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L'angoscia dell'anguria

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(24 Luglio 2013) Enzo Apicella

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IL PRIMO MAGGIO CHIAMA:
INTERNAZIONALISMO PROLETARIO

(21 Aprile 2014)

Editoriale del n. 16 di "Alternativa di Classe"

primomaggioch

E' alla base della nostra aggregazione. Certo, apparentemente tutte (o quasi) le forze che si richiamano al movimento operaio inseriscono l'internazionalismo proletario fra le loro parole d'ordine e/o fra i loro obiettivi, sia politici che organizzativi. Fa parte degli elementi costitutivi, non solo del marxismo, ma anche dell'anarchismo, almeno il più conseguente. Poco importa il fatto che tutte le forze di origine e/o derivazione staliniana lo abbiano sempre più deformato nel tempo, fino a renderlo quasi una barzelletta, legato ad una sorta di dipendenza da Mosca, com'è stato, con evidenza, per il Cominform, nato nel '47, dopo la vittoria conseguita dall'URSS nella II° Guerra Mondiale imperialista, in alleanza con USA, Inghilterra e Francia, e poi sciolto nel '56. E' anche per questo che specifichiamo orgogliosamente la nostra identità di comunisti internazionalisti.
Il Primo Maggio ricorda la storica lotta per la riduzione della giornata lavorativa ad otto ore: le mobilitazioni di quei decenni (1870, 1880...) vedevano lotte in tutti i Paesi capitalistici, in tutto il mondo, e l'obiettivo, sentito da tutti i proletari, li accomunava oltre le frontiere nazionali. La Prima Internazionale, facendosi interprete delle richieste dei lavoratori, chiese che la legge delle 8 ore, già approvata nell'Illinois nel 1867, venisse estesa, in primis, ai Paesi europei ed al resto del mondo capitalistico. Non fu una lotta da poco: è durata vari decenni, ma, nel tempo, è stata vincente.
Da allora in poi il Primo Maggio si è trasformato prima in celebrazione, e poi in festa interclassista, grazie alle capacità prima incassatorie, e poi manipolatorie, del sistema capitalistico. Non si cancellano, però, gli insegnamenti di questa lotta. I proletari hanno posto un obiettivo vitale, direttamente legato alla propria vita lavorativa, ed hanno lottato contemporaneamente per ottenerlo, ed ottenerlo dappertutto. E così è stato. Costringendo il capitale a questo nuovo vincolo, che oggi, incalzato dalla sua stessa crisi, sta rimettendo in discussione. La Prima Internazionale, antesignana della Lega dei Comunisti di Marx, anch'essa sul piano internazionale, trasformò l'esigenza proletaria in un primo obiettivo politico.
Dopo di allora lo sviluppo capitalistico ha coinvolto sempre più la scienza e la tecnologia, asservendo in modo crescente il loro rapido sviluppo ai propri interessi, mentre l'evoluzione dei rapporti internazionali ha conosciuto diverse crisi, di cui le maggiori sono state risolte solo dalla carneficina delle Guerre Mondiali. L'uscita proletaria dalla guerra imperialista è stata sperimentata solo sulla base della strategia leninista, che nel 1917 in Russia ha “dato il la” al proletariato mondiale, a partire da quello europeo, ma il segnale, per vari motivi, non fu raccolto abbastanza, e la rivoluzione fu sconfitta ed isolata.
La famosa crisi economica del '29, superata poi solo con la Seconda Guerra Mondiale, trovò le fila proletarie divise fra loro, e spesso legate, se non alla prevalenza dell'URSS, ormai “grande patria”, socialista solo di nome, alle rispettive borghesie nazionali; tali situazioni sfociarono quasi dovunque nei “fronti popolari”, magari antifascisti, ma certamente di natura borghese e nazionalista. Fronti, quindi, e come tali, per loro natura non certamente in grado di ripetere, nelle nuove condizioni, e con più coscienza, l'impresa “dell'Ottobre rosso”!
Fino alla implosione e dissoluzione dell'URSS, avvenuta nel 1989, il movimento operaio internazionale, in grande maggioranza, è vissuto prigioniero dei “due blocchi” della “guerra fredda”, e delle loro logiche, rispetto alle quali l'illusione della Cina è stata solo una variante, e, per giunta, con l'aberrazione della “Teoria dei tre mondi”. In quel contesto mondiale, spesso si è sentito parlare di nuove internazionali comuniste, ognuna legata ad un “nuovo internazionalismo” facente capo spesso ad un Partito o, peggio, ad un Paese, ed ognuna, anche quelle con le migliori intenzioni, con la pretesa di avere recuperato in “purezza” sul piano teorico.
Ora, che “il re è nudo”, e di “patrie del socialismo” parlano solo le “anime belle”, riprendere finalmente davvero la bussola dell'internazionalismo proletario è tanto urgente, quanto difficile. Certamente non si può fare finta che quanto è successo negli ultimi cento anni, con grosse ed inizialmente valide Internazionali comuniste fallite, con avvii di processi rivoluzionari, fermatisi e regrediti, nonché con storiche sconfitte di lotte del movimento operaio, non lo sia. Si deve tenere conto a tutti i livelli di questi fatti importanti, facendo tesoro dell'esperienza, anche se, a volte, si tratta di esperienza che non riconosciamo come del tutto appartenente alla nostra storia di comunisti. Ma si deve anche analizzare questa crisi del capitalismo, che si trascina da quando il controvalore dell'insieme internazionale degli strumenti finanziari in circolo ha iniziato a superare il valore (di scambio, non lo dimentichiamo!) della somma di tutti i beni e servizi prodotti nel mondo, e che, dallo scoppio dell'Agosto 2007 ad oggi, non accenna a scemare! La si deve analizzare da marxisti, cioè per capire come ci si debba inserire nella lotta di classe, mai cessata.
Una cosa è certa: a dover inserirvisi è l'Internazionale Comunista, cioè una forza comunista organizzata, che ragiona di strategia internazionale, e che su tale piano si aggrega. Non è possibile oggi riproporre lo schema della formazione, prima, nei diversi Paesi, del “partito nazionale”, per quanto si autoconsideri “rivoluzionario”! Non è più (se lo è mai stato) il tempo in cui partiti costruiti su basi nazionali si colleghino per “fare una Internazionale”, assommando le proprie limitatezze. Questo non significa certo che non si debba agire anche sul piano nazionale, ma il piano nazionale è oggi limitato per un sindacato! ...figuriamoci per un partito! Che quanto occorra sia sempre un “partito internazionale” lo si può assumere: lo era già la “Lega dei comunisti” nel 1847! Si tratterebbe però, anche, di capire la caratteristiche necessarie oggi ad una tale forza comunista internazionale, ma si tratta di una questione complessa, e che esula, oltre tutto, dal contesto (di questo articolo).
Costruire uno strumento del genere incontra grandissime difficoltà, a partire dalla lingua, dalle usanze, dalle distanze fisiche, e da tante altre cose. Ma le sue possibilità, come le sue necessità, sono altrettanto grandi, enormi. Oltre al fatto che, finora, dalle grandi crisi sono nate grandi guerre imperialiste su vasta scala, la stessa devastazione della natura, con le irreversibilità dei mortiferi cambiamenti che lo sviluppo capitalistico di scienza e tecnologia sta inducendo, non ci rassicura sul fatto che il tempo utile sia davvero tutto quello che ci separa dalla prossima Guerra Mondiale, e non inferiore ad esso!
Come se tutto ciò non bastasse, non è possibile dedicarsi “solo” all'immane compito della costruzione dell'organizzazione internazionale: non avrebbe senso una organizzazione “rintanata” nelle proprie sedi, o dedita solo a “reclutare” per cercare di allargarsi. Da subito, come sempre, è indispensabile la presenza fisica nelle realtà delle lotte proletarie! Vanno individuati poi obiettivi unificanti anche aldilà delle frontiere nazionali, che partano dai bisogni di fondo dei proletari, perché quell'internazionalismo torni ad essere vissuto, e si possa, così, dialetticamente, davvero costruire la necessaria Internazionale Comunista.

Alternativa di Classe

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