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Angelo Mai, se l’autogestione diventa reato

(5 Aprile 2014)

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È finito risuc­chiato in un gro­vi­glio giu­di­zia­rio da cui non sarà facile rie­mer­gere. Uno spi­noso gar­bu­glio ali­men­tato da furori que­stu­rini e sciat­te­rie ammi­ni­stra­tive, che pur­troppo sta pri­vando la cul­tura ita­liana di uno dei suoi più avan­zati cen­tri di pro­du­zione. Stiamo par­lando dell’Angelo Mai di Roma, uno dei più pre­sti­giosi labo­ra­tori arti­stici a scala nazio­nale e inter­na­zio­nale, chiuso il 9 marzo scorso su ordine della magi­stra­tura, e tut­tora sotto seque­stro. La pro­cura ha infatti respinto il ricorso del Comune di Roma, pro­prie­ta­rio dello sta­bile, che ne chie­deva la riacquisizione.

Un rifiuto che intende riaf­fer­mare la con­si­stenza delle ipo­tesi di reato, tanto gra­vose quanto ingan­ne­voli, oltre a deli­neare imba­raz­zanti accuse verso l’amministrazione comu­nale, a cui si rim­pro­ve­rano «palesi ed evi­denti ina­dem­pienze».
Secondo i giu­dici romani, l’Angelo Mai sarebbe così una peri­co­losa cen­trale di dif­fuse mal­ver­sa­zioni (tra cui per­fino l’associazione per delin­quere), nel cui ambito si con­su­me­reb­bero abusi e ille­citi vari, com­prese rei­te­rate occu­pa­zioni di edi­fici abban­do­nati. Siamo di fronte a un epi­so­dio scon­cer­tante, che inter­preta le lotte sociali e la cul­tura indi­pen­dente come reato, come colpa. Che con­fonde l’autogoverno con l’illegalità. E che per­tanto, nell’angustia delle norme, nella rigi­dità delle pro­ce­dure giu­di­zia­rie, fini­sce per repri­mere e liqui­dare le nuove forme con cui si cerca di sod­di­sfare quei biso­gni sociali che le ammi­ni­stra­zioni pub­bli­che negano o tralasciano.

Per­ché pro­prio di que­sto si tratta. Nella cro­nica man­canza di un’offerta allog­gia­tiva pub­blica, di spazi cul­tu­rali, di oppor­tu­nità pro­dut­tive, è fisio­lo­gico, è ine­vi­ta­bile auto­ge­stirsi i biso­gni e con­qui­starsi in pro­prio quei diritti che restano ine­vasi. Se la poli­tica è man­che­vole, o addi­rit­tura rinun­cia­ta­ria, è impos­si­bile restare indif­fe­renti, non si pos­sono accet­tare ingiu­sti­zie e depri­va­zioni. Il vuoto della poli­tica isti­tu­zio­nale genera altre poli­ti­che, che la legge ritiene spesso ille­cite, sgram­ma­ti­cate, avven­tate, ma che non per que­sto sono da con­si­de­rare ingiuste.

Se in tutto il paese si dif­fon­dono espe­rienze comu­ni­ta­rie auto­go­ver­nate, che pro­du­cono eco­no­mie, cul­ture, ser­vizi, che diven­tano cen­tri di acco­glienza soli­dale, rife­ri­mento sociale di tante e tante per­sone, occa­sioni d’incontro, gene­ra­trici di pia­cere e gra­di­mento (se non di godi­mento), ci si dovrà infine inter­ro­gare sulle ragioni che deter­mi­nano tutto que­sto. E la ragione prin­ci­pale è che, al di là delle leggi, delle con­ven­zioni, delle con­sue­tu­dini, al di là dei pru­riti ben­pen­santi, a una con­di­zione di biso­gno cor­ri­sponde un movi­mento in grado di sod­di­sfarlo. E più è acuto il biso­gno, più intenso è il movimento.

È una dina­mica irre­fre­na­bile. A cui sarebbe bene non limi­tarsi a rispon­dere con stru­menti «ordi­nari» come sono quelli giu­ri­dici. Ma tant’è, nel nostro paese, nelle nostre città siamo di fronte a un’arcigna ottu­sità: ai con­fini dell’idiozia.
Baste­rebbe allar­gare lo sguardo per accor­gersi di come que­sto tipo di espe­rienze ven­gano non solo inco­rag­giate, ma anche favo­rite e per­fino finan­ziate. Sarebbe suf­fi­ciente farsi un giretto a Ber­lino, in Fran­cia, in Spa­gna o negli stessi Stati uniti, per ren­dersi conto di quanta con­si­de­ra­zione e soste­gno godano i cen­tri cul­tu­rali indi­pen­denti. Cen­tri cul­tu­rali atti­vati e gestiti in felice auto­no­mia da arti­sti e ope­ra­tori asso­lu­ta­mente ana­lo­ghi a quelli che, per esem­pio, ani­mano l’Angelo Mai o il Tea­tro Valle a Roma, l’asilo Filan­gieri a Napoli, Macao a Milano, il Distretto 42 a Pisa. E ciò accade per­ché chi ammi­ni­stra le grandi città euro­pee ha ben capito quanto pre­sti­gio, quanto magne­ti­smo gene­rino que­ste atti­vità; e quanto sia impor­tante acco­gliere l’inquietudine intel­let­tuale, col­ti­vare il talento crea­tivo, nutrire la ricerca artistica.

Qui da noi, se va bene ci si sta­glia in un’ipocrita indif­fe­renza, se va male si manda la poli­zia a sgom­be­rare. E però ci si appas­siona allo spa­simo, fino a liti­gare in maniera furi­bonda, su chi debba diri­gere quel tea­tro sta­bile e gestire quel museo, o di quanti e quali deb­bano far parte di con­si­gli d’amministrazione e dire­zioni arti­sti­che. È dav­vero avvi­lente assi­stere nelle nostre città d’arte, le più invi­diate al mondo, a una poli­tica cul­tu­rale che si riduce a incon­clu­denti pan­to­mime, che esi­bi­sce una gal­le­ria di poli­tici trom­boni trom­bati o che, più moder­na­mente, si affida a un mana­ge­ria­li­smo tec­no­cra­tico ed eco­no­mi­ci­sta.
Pen­sate che la fac­tory di Andy Wha­rol avesse la canna fuma­ria rego­la­men­tare o che lo scan­ti­nato di Amburgo dove si esi­bi­vano i Bea­tles avesse l’uscita di sicu­rezza? O che i sot­to­scala dove suo­na­vano Tenco e De Andrè o Jan­nacci e Gaber pagas­sero la Siae? O che i tea­trini dove comin­cia­rono a reci­tare Gior­gio Stre­hler o Car­melo Bene, Peppe Barra o Asca­nio Cele­stini aves­sero gli impianti elet­trici in regola? O che Ame­deo Modi­gliani dipin­gesse in un ambiente salu­bre e certificato?

Sandro Medici, Il Manifesto

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