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(Il nuovo ordine mondiale è guerra)

Né con Putin né con Obama
(ma con i lavoratori internazionalisti di ogni paese)

(21 Aprile 2014)

neputinneobama

La borghesia ci presenta sempre false alternative. Nel caso italiano, per anni hanno fatto credere che ci fosse una contrapposizione di principio tra Berlusconi e PD, in realtà complici nel far pagare ai lavoratori i costi della crisi. In politica internazionale, dato il conflitto tra Russia e USA, molti, anche all’estrema sinistra, si illudono di trovare in Putin un punto di riferimento per un’opposizione alla crescente insopportabile ingerenza dell’imperialismo americano. Legarsi al carro di una grande potenza può portare vantaggi immediati, ma rende impossibile perseguire gli interessi dei lavoratori. L’assenza di un partito di classe, con un preciso progetto in politica interna ed estera, non può essere addotta come scusa per appoggiare una potenza borghese. Smascherare gli interessi delle diverse borghesie agli occhi dei salariati è la precondizione delle rinascita del movimento operaio rivoluzionario. La liberazione dal giogo di classe non può venire da alcuna borghesia.
Questo non significa ignorare i rapporti di forza tra gli stati, e considerarli tutti egualmente pericolosi. Chi pretende di giudicare in modo oggettivo, “al di sopra delle parti”, è come un osservatore seduto sulle mura di una città assediata, esposto ai colpi di entrambe le parti. Si deve essere di parte, non quella di Putin o di Obama, ma di quella dei lavoratori internazionalisti di ogni paese.
Non ogni stato è ugualmente pericoloso per la causa proletaria e si deve valutare con attenzione le conseguenza a breve e a lungo termine delle vittorie o delle sconfitte delle diverse potenze. La soluzione meno pericolosa è la sconfitta delle trame dell’imperialismo americano. Oggi, la potenza che più di ogni altra esprime gli interessi delle multinazionali, anche di quelle che giuridicamente hanno sede in Germania, Svizzera, in Olanda, in Gran Bretagna, in Giappone, … è la repubblica stellata. E’ il gendarme mondiale, in grado d’intervenire in qualsiasi parte del mondo, con invasioni, tentativi di golpe, pseudo rivoluzioni arancioni o comunque variopinte, pressioni economiche, diplomatiche, avvertimenti mafiosi, solo per citare alcuni mezzi del vasto repertorio dell’imperialismo di Washington, che è il nemico n. 1 del proletariato mondiale. E non dimentichiamo mai che vittime di questo imperialismo sono pure i lavoratori e le masse sfruttate statunitensi, che hanno dimostrato di essere in grado di lottare, anche se non hanno ancora trovato una guida sicura e sperimentata.
I due punti focali della situazione internazionale sono, chiaramente, Siria e Ucraina, anche se non bisogna dimenticare la forte tensione tra Cina e Giappone e la tragedia palestinese. Si dirà: il regime di Yanukovich era corrotto, era criticato persino dai russi, e Assad, che basa il proprio potere soprattutto sulla minoranza alauita, è odiato dai sunniti. Ma ogni questione locale deve essere inquadrata nel contesto internazionale, e bisogna vedere chi effettivamente si candida alla successione dei regimi attuali. In Siria, gli oppositori laici sono stati schiacciati da Al Qaeda e Al Nusra, autentici covi di briganti e di fanatici. In Ucraina abbiamo visto l’intervento di nazisti sponsorizzati dalla UE e dalla CIA come “ribelli democratici” .Che ci fossero anche manifestanti con le migliori intenzioni, è evidente, ma sono stati subito emarginati. Per capirci meglio: in Italia abbiamo un regime corrotto che ci taglieggia, ma nessuno chiamerebbe rivoluzione un sommovimento di piazza egemonizzato da Casapound che portasse al potere un oligarca appoggiato dalla CIA. La scelta borghese per l’Ucraina è: o satellite della Russia o colonia dell’occidente.
Quanto all’Egitto, le 529 condanne a morte dovrebbero aprire gli occhi persino ai ciechi, per non parlare del rinnovato blocco a Gaza, condotto nella più spudorata connivenza con gli israeliani. Quindi, facciamo attenzione, quando parliamo di rivoluzioni democratiche.
La funzione storica delle rivoluzioni democratiche (o borghesi) è di aprire la via al capitalismo e di spazzare via ogni residuo precapitalistico. Siria e Ucraina hanno già un’economia capitalistica. La Siria, prima che la distruggessero, aveva una discreta industria (tessile, alimentare, cemento, trattori, frigoriferi, carta tappeti, lavatrici, fertilizzanti…). L’Ucraina nel 2011produceva più ghisa della Germania e circa tre volte quella dell’Italia, nell’acciaio stava quasi alla pari con Berlino. L’unica rivoluzione, che non sia un puro cambio di casacca, può essere la rivoluzione comunista. Nella Russia arretrata, i bolscevichi si posero il compito di passare “dalla prima fase della rivoluzione, che ha dato il potere alla borghesia a causa dell’insufficiente grado di coscienza e di organizzazione del proletariato, alla sua seconda fase, che deve dare il potere al proletariato e agli strati poveri dei contadini” (Tesi di aprile). A sentire i media, un secolo dopo, sarebbe all’ordine del giorno una rivoluzione democratica, condotta a fianco dei nazisti, che si ispirano al Quisling Stepan Bandera, come Svoboda, Spilna Sprava e Pravi Sector. Stessa prospettiva ci sarebbe in Siria, a fianco di Al Qaeda, al Nusra, e sponsorizzata dal colonizzatore di ieri, la Francia, dal maggiore stato imperialista, gli USA e dalle monarchie assolute arabe, veri anacronismi viventi.
In entrambi i paesi, in realtà, il programma dei lavoratori non può essere che la socializzazione dei mezzi di produzione e il potere proletario, e, nell’immediato, l’agibilità politica e sindacale.
Tornando a Putin e Obama, è naturale che- non per scelta, ma per rapporti di forza - gli USA siano all’attacco e la Russia in difesa. Gli Stati Uniti hanno circondato Russia e Cina con una rete di basi, e non vedono l’ora di piazzare i loro missili in Ucraina. La Russia ha un piano più modesto: controllare i paesi dell’Ex Unione Sovietica, nonché la base navale in Siria, e vendere petrolio e gas all’Europa e alla Cina. I lavoratori non possono sposare né la causa di Putin, né quella di Obama. Poiché siamo nel campo occidentale e il nemico principale è in casa nostra, dobbiamo opporci a qualsiasi intervento dell’occidente. I regimi che ci opprimono non possono liberare alcun popolo, ma solo sottoporlo a forme più gravi di schiavitù, alle catene dell’Anonima Usurai (il Fondo Monetario Internazionale), come sta avvenendo per l’Ucraina. Tra l’altro, il tesoro aureo ucraino è già stato trasferito in America. Nessuna meraviglia: ancor oggi non abbiamo notizie precise di che fine abbia fatto il tesoro libico, e, nonostante plurime e pressanti richieste, gli USA non hanno ancora restituito l’oro tedesco che custodiscono (La classe dirigente italiana è troppo vile persino per chiedere la restituzione di quello italiano). La logica dell’imperialismo è la stessa di una banda di gangster, la differenza è solo nella potenza e nel velo di “legalità” di cui il primo si ammanta.
I lavoratori devono quindi opporsi, non solo a interventi militari, ma anche all’utilizzo di fondi, ottenuti spremendo fino all’osso le classi più povere, per “aiuti” al governo ucraino, che li utilizzerebbe, non certo per elevare il tenore di vita della popolazione - che ha dovuto già subire terribili tagli al welfare per preparare l’economia all’ingresso, o almeno agli accordi iugulatori, con la UE - ma per salvare banche e per comprare armi. Bisogna boicottare quei giornali e quei programmi TV che dipingono la Timoshenko, questa oligarca del gas, come un’eroina della libertà. Questo regime ha già trovato la piena approvazione di John McCain, che iniziò la sua carriera bombardando il Vietnam, e , nonostante la quarta età, non la smette di incontrarsi con i peggiori arnesi reazionari, come i rapitori dei pellegrini libanesi, e simili. Se fosse ancora in vigore l’antico uso di italianizzare i nomi, potremmo chiamarlo senatore Giovanni Caino.
La diplomazia ha partecipato a modo suo al misfatto. Al tempo dell’incontro di Putin col saudita Bandar bin Sultan (finanziatore di Al Qaeda) si era parlato di una non troppo velata minaccia di quest’ultimo di mobilitare i terroristi ceceni contro le olimpiadi di Soci. Ora è chiaro che si trattava di una manovra diversiva, sicuramente concordata con il governo americano. Putin a sua volta minacciò l’Arabia Saudita di una forte rappresaglia, nel caso che gli attentati si fossero verificati, ma è improbabile che i servizi segreti russi siano caduti nella trappola, e non abbiano intuito che il vero obiettivo era l’Ucraina. Durante i giochi Putin aveva le mani legate, ma che tutto fosse pronto per reagire subito dopo lo possiamo vedere da un fatto: nei momenti determinanti del distacco della Crimea, tutta la rete informatica ucraina era paralizzata, e gli ordini non potevano giungere ai diversi reparti dell’esercito e della burocrazia. La NSA ha denunciato un cyber attacco contro Kiev.(1)
E’ il segno che la Russia sta superando il ritardo tecnologico che aveva accumulato fin dai tempi di Breznev, quando invano Andropov cercò di far capire ai vecchi dirigenti che la potenza militare non si calcolava più esclusivamente in missili e atomiche, ma anche con le tecniche di guerra informatica.
Una guerra tra USA e Russia è già in corso, senza esclusioni di colpi, non sul piano dello scontro diretto, ma con offensive informatiche, finanziarie, economiche, pseudo rivoluzioni provocate, mercenari travestiti da dimostranti, e una propaganda di stile orwelliano. I lavoratori non devono farsi ingannare, e prepararsi a un lavoro di denuncia dell’imperialismo e delle guerre, che coinvolgono pure il nostro paese, anche se qui le guerre le chiamano operazioni umanitarie.


NOTE

1) “Nsa denuncia: governo di Kiev sotto cyber attacco. Il futuro capo degli 007 americani non ha dubbi: azioni di spionaggio contro la rete informatica del governo dell'Ucraina. Ma da che pulpito
viene la predica.” martedì 11 marzo 2014, globalist.

Michele Basso

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