] dell’accordo oppure dalle organizzazioni sindacali di categoria firmatarie del contratto collettivo nazionale di lavoro applicato nell’unità produttiva». I sindacati di base sono perciò esclusi dalle future elezioni per il rinnovo della RSU. Ad esempio, la Flmu-CUB alla Electrolux di Solaro, che alle ultime elezioni RSU del luglio 2011 è risultata il primo sindacato fra gli operai, alle prossime elezioni, che dovrebbero svolgersi a luglio di quest’anno, potrebbe vedersi negata da Fim, Fiom, Uilm ed azienda la possibilità di partecipare.

3) «Ai fini dell’elezione dei componenti della RSU, il numero dei seggi sarà ripartito, secondo il criterio proporzionale». Viene quindi soppressa la quota di 1/3 dei seggi riservata alle organizzazioni sindacali firmatarie del Ccnl, un modo con cui le federazioni di mestiere di Cgil, Cisl e Uil si garantivano la maggioranza nella RSU, ponendo un ostacolo quasi insormontabile ai sindacati di base. Ora che il nuovo accordo esclude i sindacati di base dalla partecipazione alle elezioni RSU, questa quota riservata non è più necessaria.

4) Tornando alla contrattazione collettiva nazionale, «le Organizzazioni Sindacali [quelle firmatarie dell’accordo, le uniche – ripetiamo – ammesse a tale contrattazione] favoriranno, in ogni categoria, la presentazione di piattaforme unitarie». Quest’ultimo accordo e i due precedenti sono stati presentati dalla Cgil come favorevoli ai lavoratori anche perché rappresenterebbero un argine alla firma di contratti separati, come nel caso gli ultimi due rinnovi per i metalmeccanici. Premesso che i contratti firmati unitariamente da Cgil, Cisl e Uil non sono affatto in difesa dei lavoratori e che oggi un contratto non peggiorativo potrebbe essere conquistato solo da una organizzazione sindacale di classe, contro, e quindi separatamente, Cgil, Cisl e Uil, va precisato che l’accordo non obbliga alla firma di contratti unitari ma “auspica” solo un comportamento che li favorisca.

5) «Ai fini del riconoscimento dei diritti sindacali previsti dalla legge [lo Statuto dei lavoratori] ... si intendono partecipanti alla negoziazione le organizzazioni che abbiano raggiunto il 5% di rappresentanza, secondo i criteri concordati nel presente accordo, e che abbiano partecipato alla negoziazione in quanto hanno contribuito alla definizione della piattaforma e hanno fatto parte della delegazione trattante l’ultimo rinnovo del c.c.n.l. definito secondo le regole del presente accordo». Ciò significa che i sindacati non firmatari dell’accordo sono esclusi dai cosiddetti diritti – o prerogative – sindacali. Queste prerogative, si badi bene, non riguardano il diritto di sciopero bensì quelle regole che hanno permesso il consolidamento del cosiddetto “sindacato in fabbrica”: permessi sindacali, assemblea sul posto di lavoro, referendum sul posto di lavoro, affissione dei documenti sindacali, versamento della quota mensile del lavoratore al sindacato da parte dell’azienda (cosiddetta delega).

6) «I contratti collettivi aziendali possono [...] definire [...] specifiche intese modificative delle regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro nei limiti e con le procedure previste dagli stessi contratti collettivi nazionali di lavoro». Si tratta delle famose deroghe al contratto nazionale. È previsto che sia il nuovo contratto nazionale a stabilire come e dove sia possibile derogare ad esso. Tuttavia, «ove non previste [le deroghe al Ccnl come detto sopra] ... i contratti collettivi aziendali conclusi con le rappresentanze sindacali operanti in azienda d’intesa con le relative organizzazioni sindacali territoriali... firmatarie del presente accordo... al fine di gestire situazioni di crisi o in presenza di investimenti significativi per favorire lo sviluppo economico ed occupazionale dell’impresa, possono definire intese modificative con riferimento agli istituti del contratto collettivo nazionale che disciplinano la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro». È la conferma di quanto già scritto nell’accordo del 28 giugno 2011. Un giro di parole per non dire chiaro e tondo che si può derogare al contratto nazionale subito, senza attendere il suo rinnovo e anche se il contratto rinnovato non lo prevede. L’unica materia esclusa dalle deroghe sono i minimi retributivi. In questo modo Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Confindustria già tre anni fa hanno terminato di scavare la fossa al contratto nazionale.

7) Sia i contratti nazionali sia quelli aziendali sono “efficaci ed esigibili”. Significa che, una volta siglati da organizzazioni sindacali che rappresentino, secondo la misurazione certificata, il 50% + 1 dei lavoratori iscritti ai sindacati firmatari dell’accordo, valgono per tutti i lavoratori e debbono essere rispettati da tutti i sindacati firmatari dell’accordo del 10 gennaio. Se, ad esempio, Fim, Uilm, Uglm a livello nazionale detenessero il 50% + 1 della rappresentatività, potrebbero firmare un nuovo Ccnl che la Fiom si troverebbe costretta ad accettare. Lo stesso sul piano aziendale.

8) A tal fine i sindacati firmatari e Confindustria «convengono sulla necessità di definire disposizioni volte a prevenire e a sanzionare eventuali azioni di contrasto di ogni natura, finalizzate a compromettere il regolare svolgimento dei processi negoziali [...] nonché l’esigibilità e l’efficacia dei contratti collettivi stipulati». Sono definite quindi clausole di raffreddamento, ossia periodi in cui non si possono indire scioperi, e sanzioni. Entrambe riguardano solo i sindacati firmatari e ne sono esclusi quindi i sindacati di base.

9) Le sanzioni saranno stabilite dai contratti collettivi nazionali di categoria e avranno «effetti pecuniari, ovvero che comportino la temporanea sospensione di diritti sindacali di fonte contrattuale». Sono esclusi dalle sanzioni i diritti sindacali derivanti dalla legge, sopra indicati, negati comunque ai non firmatari dell’accordo.

10) Infine, è prevista «la costituzione di un collegio di conciliazione e arbitrato composto, pariteticamente, da un rappresentante delle organizzazioni sindacali confederali interessate e da altrettanti rappresentanti della Confindustria, nonché da un ulteriore membro [...] individuato di comune accordo» che giudichi «eventuali comportamenti non conformi» all’accordo.

Il XVII Congresso della Cgil

La firma dell’accordo del 10 gennaio cade nel mezzo dei lavori del nuovo congresso della Cgil, il diciassettesimo. Sinora si sono svolte le assemblee degli iscritti nelle aziende e nelle camere del lavoro e quelle dei delegati provinciali, confederali e di categoria, da cui sono stati eletti i delegati per i congressi regionali e, a salire, lo saranno quelli per i congressi nazionali di categoria e per quello generale confederale.

Nel precedente congresso, conclusosi a maggio 2010, furono presentati due documenti contrapposti da parte di due “Aree congressuali”: quella di maggioranza, con a capo l’allora segretario generale confederale Epifani, e quella denominata “La Cgil che vogliamo”, in cui erano confluite le diverse correnti di sinistra, fra cui “Lavoro e Società”, la maggioranza della Fiom e la “Rete 28 Aprile”.

Le gravi questioni che la classe lavoratrice e il movimento sindacale hanno affrontato in questi ultimi tre anni – il nuovo contratto Fiat, fuori da quello metalmeccanico e firmato solo da Fim e Uilm con l’esclusione della Fiom; gli ultimi due contratti metalmeccanici anch’essi separati; la controriforma delle pensioni; gli accordi interconfederali di riforma della contrattazione e della rappresentanza del 28 giugno 2011, del 31 maggio 2013 e del 10 gennaio 2014 – hanno inasprito la contrapposizione fra maggioranza e minoranza ma anche diviso quest’ultima. Lavoro e Società ha avuto atteggiamento favorevole verso tutti e tre gli accordi sulla rappresentanza, contrariamente alla Fiom. La Rete 28 Aprile, che si è scontrata con la maggioranza Fiom per la sua incoerente opposizione ai primi due accordi e per la linea rinunciataria nel rinnovo dell’ultimo Ccnl metalmeccanico, è uscita da La Cgil che Vogliamo, ricostituendosi formalmente come corrente interna alla Cgil nel settembre 2012, subendo il mese successivo l’estromissione del suo rappresentante dalla segreteria nazionale Fiom.

Al nuovo congresso la maggioranza de La Cgil che Vogliamo – fra cui la maggioranza Fiom con a capo il suo segretario generale Landini e l’area programmatica Lavoro e Società – ha aderito al documento della segreteria confederale, limitandosi ad apporvi cinque emendamenti. Solo la Rete 28 Aprile ha presentato un documento contrapposto intitolato “Il sindacato è un’altra cosa”.

Il finto scontro Fiom-Cgil

La firma dell’accordo del 10 gennaio scorso ha riacceso lo scontro interno nella Cgil fra la segreteria confederale e la Fiom. Questo confronto è emblematico oltre che della natura borghese della Cgil – di cui davvero non si capisce perché ancora ci si dovrebbe stupire – soprattutto della incoerenza della sua minoranza di sinistra, la cui azione si riduce a un inconcludente e ambiguo manovrismo.

Come abbiamo già avuto occasione di scrivere, all’atto della sua firma la Fiom si oppose all’accordo del 28 giugno del 2011. Il Comitato Direttivo Cgil del 5 luglio successivo stabilì una consultazione degli iscritti delle varie federazioni di categoria. Il 16 settembre l’accordo fu ratificato, senza attendere l’esito della consultazione fra gli iscritti Fiom, che giunse il 25 ottobre e vide la vittoria dei contrari all’accordo con il 77% dei voti. Tutte le altre categorie invece lo approvarono.

Queste consultazioni interne alla Cgil, comprese quelle congressuali, hanno sempre un esito prestabilito che coincide col peso delle varie correnti interne e non vi è da attendersi da esse alcuna sorpresa. Si tratta di un vuoto formalismo per dare una veste democratica a decisioni prese dalle segreterie e fra i vertici delle correnti per la spartizione dei posti di comando.

Soli sei mesi dopo la firma dell’accordo, con gli strali contro di esso, in buona parte corretti, del segretario generale Landini, il documento di maggioranza del Comitato centrale Fiom del gennaio 2012, in riferimento all’offensiva Fiat volta a estendere a tutto il gruppo il cosiddetto accordo di Pomigliano, recitava: «... tale intesa, firmata anche da Fim-Cisl e Uilm-Uil, si pone al di fuori e in contrasto con l’accordo unitario del 28 giugno 2011». Nonostante il pronunciamento dei suoi iscritti, la Fiom, invece di limitarsi a subire l’accordo per doverosa disciplina interna alla Confederazione, mantenendo però la battaglia politica contro di esso, passava ad impugnarlo nella lotta sindacale quale preteso strumento utile alla difesa dei lavoratori, accreditandone perciò i contenuti.

Questo sul piano nazionale. Su quello aziendale la prassi era ben peggiore, con accordi firmati dai delegati RSU e dalla Fiom territoriale già a luglio 2011, alla Honda e alla Sevel di Atessa (Chieti), che davano piena applicazione alle deroghe al contratto nazionale. Cui sono seguiti, ad esempio, quelli per Fincantieri a Castellammare e Genova, da noi ampiamente commentati.

Il 31 maggio 2013 veniva siglato un “Protocollo d’Intesa” che segnava un passo in avanti nell’applicazione dell’accordo del 28 giugno 2011, riprendendone per intero i contenuti. Il titolo del comunicato della segretaria Fiom era chiaro: «Giudizio positivo sull’accordo interconfederale. Ora si applichi a partire dai metalmeccanici».

Ma alla firma del Testo Unico del 10 gennaio la Fiom è tornata al suo atteggiamento iniziale con toni e atteggiamenti più aspri: ha sospeso i lavori congressuali, procederà a una consultazione fra i metalmeccanici con regole diverse da quelle stabilite dal Direttivo Cgil del 26 febbraio, certamente truffaldine, e, nel caso in cui, come per la consultazione dell’accordo del 28 giugno, i lavoratori dovessero bocciare l’accordo, ha dichiarato che si rifiuterà di applicarlo.

Ma i lavori congressuali sono stati ripresi pochi giorni dopo la loro sospensione e al congresso la Fiom appoggerà il documento di maggioranza, limitandosi a sostenere cinque emendamenti ad esso. Un comportamento ben poco coerente con la denuncia di una “grave crisi democratica” dentro la Cgil.

La “democrazia” in Cgil

La democrazia, in un organismo sindacale dei lavoratori, è un fatto sostanziale solo se esso si mantiene sui binari di una politica sindacale classista, altrimenti diviene una prassi formale con cui dissimulare l’azione anti-operaia. Il meccanismo democratico non basta in sé a tenere su quei binari un sindacato. Esso è una conseguenza della forza dell’indirizzo sindacale classista entro l’organizzazione di lotta dei lavoratori. A rovescio, in un sindacato dominato da correnti politiche borghesi non è partendo dalla corretta applicazione del meccanismo democratico che si può ribaltare questa situazione.

La Cgil, dalla sua ricostituzione dall’alto col Patto di Roma del 1944, nacque di regime, cioè votata a subordinare i lavoratori alle esigenze del capitalismo, chiamato economia nazionale, bene del paese, ecc. Il nostro partito indicò una doppia prospettiva: o la riconquista della Cgil a un indirizzo classista o la rinascita del sindacato di classe fuori e contro di essa. All’interno di questa duplice possibilità, per oltre trentanni, indicammo ai lavoratori e ai militanti del partito l’indirizzo immediato di lavorare al suo interno per ricondurla su posizioni classiste. Lo ritenevamo possibile perché nei primi decenni del secondo dopoguerra in quel sindacato militava la parte più combattiva della classe operaia, che portava con sé ancora vive le tradizioni delle gloriose lotte proletarie del primo dopoguerra. Tuttavia, escludemmo sempre la riconquista per via “congressuale”, cioè solo sfruttando il meccanismo democratico. Indicammo possibile solo una riconquista che chiamammo “a legnate”, ossia sull’onda di un potente movimento di lotta dei lavoratori che avrebbe dovuto cacciare la dirigenza nazionale e territoriale, coi suoi bonzi e pompieri della lotta di classe, scontrandosi violentemente con essa.

Le battaglie operaie del secondo dopoguerra, per quanto importanti, non giunsero a una intensità tale da disarcionare l’opportunismo sindacale dalla Cgil, che riuscì, nell’arco di un trentennio, favorito dalla fase di crescita dell’economia capitalista, a sradicare dai cuori e dalle teste dei lavoratori le sane tradizioni classiste che ancora vi erano all’atto della sua ricostituzione. Ritenemmo compiuto e irreversibile questo processo al finire degli anni ‘70, quando primi gruppi di lavoratori per lottare dovettero farlo, per necessità, fuori e contro la Cgil, e ai militanti del nostro partito veniva preclusa ogni sostanziale possibilità di battersi per l’affermazione al suo interno dell’indirizzo sindacale comunista. Giudicammo cioè tramontata la possibilità della riconquista di quel sindacato, e da allora il nostro indirizzo immediato è: per la rinascita del sindacato di classe fuori e contro la Cgil e gli altri sindacati di regime. La correttezza di questo indirizzo è stata confermata negli anni successivi dalla nascita degli organismi sindacali di base.

Denunciare una “grave crisi democratica” nella Cgil, dal 1945 a fine anni ‘70, significava travisare la vera natura del problema, che era politica, indicando di conseguenza vie fallimentari per la sua soluzione. Farlo oggi, come Landini e la Rete 28 Aprile, significa solo nascondere l’evidenza di un organismo sindacale irreversibilmente anti-operaio, puntellandolo con l’illusione di una sua impossibile riconversione in organismo di lotta dei lavoratori.

L’azione di opposizione della maggioranza Fiom alla pretesa crisi democratica della Cgil è fatta di manovrismi e atteggiamenti altalenanti perché rientra nei giochi di potere di questo sindacato di regime, da cui è esclusa una reale mobilitazione, chiara e trasparente, dei lavoratori al suo esterno come al suo interno.

Tutto ciò dà ragione di credere che anche su questo ultimo accordo si giungerà a una riconciliazione entro la Cgil e sarà applicato in tutte le categorie, metalmeccanici compresi, con tutte le sue conseguenze.

Il sindacalismo di base e la rinascita del sindacato di classe

Incalzata dalla crisi la borghesia sa di dover andare a fondo con gli attacchi contro i lavoratori, aumentando lo sfruttamento e riducendo i salari. I lavoratori saranno spinti dal capitalismo nella miseria e nella povertà e non potranno che reagire lottando. Questa prospettiva è chiara agli industriali come ai sindacati di regime. Questi ultimi non hanno altra scelta che prepararsi a questo processo irrigidendo le barriere contro la lotta di classe. Ma non possono che adottare palliativi che in realtà ricreano nuove debolezze.

Questo è il senso dell’accordo sulla rappresentanza: inizialmente rafforzerà i sindacati di regime, ma finirà per favorire la rinascita del sindacato di classe. Questo per due ragioni, fra loro collegate.

In primo luogo, quando i lavoratori vorranno battersi contro un accordo peggiorativo votato a maggioranza dalla RSU, non potranno rivolgersi a nessuno dei sindacati vincolati dall’accordo del 10 gennaio. Dovranno guardare ai sindacati estranei ad esso, oppure organizzarsi da sé. L’accordo, ad esempio, impedirà alla Fiom di svolgere quella minima azione sindacale in contrapposizione a Fim e Uilm, valida non a fermare i contratti peggiorativi ma ad accreditarla fra i lavoratori quale alternativa ad esse. Tranne nelle poche aziende in cui detiene la maggioranza assoluta dei delegati RSU, la Fiom dovrà scegliere se subire accordi separati o stilare piattaforme unitarie avendo ben poco potere contrattuale. Il sindacalismo di regime si troverà quindi più fragile perché meno in grado di contenere lotta, fingendo di assecondarla con azioni deboli e che mirano a dissiparne le energie.

Il sindacalismo di base, quindi, non vincolato all’accordo, avrà la possibilità di rafforzarsi. Questa prospettiva non è immediata e deve fare i conti con l’esclusione dalle RSU e la privazione delle prerogative sindacali in fabbrica: permessi e distacchi sindacali, possibilità di richiedere assemblee sul posto di lavoro, diritto di affissione, pagamento delle quote sindacali col metodo della delega.

Ma questa, a dispetto delle apparenze, è la seconda ragione che potrà favorire il processo di rinascita del sindacato di classe. Il sindacalismo di base, con pochissime eccezioni, ha sempre considerato i diritti sindacali, di cui ora lo si vuole privare, utili alla lotta dei lavoratori. I militanti sindacali del nostro partito, quasi soli, li hanno invece sempre denunciati quali strumenti di corruzione e di sviamento della lotta.

Per questi motivi.

– Col consentire e “regolare” il “sindacato in fabbrica” tendono a chiudere i lavoratori entro un orizzonte aziendale. L’origine della lotta operaia è, quasi sempre, sul posto di lavoro, ma l’ossigeno per crescere è fuori dalla fabbrica, nell’unità dei lavoratori al di sopra delle aziende e delle categorie. Compito di un sindacato di classe è perseguire l’unità della classe lavoratrice e ciò va fatto, oltre che sostenendo azioni e rivendicazioni comuni che uniscono i lavoratori, ponendo quale centro organizzativo del sindacato non la struttura aziendale ma quella territoriale, come nella tradizione delle originarie Camere del lavoro. Questo significa, ad esempio, organizzare le assemblee fuori dal posto di lavoro, nella sede territoriale del sindacato, al riparo dalle spie aziendali, dove le decisioni sono prese da chi dedica parte del suo tempo libero a partecipare all’assemblea, dove i lavoratori si riuniscono in quanto membri di una unica classe, rafforzando i legami di fratellanza non in quanto dipendenti di una singola unità produttiva capitalista. Inoltre l’organizzazione territoriale del sindacato è la sola in grado abbracciare i lavoratori delle tante piccole e medie imprese, nonché dei disoccupati. Il sindacalismo di regime, non a caso, ha ribaltato la tradizione della originaria CGL “rossa” (1906-1926), svalutando il ruolo delle camere del lavoro, svuotate di compiti e ridotte a strutture burocratiche e parastatali, e incentrando la vita sindacale dentro l’azienda, fingendo di dar peso e ruolo agli organismi aziendali.

– Privilegiare la struttura territoriale del sindacato non significa negare la possibilità di una organizzazione dei lavoratori all’interno dell’azienda, se questa effettivamente si manifesta, ma riportarla al giusto rango nel complesso del movimento di lotta della classe operaia e del sindacato. Nelle sezioni sindacali aziendali occorre lavorare a chiarirne i limiti e l’importanza delle questioni generali della classe, tendendo a rompere il ghetto aziendale nel quale il padronato la vuole divisa. Gli organi sindacali aziendali devono difendersi dai tentativi di interferenze del padrone, come invece è stato con l’accordo per le RSU del 1993 e con il Testo Unico sulla Rappresentanza del 10 gennaio scorso. Le RSU, nate sui binari del collaborazionismo, sono ora diventate definitivamente inservibili ai fini della lotta. I lavoratori dovranno costituire altri organismi rappresentativi, paralleli e contro di esse, svuotandole di ogni valore.

– Il pagamento della quota sindacale per mezzo della delega è base e sanzione del collaborazionismo sindacale. Per i conti dell’azienda passano i soldi del sindacato e le è consegnata la lista degli iscritti, cosa che un organismo in lotta contro di essa dovrebbe avere massima cura di evitare, per non facilitarne l’azione repressiva. Nella storia del movimento operaio un fondamentale collegamento fra lavoratori e sindacato era la rete dei collettori, ossia dei militanti che mese per mese raccoglievano le quote degli iscritti, svolgendo così un costante lavoro di propaganda e di confronto mantenendo vivo il rapporto fra l’organizzazione gli associati. La Cgil iniziò lo smantellamento di questa rete dagli anni ‘50, presentando il pagamento con delega come una “conquista”, e lo completò negli anni ‘70. La lotta contro la delega fu una delle principali battaglie dei nostri compagni entro la Cgil; l’affermarsi di questa prassi collaborazionista fu una delle ragioni che ci portarono a considerare quel sindacato definitivamente di regime. È chiaro che l’autonomia del sindacato dal padronato passa sia per la sua linea sindacale sia per i suoi metodi organizzativi.

Il sindacalismo di base potrà superare l’ostacolo posto dall’accordo del 10 gennaio, con l’esclusione dalle RSU e dalle prerogative sindacali in azienda, e cogliere la possibilità da esso offerta per il suo rafforzarsi, solo se saprà senza indugi porsi sulla strada del sindacalismo di classe, abbandonando ogni inconseguente illusione di garanzia di sopravvivenza e sviluppo al di fuori di un indirizzo intransigente di classe, della sua forza organizzata e della sempre più estesa lotta operaia.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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