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EUROPA: DAL CAMPO DELLA TECNOCRAZIA A QUELLO DELL’AUTORITARISMO

(16 Aprile 2014)

L’Europa “politica” pare essere sul punto di compiere un vero e proprio “salto in avanti” nelle sue espressioni di governo e, insieme, di dominio: dall’Europa della “tecnocrazia” (come c’è capitato tante volte di denunciare analizzando il ruolo della Commissione e della Banca Centrale) a Europa “dell’autoritarismo”.
Una valutazione al riguardo di questo pericoloso passaggio nella forma e nella sostanza politica della realtà dell’Unione che non si basa semplicemente sull’evidente spostamento a destra avvenuto in questi mesi, con la conferma del governo Merkel in Germania, l’esito delle elezioni amministrative in Francia, il risultato delle elezioni legislative in Ungheria, l’avvento del governo Renzi in Italia (intreccio apparentemente vincente tra decisionismo e populismo: quasi un mix tra Craxi e Grillo, con una spruzzata di P2).
In Ucraina intanto dalla pancia di “Piazza Europa” sono intanto resuscitati gli agguerriti eredi del filonazismo ucraino, i cultori del “genotipo” nazionale, russofobli, polonofobi, antisemiti.
Nella quasi indifferenza dell’Unione Europea che nel 2000 sanzionò l’Austria per via di Haider, blando conservatore appetto ai miliziani del Pravyi Sektor e tollera i revival dei particolarismi xenofobi che punteggiano la mappa del continente, non solo a Est.
In realtà la dinamica in atto appare collocata molto più in profondità, collegandosi anche a uno spostamento complessivo degli assi di riferimento sul piano geopolitico con il ritorno al fronteggiamento diretto tra le due superpotenze e il forte richiamo “atlantico” esercitato in questo momento dagli USA.
In realtà le premesse consistono nella crescita evidente del distacco tra cittadini e rappresentanza politico-istituzionale (fenomeno in atto in tutti i sistemi politici nazionali): si è così innestata una vera e propria “crisi della democrazia” che tradisce la volontà di arrivare a un cambio di modello politico.
E’ necessario opporci immediatamente, a un livello che è necessario ricercare intrecciando il piano (teorico) internazionalista a quello (più direttamente politico) sovranazionale, ricercando una volontà di uscita pacifica e democratica dall’attuale crisi.
Certo il cambiamento che stiamo ricercando non potrà avvenire senza il movimento sociale, ma quest’ultimo ha poche possibilità di affermarsi in un quadro politico che attualmente impone la sua legge ferrea.
Non bastano, anzi sono totalmente insufficienti i richiami al “Manifesto di Ventotene” portati avanti dai promotori italiani di una Lista Tspiras, genericamente appellata come quella “dell’altra Europa”.
In campo va messa una “alternativa Europa” fondata sull’anticapitalismo, l’opposizione sociale e politica, il rifiuto netto dell’autoritarismo in tutte le sue forme.
Deve essere compreso come le opposizioni interne alla società sono impossibilità a esprimersi senza possedere un’idea complessiva di società alternativa.
Se la lotta è più necessaria che mai in ragione degli attacchi ai diritti collettivi, della disoccupazione, dell’aumento di miseria e precarietà, può forse prescindere dalla riconquista del corpo politico?
La rifondazione di una società non potrà che avvenire attorno al tema della riappropriazione del bene collettivo rappresentato dalla vita pubblica.
Il dibattito non è nuovo e ce lo ricorda bene Andrè Bellon dalle colonne de “Le monde diplomatique” di Aprile.
A suo tempo, scrive Bellon, Jean Jaures aveva sviluppato l’idea che la storia del movimento operaio fosse contemporanea di quella della partecipazione degli operai alla costruzione dello spazio pubblico grazie alla loro capacità d’autonomia all’interno della società capitalista.
Jaures insisteva sulla pertinenza della democrazia come strumento di liberazione e di lotta, considerandola “l’ambito in cui le classi si muovono”.
Questo dibattito è tuttora attuale, rinnovato e ampliato nella costruzione europea, dalla questione del superamento dello Stato, dalla globalizzazione.
Per esempio, l’abbandono dei concetti di popolo e di nazione è presentato come progressista da Toni Negri che non ha paura di dichiarare “i concetti di nazione, di popolo e di razza non sono mai stati così distanti” (Negri e Hardt, Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli Milano 2002).
Una tesi che dovrebbe entusiasmare l’estrema destra.
Altri, più moderati, vedono il movimento sociale e l’azione politica solo a livello europeo, o mondiale, non tenendo conto del fatto che le maggiori mobilitazioni avvengono tuttora in un quadro nazionale.
Una “globalizzazione sociale” o una “Unione Europea repubblicana” non hanno alcun senso, nella misura in cui l’oggetto ideologico di queste costruzioni è proprio la distruzione dei valori repubblicani e sociali.
L’opzione autoritaria (bonapartista, la definiscono molti politologi francesi ancora tenaci custodi del modello “sociale” europeo) si sta affermando nella storia, ma in una visione depoliticizzata, infantilizzata per i cittadini, eventualmente convalidata da plebisciti com’è stato nel “caso italiano”, addirittura attraverso le primarie di un partito, il PD, che affermando la propria “vocazione maggioritaria” si è, di fatto, allineato all’ipotesi di transizione dalla tecnocrazia all’autoritarismo che fin qui si è cercato di affermare.
Il nostro obiettivo deve essere quello, allora, di tenere assieme l’idea di fondo del superamento del capitalismo con l’idea di un cittadino libero, umano e sociale in quanto membro di un corpo politico, avverso l’ipotesi di un individuo indistinto inserito in una comunità unanime.
Bellon conclude il suo già ricordato articolo con una citazione da George Orwell (1984) che pare il caso di riportare anche in quest’occasione.
Orwell fa dire al “Grande Fratello”: “ Finché il vostro obiettivo sarà di rimanere vivi, non di restare umani, niente cambierà". Ma alla qualità di esseri umani, avete preferito quella di esseri viventi, confidandovi così in un eterno presente e assicurandovi che io sia sempre qui. Non lamentatevene”.
Proprio ieri Paolo Franchi, sulle colonne del “Corriere della Sera” definiva proprio Renzi il politico “dell’eterno presente, senza passato, né futuro”. Senza commento ulteriore.

Franco Astengo

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