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Torino, la rivolta dei facchini ai mercati generali

(24 Maggio 2014)

Centro Agro Alimentare. Il SiCobas dichiara sciopero, poi il picchetto. La polizia carica, ma il presidio continua lunedì

caat

Il fac­chino dei mercati gene­rali di Torino lavora di notte, in ogni con­di­zione. Soli­ta­mente è stra­niero ed è un pro­to­tipo della fles­si­bi­lità pros­sima ven­tura. Nella notte tra mar­tedì e mer­co­ledì circa due­cen­to­cin­quanta fac­chini del Caat (Cen­tro Agro Ali­men­tare Torino) insieme ad alcune decine di gio­vani tori­nesi soli­dali, hanno deciso di bloc­care l’operatività del com­plesso. Tutto nasce dal licen­zia­mento di cin­que lavo­ra­tori da parte di una cooperativa.

Il sin­da­cato SiCo­bas rea­gi­sce pro­cla­mando uno scio­pero che pre­sto si tra­sforma in un pic­chetto orga­niz­zato. Il per­so­nale delle coo­pe­ra­tive ade­ri­sce in massa e circa due­cen­to­cin­quanta lavo­ra­tori bloc­cano l’ingresso del cen­tro agro ali­men­tare nel cuore della notte. I mani­fe­stanti sono per la mag­gior parte stra­nieri, pro­le­ta­riato che ha già accet­tato ogni tipo di sacri­fi­cio pur di riu­scire a man­te­nere il posto di lavoro. Ci sono mol­tis­simi nord afri­cani ed est euro­pei, uomini che lavo­rano dura­mente per poche decine di euro a notte. Il pic­chetto blocca l’entrata degli auto­treni pro­ve­nienti da tutta Europa, cari­chi di frutta e verdura.

Si creano le ine­vi­ta­bili ten­sioni. Arri­vano le forze dell’ordine che ten­tano di ripor­tare la calma ma con scarsi risul­tati. I mani­fe­stanti sono deter­mi­nati a bloc­care la distri­bu­zione delle der­rate ali­men­tari desti­nate a Torino e pro­vin­cia. Alle quat­tro del mat­tino un incon­tro tra rap­pre­sen­tanti delle coo­pe­ra­tive che gesti­scono il Caat e i lavo­ra­tori porta alla pro­messa di un accordo. Pro­messa comun­que giu­di­cata insuf­fi­ciente dai fac­chini che non abban­do­nano la pro­te­sta e chie­dono una rispo­sta con­creta e scritta. All’ingresso prin­ci­pale del Caat intanto si forma un infi­nito ser­pen­tone di auto­treni in attesa di entrare. Alle cin­que la poli­zia decide di inter­ve­nire per scio­gliere il pic­chetto e per­met­tere l’accesso degli auto­treni che ormai for­mano un coda lunga chilometri.

Dopo la carica i mani­fe­stanti si disper­dono per mezz’ora, ma tor­nano a radu­narsi appena tor­nata la calma. Il para­pi­glia finale scop­pia nella tarda mat­tina di mer­co­ledì quando un fur­gon­cino bianco tra­volge tre mani­fe­stanti e due poli­ziotti. Un gesto di fol­lia di un lavo­ra­tore esa­spe­rato dalla guerra dei poveri. Rischierà il lin­ciag­gio da parte della folla. La situa­zione non rien­tra nella nor­na­lità, e il pre­si­dio non solo resi­ste ma annun­cia di con­ti­nuare a oltranza. Con l’avanzare della gior­nata la folla è aumen­tata. Le coo­pe­ra­tive attive nel Caat offrono ai mani­fe­stanti un incon­tro per lunedì, al fine di valu­tare la situa­zione dei cin­que licen­ziati e più in gene­rale le con­di­zioni di lavoro.

Alle tre del pome­rig­gio i mani­fe­stanti si disper­dono e danno appun­ta­mento a lunedì: «Scio­gliamo la mani­fe­sta­zione ma tutti sap­piano che se sarà una presa in giro ripren­de­remo con un blocco molto più duro di quello attuato que­sta notte. Fer­me­remo l’intero com­mer­cio agroa­li­men­tare tori­nese a oltranza» affer­mano alcuni men­tre tor­nano a casa.

Il Caat è un gigan­te­sco polo logi­stico, cento milioni di euro di inve­sti­mento, dete­nuto al 92% dal Comune di Torino. Fin dalla sua nascita naviga in cat­tive acque eco­no­mi­che. Un com­plesso esa­ge­rato sosten­gono in molti. Altri dicono che i con­tri­buti regio­nali ero­gati a piog­gia hanno spal­mato il cemento su un’ampia fetta di ter­ri­to­rio e hanno reso il com­plesso un dop­pione ormai fuori mer­cato, inutile.

Il Caat vive infatti di canoni di loca­zione che sono venuti meno quando pro­dut­tori e gros­si­sti hanno comin­ciato a costruire il pro­prio magaz­zino. Nel ten­ta­tivo di non farlo fal­lire a causa delle per­dite, pari a dicias­sette milioni di euro, il Comune di Torino ha deciso di decur­tare il capi­tale sociale da cin­quan­ta­sette a tren­ta­quat­tro milioni di euro. Nella spe­ranza che gli anni pas­sino in fretta e le rate dei mutui scen­dano a livelli più sostenibili.

Que­sta è la sto­ria delle sto­ri­che arcate dei mercati Gene­rali di Torino che sono state riqua­li­fi­cate per i Gio­chi Olim­pici. Oggi ver­sano in uno stato di semi-abbandono e sono un mesto ricordo dei bei tempi che furono. Per loro il futuro non è roseo. Appun­ta­mento a lunedì, un altro passo del «poi si vedrà» imperante.

Maurizio Pagliassotti, il manifesto

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