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ALLA VIGILIA DELLE ELEZIONI EUROPEE: UN’ANALISI DEL QUADRO POLITICO ITALIANO

(2 Maggio 2014)

Appare molto probabile che l’esito dell’elezione dei 73 rappresentanti dell’Italia al parlamento europeo, che si svolgerà domenica 25 Maggio, finirà con il confermare il dato di fondo della “tripartizione” del sistema, tra PD, Forza Italia e Movimento 5 Stelle come si era già verificato in occasione delle elezioni politiche del febbraio 2013.
La vera incognita, infatti, risiede nella determinazione dei rapporti di forza fra questi tre soggetti: rapporti di forza che condizioneranno sicuramente l’immediato prosieguo della vicenda politica e lo stesso esito della XVII legislatura attualmente in corso.
Sicuramente appare appesa a un filo la riforma della legge elettorale così come congegnata dal patto del Nazareno stipulato, a suo tempo, fra Renzi e Berlusconi: l’impianto complessivo di quel progetto, infatti, poggiava sull’ennesimo tentativo di riduzione bipartitica del sistema, da realizzarsi addirittura attraverso lo svolgimento di un ballottaggio per l’assegnazione di un premio di maggioranza dalla consistenza sicuramente anticostituzionale.
L’esito delle elezioni europee potrebbe, invece con tutta probabilità, delineare uno scenario completamente diverso con il Movimento 5 Stelle a recitare la parte del “secondo incomodo” se non, addirittura, del soggetto di maggioranza relativa.
Fino a questo punto, però, stiamo all’interno delle banalità indicate dall’esito di sondaggi in buona parte pre-fabbricati e sicuramente manipolati.
Per sviluppare un’analisi seria e approfondita occorre, invece, cerca di interrogarsi sui veri quesiti attorno ai quali potrà formarsi l’opinione complessiva di settori importanti dell’elettorato e, in conseguenza, l’esito stesso della tornata elettorale.
In partenza le “fratture” sulle quali pareva dovessero cimentarsi prioritariamente le elettrici e gli elettori apparivano essere sostanzialmente due:
1) La prima quella relativa al dilemma “Europa/Non Europa”. Un dilemma ridotto allo scontro “Euro/No Euro”. Da una parte, infatti, le destre populiste e nazionaliste europee, schierate “anti Europa” e dall’altra socialisti e popolari dichiaratamente favorevoli all’Unione Europea, pur tra qualche distinguo moderatamente anti-austerity. In Italia questo schema di confronto naturalmente esiste, considerato anche l’andamento complessivo del ciclo economico, ma in una versione “anomala” rispetto al quadro europeo appena sopra descritto. Nel nostro Paese, infatti, le forze della cosiddetta destra populista e nazionalista risultano molto deboli e poco influenti come nel caso di Fratelli d’Italia. Esiste un soggetto collocato sulla frontiera “No Euro” non nazionalista, anzi scissionista come la Lega Nord. Soprattutto però è collocata in una posizione fortemente critica rispetto all’Europa il soggetto più importante iscritto al PPE, cioè Forza Italia, tutta intenta a presidiare il conflitto tra il suo leader e la Magistratura. Lo stesso PD, iscrittosi recentemente al PSE che ha aggiunto alla propria insegna la denominazione “democratici” era apparso, in partenza di campagna elettorale, propenso a spostare il tiro sulle questioni interne grazie al dinamismo riformista del nuovo governo Renzi, il quale – al riguardo dell’Europa – pareva intenzionato semplicemente a “battere i pugni sul tavolo” contro l’austerità imposta dalla BCE e dai burocrati della Commissione. La specificità italiana, inoltre, si componeva (e si compone) della presenza del Movimento 5 Stelle, di gran lunga la forza più importante posta su di un terreno chiaramente AntiUE e altrettanto chiaramente AntiEUro, ma che ha rifiutato qualsiasi collegamento con le maggiori forze della destra populista e nazionalista, come nel caso del Front National francese che pure aveva avanzato, all’indomani delle elezioni amministrative in Francia, propositi di alleanza. La complessità di questo quadro rende di non facile elaborazione di un’analisi in grado di indicare con una certa qual approssimazione positiva la destinazione dei voti dell’elettorato italiano AntiUE, calcolato all’incirca nel 50% dei possibili votanti;
2) La seconda “frattura” riguarda la situazione politica interna considerata al momento dell’avvio della “strategia delle riforme” annunciata al momento dell’insediamento del governo Renzi. Il meccanismo di fondo di questa strategia, semplificatoria e populista soprattutto rispetto ad alcuni nodi di fondo riguardanti il sistema politico, la burocrazia, la “velocizzazione” dei meccanismi di governo, l’elargizione – a una parte consistente dell’elettorato – di modesti ma immediati benefici fiscali (i famosi 80 euro in busta paga) avevano portato a rilevare un forte consenso: circa il 72% dell’elettorato appariva favorevole a questa strategia delle riforme. Nella sostanza pareva che lo scontro elettorale si giocasse nelle scelte di settori che si trovavano in una condizione di “sovrapposizione” delle loro opinioni, tra il 50% degli antiUE e il 72% dei favorevoli alle riforme. Da che parte si fosse orientato questo pendolo avrebbe determinato l’esito del voto.
A questo punto, però, si sono introdotti in questo quadro rilevanti elementi di novità:
a) Sta mutando bruscamente lo scenario internazionale con in primo piano la crisi ucraina che pone a diretto confronto gli USA e la Russia, con rischi non secondari di un impatto provvisto di forti elementi di frizione (ci sono già paragoni, non infondati, con la crisi di Berlino tra USA e URSS nel 1949 o con la crisi dei missili a Cuba del 1962). Va così in discussione il ruolo dell’Unione Europea, richiamata con forza dagli USA ai propri impegni NATO. Ferma restando l’opinione che si tratta di uno scontro tra equivalenti imperialismi, che continueranno a intrecciare i loro affari con la posta in palio di questo scontro assolutamente decisiva per l’avvenire dell’Europa sul delicatissimo piano delle risorse energetiche a disposizione, resta da vedere quanto peserà il richiamo alla solidarietà atlantica rispetto al ruolo dell’Europa, diminuendo così l’impatto che dovrebbe avere sull’esito elettorale il tema Euro/No Euro. Insomma rispetto alla prospettiva di una guerra, o perlomeno di una forte frizione tra i due “rinnovati” blocchi la questione antiUE e, di conseguenza, antiEuro potrebbe diminuire il proprio peso sulla formazione dell’opinione elettorale in larghi strati della società italiana;
b) Dall’altra parte appare in calo la “spinta propulsiva” della proposta “riformista – decisionista – populista” elaborata dal governo Renzi. Scarsi effetti (anche gli 80 euro sono poca roba e poi destinati a una platea troppo circoscritta, escludendo pensionati, disoccupati, incapienti, esodati, cassintegrati, artigiani) esagerato tentativo di provocare il cosiddetto “effetto annuncio”, eccessiva esposizione mediatica per una sorta di semplice simpatica “macchietta”, opposizioni intrecciate dentro e fuori la maggioranza che sicuramente ostacoleranno il cammino, rendendolo assai più accidentato rispetto alle prospettive di partenza. L’ultima conferenza stampa di questo improvvisato premier, sul tema della riforma della pubblica amministrazione, è apparsa, sotto quest’aspetto, particolarmente penosa soprattutto per via dell’evidente vacuità dei temi trattati. A suo vantaggio il governo Renzi gode di un’incredibile forma di piaggeria da parte dei mezzi di comunicazione di massa che tendono a confondere i suoi annunci come se si trattasse di provvedimenti già presi e dalla debolezza di un ceto politico che pur di conservare qualche briciola di potere e di privilegio appare disposto, in larga parte, a salire – secondo il consueto vizio italico – sul “carro del vincitore” (delle sole primarie del PD, finora: è bene ricordarlo, rammentando anche che si è trattato di primarie partecipate in una dimensione molto ridotta rispetto alla precedenti.)
c) Il terzo elemento di novità riguarda il possibile calo di consensi raccolti attorno alla figura di Silvio Berlusconi. Va ricordato che il PDL nel 2008 raccolse circa 17 milioni di voti, un patrimonio poi ridottosi drasticamente nel 2013 e oggi in via di ulteriore ridimensionamento per evidenti ragioni che non è il caso qui di elencare nel dettaglio. Certamente resterà a Forza Italia un antico “zoccolo duro”, ma sicuramente una quota consistente di voti prenderà altre vie. Principalmente quella dell’astensione: astensione che risulterà alla fine in ulteriore aumento rispetto a quella già molto elevata fatta registrare nell’occasione delle elezioni politiche 2013. A questo proposito l’Italia si trova già in una posizione di allarme, rispetto a quelle che erano – sotto quest’aspetto – considerate quote fisiologiche nelle democrazie occidentali. Concorrono a formare questo fenomeno l’assenza di soggetti politici adeguati dopo il crollo del sistema dei partiti avvenuti fin dagli anni’90, il discredito raggiunto a livelli elevatissimi da parte del ceto politico, la sottrazione della possibilità di scelta da parte dell’elettorato dopo le tante promesse elargiate all’epoca dell’entrata in vigore del sistema elettorale maggioritario oltre ad una naturale “secolarizzazione” della società che ha investito anche il campo della politica. Il resto delle perdite che accuserà Forza Italia si riverserà, principalmente, tra PD e Movimento 5 Stelle per le opposte ragioni che si è cercato fin qui di spiegare: a favore del populismo riformista di Renzi, o a favore del populismo anti-euro di Grillo. Appare davvero debole, molto debole, la possibilità di impatto del Nuovo Centro Destra, collocato ormai in una posizione “centrista” difficilmente riconoscibile dal grosso dell’elettorato come, del resto, nel caso dei residui di quello che fu, nel 2008, lo stesso tentativo centrista realizzato attorno a Mario Monti.
In conseguenza di questo lungo discorso si può riassumere come appaia facilmente pronosticabile una tripartizione del voto con l’inserimento, però, di forti incognite rispetto a quello che appariva il prevedibile andamento della campagna elettorale: la prima derivante dallo spostamento d’asse del quadro internazionale e la seconda dalla diminuzione di spinta propulsiva da parte del governo Renzi. Queste due novità si compenseranno e alla fine PD e Movimento 5 Stelle si ritroveranno sulle posizioni di partenza, mentre Forza Italia diminuirà oggettivamente i propri consensi mentre crescerà l’astensione? Questi dati potrebbero essere quelli maggiormente indicativi, con una tripartizione “azzoppata” e formata, in conseguenza, da due soggetti “forti” con un ridotto scarto tra di loro (all’incirca tra il 25 e il 30%) e un soggetto debole (al di sotto del 20%). Per il resto, al di là del conseguimento o meno del quorum del 4% alcune formazioni molto più deboli e ininfluenti,
Sicuramente la prospettiva di una maggioranza relativa per il Movimento 5 Stelle non appare oggi come oggi nell’immediato ordine del giorno: si tratterebbe però, nell’eventualità, di un risultato tale da provocare un vero e proprio sconvolgimento dell’intero quadro.
All’interno di questo scenario appare particolarmente debole, perlomeno nella situazione italiana, la posizione della lista Tsipras che in altre situazioni può godere dell’apporto di formazioni politiche consolidate come invece non si verifica dalle nostre parti. Formazioni, come la stessa Syriza in Grecia, capaci anche di svolgere una efficace azione anti-europeista di sinistra.
Il “né aderire, né sabotare” dell’insegna dell’”Altra Europa” (quale?), un richiamo storicamente difficile come quello al rivolto al Manifesto di Ventotene, un collegamento molto debole con i soggetti che sul piano interno si muovono all’opposizione delle politiche economiche e istituzionali del governo su posizioni di sinistra d’alternativa, una composizione delle liste che appare sostanzialmente inadeguata alla complessità dello scontro in atto, la difficoltà a bucare il muro costruito dal “partito di cartello” (PD-Forza Italia – Movimento 5 Stelle) in materia di utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa rendono, a questo punto, lastricata di sassi la strada del 4%.
Comunque nella notte tra il 25 e il 26 di Maggio avremo il responso: un giudizio di alto valore politico anche se, è bene ricordarlo, non c’è da eleggere alcun governo e le candidature a presidente della Commissione (Schultz, Tspiras, Juncker e quant’altre/i) risultano puramente simboliche.

Franco Astengo

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