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L'angoscia dell'anguria

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(24 Luglio 2013) Enzo Apicella

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NON POSSIAMO NON DIRCI COMUNISTI

(3 Maggio 2014)

Benedetto Croce, nel 1942, scrisse un saggio dal titolo “Non possiamo non dirci cristiani”: oggi, davanti allo sfacelo che il capitalismo ha prodotto nei rapporti umani, economici, sociali, in una situazione nella quale la guerra torna a essere predominante nella visione generale del mondo dalla parte dei potenti, sarebbe il caso di scrivere “Non possiamo non dirci comunisti”.
In realtà l’occasione per sviluppare quest’affermazione deriva da uno spunto tratto da una realtà molto più provinciale di quella riferita ai destini del mondo: in questi giorni, infatti, sulle colonne del “Lavoro – La Repubblica” (l’edizione genovese del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari) è comparso un dibattito relativo al corteo del Primo Maggio organizzato, come da tradizione, nel pomeriggio del giorno precedente da Lotta Comunista.
Il professor Coletti ha preso spunto da questa manifestazione per paragonare il corteo operaio (come sempre molto partecipato e punteggiato coreograficamente da un gran numero di bandiere rosse) a una “processione”, segnalando come a suo giudizio di comunismo se ne possa parlare ormai come una fede, un fatto mistico, più esattamente “un culto religioso quasi estinto”.
A quest’articolo ha replicato l’ex-senatore del PCI Giovanni Urbani, rivendicando l’orgoglio di essere comunista soprattutto per la ragione più alta: quella della visione critica dell’uomo e del mondo che proprio la filosofia e la storia del marxismo hanno portato all’attenzione della storia.
E’ proprio a questo proposito, oltre che per altre ragioni fondamentali che si cercherà di seguito di riassumere, che oggi più che mai è possibile affermare: “Non possiamo non dirci comunisti”.
Non possiamo non dirci comunisti considerando appieno che cosa sono stati, nel ‘900, i totalitarismi assurti al ruolo di Stato, nel tentativo di inverare a quel livello veri e propri fraintendimenti dell’etica marxiana.
Quest’analisi va ricordata appieno anche da parte di coloro che, per la loro storia culturale e politica, hanno preso le distanze in tempi non sospetti da quei totalitarismi: siamo stati tutti coinvolti, pur dissidenti di varia natura filosofica e ideologica, esponenti di quei filoni di critica che permisero di sviluppare esperienze politiche originali come quella, esemplare, del Partito Comunista Italiano, nella sua ricerca di “riconoscibilità nazionale”, il massimo ottenibile in quel tempo grazie all’interpretazione (e anche manipolazione?) togliattiana dell’opera di Gramsci.
Siamo stati coinvolti tutti e non possiamo negarlo: compresi, appunto, i compagni di Lotta Comunista che, in fondo, si rifanno alla prima critica di Bordiga alla costruzione dell’URSS.
Non è però il momento dell’analisi delle dissidenze e della ricostruzione retrospettiva.
E’ il caso invece di rispondere alla domanda che, nel titolo dell’intervento, suona invece come un’affermazione: Perché non possiamo che dirci comunisti?
Il primo motivo lo ritroviamo proprio in Gramsci, nei suoi scritti giovanili: non possiamo che dirci comunisti perché odiamo gli indifferenti alle contraddizioni esplosive che percorrono questa società. Non siamo indifferenti, anzi siamo partigiani della liberazione dell’uomo e dell’eguaglianza.
Non possiamo che dirci comunisti perché il capitalismo, nel compiere il suo ciclo, riscopre interi tutti i suoi lati più bestiali: l’imperialismo, lo sfruttamento, la sopraffazione, la distruzione delle ragioni e della possibilità della convivenza nel genere umano e tra il genere umano e l’ambiente.
Non possiamo che dirci comunisti perché abbiamo bisogno di andare a fondo nell’esplorare i meccanismi che l’avversario sa mettere in campo soprattutto sui terreni dell’alienazione e della mistificazione: sono mutati i termini del rapporto tra struttura e sovrastruttura, è necessario interrogarci su questo e comprendere le motivazioni della modernità, ma allo stesso tempo si tratta di far capire che la saldatura tra questi due elementi, la struttura e la sovrastruttura, formano il dominio.
Il dominio che il capitalismo esercita non solo sulla fatica e la sofferenza umana, ma sulla stessa mente: cerca di impadronirsi del pensiero. E’ il capitalismo, senza identificazioni di sorta (finanziario o altro) ma in quanto tale il vero “Grande Fratello” di questo XXI secolo.
E’ ancora la lotta di classe il riferimento dello scontro sociale a tutti i livelli: è la lotta di classe lo strumento attraverso il quale reclamare la pace, l’eguaglianza, la trasformazione dello stato di cose presenti.
Disponiamo ancora di un imponente bagaglio teorico, non abbiamo dimenticato la necessità di sviluppare sempre una tensione internazionalista, siamo ancora capaci di indignarci per l’evidenza dell’ingiustizia e della diseguaglianza, intendiamo sviluppare politica e conflitto sociale perché non siamo certo i sacerdoti di un culto “quasi estinto”: per tutti questi motivi non possiamo che dirci comunisti.

Franco Astengo

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