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(27 Agosto 2013) Enzo Apicella
Obama ha deciso di attaccare la Siria, in ogni caso.

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    Ribelli e regime siriano corresponsabili della catastrofe a Yarmouk

    (15 Aprile 2014)

    catayarmouk

    EI. Il sanguinoso bilancio della guerra civile in Siria ha coinvolto sia milioni di siriani che i rifugiati palestinesi. Le battaglie tra il governo siriano e i ribelli hanno sconfinato nei campi profughi palestinesi, che sono molto integrati con i centri urbani siriani.
    Un nuovo rapporto, che sarà pubblicato nella prossima uscita del Journal of Palestine studies, descrive dettagliatamente la brutta situazione dei palestinesi in Siria.
    Il suo autore, Nidal Bitari, comprende la rivolta siriana del marzo 2011, e condanna duramente i crimini del governo. Egli ha anche una visione critica dei gruppi ribelli armati e dei loro crimini. Per esempio, Bitari dice che per facilitare il proprio ingresso al campo dello Yarmouk, i ribelli si sono serviti di alcune autobomba.
    Al confine di Damasco, lo Yarmouk è il più grande campo profughi del Paese. Prima della guerra esso ospitava circa 150 mila palestinesi. L’invasione da parte dei ribelli del campo, nel dicembre 2012, è stata accompagnata da abusi perpetrati dai ribelli nei confronti dei palestinesi, e il governo ha a sua volta bombardato il campo a più riprese.
    Di conseguenza, gran parte del campo è stata rasa al suolo, ricordando quanto avvenuto nel campo libanese di Nahr al-Barad nel 2007.
    L’assedio dello Yarmouk iniziato nel luglio 2013 dalle forze governative, attenuatosi solo di recente, ha causato decine di vittime per denutrizione.
    Bitari, egli stesso profugo palestinese dello Yarmouk, è fuggito in Libano nel dicembre 2011, ed ora si trova negli Stati Uniti, luogo in cui il giornale viene pubblicato.
    Giornalista e attivista anti-regime, nel lungo e particolareggiato articolo Bitari traccia la lunga storia dei rifugiati palestinesi in Siria. Egli inizia dalla pulizia etnica di Israele del 1948, ragione prima della nascita dei campi profughi, e giunge alla descrizione di come la situazione dei palestinesi prima dello scoppio della crisi del marzo 2011 fosse relativamente buona – sicuramente migliore di quella dei profughi libanesi, emarginati dallo Stato.
    Tra le forze ribelli che hanno invaso lo Yarmouk troviamo lo Jabhat an-Nusra, un gruppo armato che il leader di al-Qa’ida, Ayman az-Zahwahiri, riconosce come proprio affiliato in Siria.
    Secondo l’Onu la guerra ha causato 2 milioni e trecento mila nuovi profughi. Tra questi, i palestinesi sono doppiamente profughi. L’Unrwa sostiene che nello Yarmouk ne sono rimasi solo 18 mila.
    Si stima inoltre che sono stati uccisi più combattenti pro-regime (53.776) che civili (47.988).
    La maggior parte dei rapporti sulla Siria degli ultimi tre anni hanno sofferto il fatto di essere stati effettuati all’estero, per necessità legate al conflitto stesso. Lo studio di Bitari offre una prospettiva dall’interno, la visione di un profugo palestinese.
    Trovandosi fuori dal Paese da un po’, anche il suo articolo subisce in parte questa pecca. Nell’ultima parte dello studio non è chiaro quali siano le sue fonti, sebbene egli dica di essere stato quotidianamente in contatto con amici e colleghi nel campo, da quando egli se n’è andato.
    Bitari è testimone di molte cose nel suo articolo: tra esse l’idea diffusa e condivisa, espressa in origine da entrambe le parti, che il campo dovesse essere mantenuto neutrale.
    Nonostante i suoi limiti, l’articolo, difficile da ottenere, è degno di nota: esso è un triste resoconto della battaglia perduta, dai rifugiati palestinesi, nel tentativo di essere risparmiati dalla guerra civile siriana. Esso è poi un’occasione di riflessione su cosa abbiano significato gli ultimi tre anni di guerra in Siria per i palestinesi che vivono lì.
    Gli omicidi della Nakba e della Naksa
    Bitari è stato testimone degli avvenimenti del maggio e del giugno 2011, quando dei manifestanti palestinesi disarmati tentarono di attraversare la linea dell’armistizio tra la Siria e la Palestina occupata, attraverso le alture del Golan (anch’esse occupate da Israele). Nel primo tentativo, Israele uccise tre manifestanti.
    Nei fatti di giugno gli Israeliani erano più preparati, e di persone ne uccisero 23. Bitari racconta che la “Coalizione della gioventù”, un gruppo di attivisti del quale egli faceva parte, e che venne formato all’inizio della rivolta siriana, convocò per la sera stessa una riunione.
    Egli racconta: “C’era molta rabbia nello Yarmouk, per i morti e per le centinaia di feriti – la gente percepiva di essere stata usata dal regime, responsabile secondo loro di aver facilitato l’accesso al confine e di non aver fornito alcun supporto”.
    Considerando che il regime non aveva autorizzato dimostrazioni del genere prima dell’inizio della rivolta, tali sospetti sono comprensibili”.
    Ma Bitari presenta delle prove contraddittorie: immediatamente prima dei fatti, “Damasco fece sapere tramite il Comando generale del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Pflp-Gc) che le proteste erano state annullate”. Vicino al regime siriano, il Pflp-Gc è un’organizzazione separata dal più noto Pflp.
    La Coalizione della gioventù decise quindi che, “per far calmare le acque”, i funerali delle vittime di Israele avrebbero dovuto svolgersi come una protesta. Tenutisi il giorno dopo, i funerali videro la partecipazione di 30 mila persone, “fino ad allora la partecipazione più massiccia avvenuta nel campo”, scrive Bitari.
    Ciò “sfuggì di mano ben presto”. Alcuni dei manifestanti “iniziarono a scatenarsi”, e una folla enorme circondò l’ufficio del Pflp-Gc. Una guardia sparò sulla folla disarmata, e colpì un ragazzino di 14 anni, Rami Siyam, e altre guardie fecero fuoco dal tetto dell’edificio.
    La folla reagì con rabbia, “iniziando a dar fuoco alle automobili e assalendo l’edificio a migliaia. Ahmad Jibril (leader del Pflp-Gc) e i suoi vice vennero messi in salvo dall’esercito siriano, mentre rinforzi dal Pflp-Gc vennero fatti arrivare dal Libano”.
    L’Intifada elettronica informò, allora, di alcuni dei fatti all’esterno del campo. Pubblicammo dei video su Youtube, a quanto pare relativi a questi incidenti, assieme a un articolo dell’agenzia Ma’an che parlava di un bilancio di 14 morti. Ma Bitari scrive che quella cifra era “del tutto falsa”, e che i morti erano 3, compreso un membro del Pflp-Gc morto tra le fiamme quando venne appiccato il fuoco all’ufficio”.
    Il giorno seguente l’Intifada elettronica pubblicò un nuovo rapporto, nel quale si rettificò la cifra delle vittime.
    I disordini aumentano
    Bitari scrive che la maggior parte dei palestinesi in Siria si rese conto della necessità della neutralità, per salvaguardare se stessi. Prima della rivolta, i campi palestinesi erano quasi completamente disarmati.
    Patrick O. Strickland, collaboratore regolare dell’Intifada elettronica, intervistò Mahmoud ash-Shihabi, un palestinese che lasciò lo Yarmouk prima dell’invasione operata dai ribelli. Così egli si esprime: “Non mi interessa chi vince in Siria – l’opposizione o il regime – perché io sono palestinese. Ciò che mi interessa è poter ritornare in Palestina… Per ora me ne sto in Texas, ma se potessi andare in Palestina domani, partirei subito”.
    Ma poi, la neutralità del campo finì.
    Nell’agosto 2011, nota Bitari, il regime diede un giro di vite sui gruppi, a suo dire armati, del campo di ar-Ramel, a Latakiya. Molte persone vennero uccise negli attacchi governativi, descritti da Bitari uno spartiacque nel conflitto.
    Poco dopo, “il 17 agosto nel campo dello Yarmouk si tenne la prima manifestazione contro il regime, direttamente collegata alla rivolta”, e Bitari vi partecipò, assieme ad appena 300 persone: “Le proteste vennero organizzate da siriani emigrati”, e dopo la prima, il numero di partecipanti “divenne insignificante”.
    In questo periodo, nel campo si ebbero anche delle manifestazioni pro-regime.
    Secondo Bitari, i gruppi palestinesi pro-regime nel campo iniziarono ad armarsi: “Tra la tarda estate e i primi di autunno 2011, il Pflp-Gc di Ahmad Jibril distribuì armi a 1100 dei suoi uomini nello Yarmouk”.
    Una minoranza all’interno della Coalizione della gioventù iniziò ad aiutare i ribelli, e la maggioranza, secondo Bitari, pensò che questo fatto “avrebbe posto fine alle nostre pretese di neutralità, e avrebbe messo in pericolo il campo”.
    In maniera confusa si pervenne a una decisione, secondo la quale “chiunque avesse voluto aggiungersi alla rivoluzione siriana era libero di farlo, ma in maniera del tutto indipendente… Questa fu probabilmente l’ultima decisione della Coalizione della gioventù: prima della fine dell’anno ci dividemmo a causa delle crescenti divergenze”.
    L’accesso a Damasco
    Bitari dice che “una minoranza in crescita di giovani attivisti palestinesi” ha iniziato a prendere contatti con l’opposizione, sembra anche con l’”Esercito siriano libero” (organizzazione indipendente di gruppi armati antigovernativi).
    Nella tarda primavera del 2012 hanno dovuto recidere questi legami, dopo che l’Esl iniziò a manifestare l’idea di piazzare delle autobomba all’interno del campo per spingere gli abitanti a chiederne la protezione. A questo punto nemmeno i giovani fortemente contrari al regime avrebbero potuto mantenere il ‘coordinamento’”.
    Il 18 marzo 2012 ecco un esplosione allo Yarmouk: c’è chi parlò di un’autobomba e chi di un attentatore suicida.
    L’attacco avvenne lo stesso giorno in cui delle esplosioni gemelle lacerarono il centro di Damasco – attacco che costò la vita a 27 persone, per la maggior parte civili, più tardi rivendicato dal Jabhat an-Nusra.
    A luglio si diffuse la notizia che un gruppo di 13 soldati disarmati dell’Esercito di liberazione della Palestina (Pla) erano stati torturati a morte da sospetti ribelli. (Il Pla è un’unità dell’Esercito siriano formato da palestinesi di leva). Hamas condanno l’orribile delitto.
    Tornando al racconto di Bitari, da un lato il regime iniziò ad esercitare pressioni, tramite il Pflp-Gc, affinché il campo dimostrasse di appoggiare il governo. Dall’altro, “l’Esl faceva di tutto per coinvolgere i palestinesi nell’opposizione, allo scopo di penetrare nello Yarmouk”.
    Il campo era considerato l’accesso meridionale strategico per gli attacchi dei ribelli a Damasco.
    Iniziarono le divisioni tra i poli opposti, mai verificatesi precedentemente. Nell’estate 2012 “i ribelli, che sembravano ottenere dei risultati a proprio favore nella zona, divennero sempre più determinati ad insediarsi nel campo, evidentemente a spese degli uomini di Jibril”.
    I ribelli entrano nel campo
    Come riferito a suo tempo dall’Intifada elettronica, il 2 agosto 2012 i combattimenti dei dintorni penetrarono nello Yarmouk.
    L’agenzia delle Nazioni Unite responsabile del supporto (ma non del rimpatrio) dei rifugiati palestinesi, l’Unrwa, comunicò che “intensi scontri armati” nei quartieri vicini causarono la morte di 21 palestinesi nel campo, “apparentemente causati da granate di artiglieria”.
    Il portavoce Chris Gunnes non indicò i responsabili dell’esplosione delle granate, ma si appellò “a tutte le parti per la preservazione delle vite umane, raccomandando moderazione e il rispetto del diritto internazionale”.
    Bitari (a questo punto già fuggito in Libano) descrive i “contatti informali” con l’Esl, e riferisce sulla formazione di brigate palestinesi che si sostituirono all’espulso Pflp-Gc nella responsabilità del campo.
    Ma ciò dirò poco, poiché l’Esl “non era interessato al tipo di gruppo armato indipendente che i palestinesi avevano in mente”.
    Ancor più importante, egli scrive, “i leader dell’Esl avevano i loro motivi per voler entrare nel campo, e non avevano alcuna intenzione di lasciarlo una volta entrativi …e loro insistettero affinché i gruppi palestinesi si sottomettessero completamente al commando ribelle. Per i palestinesi di Siria, ciò era inaccettabile, e i colloqui furono inutili”.
    Fino al dicembre 2012, racconta Bitari, i combattenti palestinesi pro-regime rimasero all’interno del campo, senza utilizzare le armi contro i ribelli. Ma poi fecero l’”errore fatale” di istituire dei posti di blocco in due quartieri di Damasco adiacenti allo Yarmouk.
    Il 16 dicembre, il governo uccise 10 persone dentro il campo, bombardando per mezzo di aerei da combattimento, e dichiarando, in seguito, che si era trattato di un errore. Secondo Bitari, l’Esl, affiancato nei combattimenti dallo Jabhat an-Nusra affiliato di al-Qa’ida, invase il campo il giorno seguente.
    Secondo un ex-attivista dello Yarmouk intervistato lo scorso anno in Libano da Intifada elettronica, “L’Esl ufficialmente entrò nel campo il 15 dicembre 2012” (questa discrepanza potrebbe dipendere da una confusione di date, dato che l’ex-attivista sostiene anche che il bombardamento avvenne il giorno prima dell’invasione da parte dell’Esl).
    L’Esl e il Fronte an-Nusra subito ebbero la meglio, nei combattimenti per la presa del campo. Nonostante i rinforzi forniti dall’Esercito regolare siriano, i gruppi del Pflp-Gc furono costretti a ritirarsi nei sobborghi settentrionali del campo. Da quel momento in poi, racconta Bitari, tutte le speranze di mantenere il campo neutrale cessarono.
    Gli abusi dei ribelli nello Yarmouk
    La conseguenza fu un esodo di civili dal campo: “In seguito al bombardamento, e all’invasione da parte dell’Esl, decine di migliaia di persone abbandonarono il campo”.
    I ribelli diventarono di giorno in giorno più aggressivi nei confronti di chi era rimasto. “Alcuni portarono con sé familiari e amici per occupare le case lasciate vuote: furti e razzie divennero fatti ordinari. Lo Jabhat an-Nusra istituì dei tribunali islamici, e gli attivisti palestinesi vennero arrestati e processati”.
    Bitari ha approfondito gli abusi commessi durante una conferenza tenutasi un paio di settimane fa al Centro palestinese di Washington Dc.
    I gruppi armati “requisirono molte case e tre ospedali. Si impossessarono di equipaggiamento medico e rubarono generi alimentari nelle loro zone esterne al campo. Questo è un motivo in più per cui nel campo si muore di fame …loro iniziarono a vendere il cibo a prezzi molto alti, molte persone morirono di fame perché non avevano il denaro per poter comprare da mangiare”.
    L’atteggiamento dei ribelli nei confronti dei palestinesi, anche della minoranza di loro che simpatizzava con l’Esl, si è dimostrato arrogante e xenofobo. Scrive Bitari:
    Dall’inizio della rivolta, i palestinesi in contatto con l’opposizione siriana chiesero ripetutamente che la loro posizione sulla questione palestinese venisse esplicitata in modo chiaro. Tale richiesta venne disattesa più volte… Dopo l’invasione del campo da parte dell’Esl, i residenti rimasero scioccati a sentirsi dire dai combattenti ribelli di ritornarsene nei posti da cui erano arrivati… (Più tardi, durante i negoziati) si racconta che l’Esl rifiutò la proposta che tutti gli uomini armati lasciassero il campo, sul presupposto che i ribelli stavano combattendo per la loro terra, e che il campo (palestinese) era sulla loro terra (in Siria).
    Nonostante a questo punto la leadership di Hamas avesse già lasciato la Siria, i sostenitori di Hamas del campo, che Bitari aveva una volta descritto come “aperti” sostenitori dei ribelli (e che in certi casi combatterono con loro), cominciarono a rivoltarsi nei confronti dei ribelli.
    Nel marzo 2013 iniziarono a ricevere rifornimenti di armi dall’esterno del campo, e, entro l’estate, espulsero alcune delle peggiori brigate ribelli e ne arrestarono i leader.
    Per peggiorare ancor di più la situazione: “L’Esl e lo Jabhat an-Nusra iniziarono a combattersi a vicenda, e le brigate stesse dell’Esl iniziarono a litigare tra di loro”.
    Nel maggio 2013, Sky News riprese il momento in cui un gruppo di dimostranti palestinesi filo governativi cercò di rientrare nel campo, accompagnato dall’esercito siriano. I ribelli fecero fuoco, e si sviluppò una battaglia. L’esercito dichiarò in seguito di aver ucciso 10 ribelli.
    Assedio
    Come osserva Bitari, nel luglio 2013 il campo venne messo sotto assedio totale dal regime, nel tentativo di espellerne i ribelli. Come dichiarato recentemente dall’Intifada elettronica, il governo siriano impedì l’accesso al campo di cibo e medicinali.
    Alla conferenza del 6 febbraio al Centro palestinese, Christopher McGrath, funzionario anziano intermediario dell’Unrwa negli Stati Uniti, ha dichiarato: “Fino a pochi giorni fa, non abbiamo avuto accesso allo Yarmouk da settembre 2013, e nei 7 mesi precedenti abbiamo avuto un accesso limitato”. Circa 18 mila profughi palestinesi vivono oggi sotto assedio, ha aggiunto.
    Secondo McGrath, la denutrizione è diffusa, e “i nostri sforzi degli ultimi mesi sono stati ostacolati dalla chiusura sistematica di tutti i punti di accesso al campo, e dalla presenza di gruppi armati dal dicembre 2012”.
    L’assedio è stato alleviato solo di recente. McGrath ha detto che, sebbene gli aiuti che entrano nel campo siano ancora insufficienti, “essi aumentano di giorno in giorno”. Si è riusciti a far entrare gli aiuti dall’ingresso nord, e alcune persone sono riuscite a lasciare il campo, egli ha aggiunto.
    Alla conferenza, Bitari ha detto che gli sforzi diplomatici dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, avvenuti a Ramallah, e le campagne internazionali contro l’assedio, hanno fatto cambiare idea al regime, ed hanno reso possibile l’accesso di alcuni aiuti.
    Di chi è la colpa?
    Bitari termina con una nota comprensibilmente pessimista:
    Abbiamo tanto sentito parlare, dai nostri genitori e dai nostri nonni, della Nakba del 1948: delle sofferenze subite per dover abbandonare il Paese, per aver perso tutto. Loro hanno lavorato sodo per rifarsi una vita in Siria, e ciò che hanno fatto, è oggi andato distrutto. Ora anche noi, la terza generazione, stiamo provando cosa vuol dire ricominciare da zero in altri Paesi, ma questa volta individualmente, senza aiuti e impossibilitati a stare insieme, in comunità. Senza dire che la maggior parte di noi non sa dove andare, e che tutto è provvisorio e incerto, un grande punto interrogativo.
    Nella conferenza al Centro palestinese, egli ha affrontato tutto ciò, facendo una riflessione sulle difficoltà dei profughi palestinesi dal 1948: “Ogni 10 anni ci ritroviamo in questa situazione”, dai massacri del Settembre nero da parte del regime giordano, nel 1970, ai massacri perpetrati da Israele nel 1982 a Sabra e Chatila, fino alle centinaia di migliaia di espulsi dal Kuwait nei primi anni Novanta, ai palestinesi spinti fuori dall’Iraq nel 2003, in seguito all’invasione degli Stati Uniti, e al disastro dello Yarmouk oggi.
    Quando il conflitto in Siria cesserà, i siriani avranno un Paese a pezzi in cui fare ritorno. Ai profughi palestinesi non è stato permesso di ritornare in Palestina dopo 66 anni.
    Bitari ha citato un recente articolo di Gideon Levy, pubblicato su Haaretz, nel quale l’autore afferma che Israele è “la vera causa di ciò che sta accadendo oggi nello Yarmouk. E forse questo è vero… È per causa loro che noi ora siamo profughi, e stiamo soffrendo”.
    Yousef Munayyer, direttore esecutivo del Centro palestinese, la vede così: “Non vorremmo tenere un altro dibattito su questo argomento tra dieci anni… Un luogo di origine di questa gente c’è, ed è la Palestina: e c’è uno Stato che impedisce loro di farvi ritorno… Suggerirei umilmente che venga loro permesso di ritornare nelle loro case”.

    Traduzione di Stefano Di Felice per InfoPal

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