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Ucraina: vieti nazionalismi per coprire un conflitto fra Imperi

(27 Maggio 2014)

L’Ucraina, per la sua strategica posizione di frontiera tra Europa e Russia, è stata da secoli preda ambita delle entità statali più forti che la circondano, determinate ad assicurarsene il controllo. Pur godendo di terre fertili, e oggi di importanti risorse minerarie e di una struttura industriale di rispetto, anche se in parte antiquata, si trova schiacciata dalla dipendenza energetica dall’estero e da un forte debito pubblico.

La crisi economica che da sei anni colpisce il capitalismo mondiale vi ha portato un abbassamento generale delle condizioni delle classi inferiori, il proletariato e gli strati piccolo borghesi, come in altri paesi con economia più debole: in Europa quelli del Sud, la Grecia, la Spagna, il Portogallo, e dell’Est, la Romania e l’Ungheria.

La classe lavoratrice vi soffre di un alto tasso di disoccupazione e di bassi salari. Ma, in mancanza di una prospettiva di classe, cioè senza l’indispensabile indirizzo del suo partito politico, il proletariato ucraino non riesce a reagire e resta schiacciato nell’abbraccio interclassista del popolo nel suo insieme. I lavoratori si lasciano inquadrare, come singoli cittadini, nel gregge elettorale illudendosi di imporre con la scheda la politica ai demagoghi del politicantismo, tutti foraggiati dal grande capitale, e l’adesione all’uno o all’altro degli schieramenti imperiali che si contendono il controllo del Paese.

Senza una prospettiva rivoluzionaria, privo anche dei suoi sindacati, legati alla cricca al potere, indebolito dalla disoccupazione dilagante e dalla crescente incertezza nel futuro, il proletariato ucraino non riesce ad opporsi alle bande mobilitate dai diversi partiti borghesi, da quelli fascisti di “Pravy Sektor”, Settore di Destra, a Patria di Yulia Tymoschenko, a quelli nazionalisti, “Svoboda”, nazional-comunisti e stalinisti. Una parte di esso cerca una illusoria “identità” nelle diverse Chiese che tradizionalmente si dividono le anime nella regione.

La questione della integrità territoriale dell’Ucraina, rivendicata dai partiti al governo a Kiev, non riguarda né il proletariato, che non vi ha nulla da guadagnare, né la rivoluzione comunista e non è da considerarsi progressiva, o meno reazionaria di una sua spartizione; dall’altro lato, è da reputare alla stessa stregua l’ottenuto “ricongiungimento” della Crimea alla madrepatria russa, voluto dai nazionalisti di “Unità russa”, al soldo di Mosca, o quello futuro delle regioni orientali del paese. Nello scontro tra i due imperialismi “globali” al proletariato non resta altro spazio che la sua autonoma battaglia, avversa ad entrambe le parti.

Fatto sta che il passaggio della Crimea alla Russia ha contribuito a gonfiare a dismisura il nazionalismo in tutta la regione, e a dividere lavoratori che da quasi un secolo vivevano gli uni accanto agli altri nelle stesse condizioni economiche e civili, rafforzando e suscitando nuove divisioni etniche e religiose e nascondendo quelle di classe.

Dividere la classe operaia è la necessaria condizione perché gli imperialismi possano scatenare una controrivoluzionaria guerra “etnica”, come è accaduto in Iugoslavia due decenni fa. Tale guerra internazionale dei capitalismi, e solo apparentemente “civile”, sarebbe un grave danno per il proletariato e per la rivoluzione non solo per il tributo di terrore, sangue e privazioni che sarebbe costretto a pagare, ma perché la guerra rappresenta per il capitale la sanzione della prona sottomissione proletaria alla sua dittatura.

Rispolverare oggi divisioni su basi etniche, religiose o nazionali all’interno dei confini dello Stato ucraino, a capitalismo sviluppato, con un forte proletariato, è solo un pretesto “irredentista” che cerca malamente di giustificarsi dietro il “diritto di autodeterminazione” di questa o quella minoranza nazionale. È solo borghese propaganda di guerra e il tentativo reazionario di spezzare in anticipo ogni possibilità di unione e riscossa proletaria. I nazional-comunisti, gli ortodossi moscoviti, gli stalinisti, i cosacchi che combattono per unirsi alla Grande Russia non sono migliori dei fascisti e dei nazisti che, insieme ai cosiddetti liberali e ai seguaci della Chiesa ortodossa ucraina, invocano l’unione con l’Europa e chiedono la protezione di Washington.

* * *

Nella guerra spietata fra gli Stati borghesi di nessun interesse sono le loro esteriori giustificazioni, se rientri o meno nel “diritto internazionale” il colpo di mano del Cremlino, che in pochi giorni è riuscito ad occupare militarmente la Crimea mettendo al sicuro la sua antica base navale di Sebastopoli; e nemmeno ci interessa più di tanto sapere se è Mosca che ha reagito al tentativo statunitense di spostare ancora più ad oriente i missili della Nato, o se sia stata la Nato a dover reagire a manovre russe tendenti ad occupare una parte o tutta l’Ucraina.

Le milizie filorusse del Donbass, rifiutando disciplina al nuovo regime a Kiev, hanno organizzato un referendum per sancire con la “volontà popolare” la richiesta di unione della regione, da loro ribattezzata Nuova Russia, con Mosca, sull’esempio della Crimea. Intendono così prevenire l’esito delle elezioni nazionali del prossimo 25 maggio, che sicuramente sanciranno la vittoria dei partiti filo-occidentali che governano a Kiev.

Il proletariato, che è particolarmente numeroso in quella regione perché è lì che si trovano miniere e fabbriche metallurgiche, pare acconsentire al suo “passaggio” alla Russia, non per “patriottismo” quanto perché, ritiene, gli procurerebbe se non salari migliori, una maggiore sicurezza sociale, pensioni più alte e così via.

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In Ucraina la crisi è stata presentata come uno scontro tra chi nel paese ha interesse all’adesione all’Unione europea e chi vuole rafforzare la collaborazione con la Federazione russa. Ma in realtà le cause della crisi sono da ricercare al di fuori dei suoi confini.

Riguardo la Francia scrive Le Monde del 12 maggio: «Nonostante la crisi in Ucraina, la Francia non ha alcuna intenzione di sospendere la fornitura di due navi da guerra Mystral alla Russia, un contratto da 1,2 miliardi di dollari. La polemica era gonfiata dopo che la segretaria di Stato aggiunta americana per l’Europa aveva apertamente messo in guardia la Francia contro quella vendita alla Russia».

Riguardo invece la Germania scrive lo Spiegel on Line: «Il 22 maggio avrà luogo il St. Petersburg International Economic Forum; è certo che vi parteciperanno i dirigenti delle principali aziende tedesche–E.On, Metro, Basf, Daimler – nonostante le minacce degli Stati Uniti. Il leader del Cremlino vi terrà il discorso ufficiale, che i top manager tedeschi dovranno per forza applaudire vigorosamente».

I maggiori Stati capitalistici europei hanno legami molto forti con la Russia dove esportano merci in cambio di gas e petrolio; ma sono legati agli Stati Uniti in un’alleanza militare, la Nato, che per molti decenni li ha protetti.

Gli Stati Uniti premono in due direzioni: vogliono ridurre i legami economici tra Europa e Russia e legare di più l’Europa alla loro economia. Allo stesso tempo cercano di rafforzare la Nato e di darsi una catena di basi militari e rampe di lancio dei missili posizionate il più possibile ad oriente, appoggiandosi sui paesi dell’Est Europa tradizionalmente anti-russi, ed oggi manovrano per far aderire l’Ucraina alla Nato.

La Russia da parte sua vuole mantenere e aumentare l’interscambio con l’Europa e teme moltissimo lo spostamento della Nato ancora più ad Est, tant’è vero che era disposta a grossi investimenti finanziari in Ucraina pur di tenersela fedele.

Tutto questo in una fase di crisi economica che sta rendendo sempre più inevitabile un nuovo confronto militare interimperialistico su vasta scala.

Oggi i primi bagliori di guerra sembrano venire dal Mar della Cina, dove Pechino cerca di mettere in discussione gli equilibri, tutti favorevoli agli Stati Uniti, usciti dal secondo conflitto imperialistico mondiale, provocando forti attriti col Giappone, la Corea del Sud, il Viet Nam, le Filippine.

La Cina sulla questione ucraina è stata molto cauta, mentre riguardo alla Siria ha appoggiato la Russia nell’impedire un attacco militare americano.

Il partito comunista rivoluzionario non può disinteressarsi dei rapporti tra gli Stati imperialisti, di valutarne le forze e le politiche e di prevedere le conseguenze del loro conflitto, ma non ha da scegliere un fronte su cui schierarsi. Esso prepara il suo esercito e la sua guerra, la guerra rivoluzionaria internazionale contro tutti i fronti imperialisti così come fu fatto dalla Russia rivoluzionaria nei suoi primi anni di vita prima dell’imporsi della controrivoluzione stalinista.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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