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(2 Marzo 2012) Enzo Apicella

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Frammenti di un lavoro vivo

(5 Giugno 2014)

Scioperi, campagne di boicottaggio. Da Apple a Ikea, a Amazon, i templi della nuova economia conoscono la lotta di classe. Un percorso di lettura su continuità e discontinuità della realtà sociale. «Dove sono i nostri», un ambizioso libro del collettivo «Clash City workers» dedicato al mercato del lavoro. Ma anche il pensiero mainstream denuncia preoccupato il fatto che le diseguaglianza sociali hanno raggiunto il livello di guardia. «Chi ha cambiato il mondo?» e «Filiere produttive e nuova globalizzazione», due volumi per Laterza

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La suc­ces­sione è casuale, ma un dato comun­que emerge: nei tem­pli sim­bolo di una eco­no­mia easy, veloce, dina­mica è acca­duto l’imprevisto che la pre­ca­rietà del rap­porto di lavoro non con­tem­plava. Per primi, dall’altra parte dell’Atlantico, sono stati gli addetti alla puli­zie; poi, sem­pre a quelle lati­tu­dini, sono stati i cor­rieri postali. Nella world fac­tory cinese il testi­mone è stato rac­colto ini­zial­mente dai teen ager che dove­vano testare, in una con­di­zione quasi schia­vi­stica, i gio­chi di ruolo; poi è tocc­cato ai lavo­ra­tori di imprese che assem­blano manu­fatti tec­no­lo­gici con loghi pesanti (Apple, ovvia­mente, ma non solo). Poi, quasi in un cre­scendo, Ama­zon Ger­ma­nia ha visto scio­peri per aumen­tare i salari dei mini-jobs. L’impresa descritta come il «migliore dei mondi» si è rive­lata un inferno di bassi salari, di inti­mi­da­zioni ad opera del per­so­nale di vigi­lanza con pas­sate mili­tanze in gruppi neo­na­zi­sti per impe­dire la pre­senza del sin­da­cato. Ma anche in Ama­zon, la pre­ca­rietà e i bassi sono la norma, come docu­menta il libro di Jean Bap­ti­ste Malet En Ama­zo­nie (Kogoi edi­zioni). La logi­stica ita­liana è stata invece scossa da scio­peri, pic­chetti che hanno tal­volta bloc­cato gli snodi por­tanti della distri­bu­zione della merce; infine, c’è da regi­strare il fatto che anche i colossi delle merci low-cost (Wal Mart negli Stati Uniti, Ikea in Europa) sono stati inve­stiti da scio­peri e cam­pa­gne di boi­cot­tag­gio. E se per que­ste imprese, le con­di­zioni pes­sime e i bassi salari dei dipen­denti erano realtà note da anni, la cam­pa­gna inter­na­zio­nale con­tro gli store di Apple ha sve­lato un mondo di sfrut­ta­mento, di pre­ca­rietà e di fedeltà azien­dale coatta sulle quali gli esti­ma­tori di Steve Jobs hanno sem­pre chiuso gli occhi, pri­vi­le­giando l’apologia di un sup­po­sto spi­rito crea­tivo e inno­va­tivo della Apple.

CON­TRO IL PEN­SIERO UNICO

Dun­que lo scio­pero, meglio la lotta di classe ha fatto la ricom­parsa nella discus­sione pub­blica. E que­sta volta non è avve­nuto per­ché il ricco finan­ziere War­ren Buf­fett ha affer­mato che i suoi simili stanno con­du­cendo una feroce lotta di classe con­tro i poveri. Né è dovuto allle ester­na­zioni di stu­diosi main­stream inor­ri­diti dalle dise­gua­glianze sociali che hanno rag­giunto livelli inim­ma­gi­na­bili solo venti anni fa. Que­sta volta a par­lare di lotta di classe sono lavo­ra­tori e lavo­ra­trici. Sia ben chiaro, negli anni scin­til­lanti del capi­ta­li­smo neo­li­be­ri­sta scio­peri ce ne sono sem­pre stati, ma è indub­bio che orga­niz­zare un pic­chetto, un volan­ti­nag­gio erano diven­tate ope­ra­zioni dif­fi­cili da fare. E chi lo faceva sapeva che il licen­zia­mento era quasi auto­ma­tico. Oppure, la rea­zione poteva essere anche soft: le imprese sem­pli­ce­mente non rin­no­va­vano il con­tratto di lavoro a tempo deter­mi­nato quando scadeva.

Vicende note, che il col­let­tivo Clash City Wor­kers ricorda in aper­tura di un libro da poco pub­bli­cato dalla casa edi­trice fio­ren­tina Casa Usher (Dove sono i nostri, pp. 201, euro 10. Quel che inte­ressa agli autori è di offrire un punto di vista sui rap­porti sociali che ha rubri­cato il con­flitto di classe come un resi­duo di un pas­sato ora­mai lon­tano. Gli autori non ci stanno a que­sta let­tura «paci­fi­cata» del capi­ta­li­smo, ma sono con­sa­pe­voli che molto deve essere fatto per uscire da una con­di­zione di mino­rità teo­rica, e dun­que politica.

Già que­sto evi­den­zia che sono mili­tanti senza il timore a sot­to­li­neare che l’anticapitalismo e il supe­ra­mento del regime del lavoro sala­riato è il loro pro­gramma poli­tico. Sono però con­sa­pe­voli che la realtà da ana­liz­zare è molto arti­co­lata: ver­rebbe da scri­vere com­plessa, se il ter­mine non fosse sino­nimo, spesso, di una rinun­cia all’esercizio cri­tico che con­ferma il già noto.

Nel volume non sono pre­senti rac­conti di scio­peri, di mobi­li­ta­zioni in que­sta o quell’impresa, in que­sta o quella città. Per tale tipo di mate­riali il rin­vio è al sito Inter­net www.clashcityworkers.org. Nel libro l’attenzione è spo­stata sulla com­po­si­zione del mer­cato del lavoro e sulla realtà pro­dut­tiva ita­liana. Il punto di par­tenza sono i dati di Banca Ita­lia, dell’Istat, di Euro­stat, del sin­da­cato, che ven­gono presi e ana­liz­zati: per com­pren­dere la realtà, e tra­sfor­marla, biso­gna «guar­dare den­tro i dati», deco­struendo cioè l’aggregato sta­ti­stico alla luce di una gri­glia ana­li­tica che può essere così rias­sunta: in que­sti anni abbiamo assi­stito a una ter­zia­riz­za­zione della pro­du­zione, ma anche a una indu­stria­liz­za­zione del ter­zia­rio. Que­sto signi­fica che la nozione mar­xiana di lavoro pro­dut­tivo può essere appli­cata a lavori fino a pochi decenni fa rite­nuti impro­dut­tivi. Da qui la prima anno­ta­zione pole­mica verso gli stu­diosi che hanno decla­mato la fine della classe ope­raia e delle classi sociali, invi­tando a fare pro­prio lo stru­mento dell’»inchiesta ope­raia». Chi ha letto i «Qua­derni Rossi» sa che il tempo dell’inchiesta è quello della lunga durata e che la strada dell’organizzazione della classe è tortuosa.

LE FILIERE DEL PROFITTO

Non basta dun­que un’ondata di scio­peri per decre­tare un’inversione di ten­denza rispetto la situa­zione data. Gli scio­peri, le mobi­li­ta­zioni, i boi­cot­taggi pos­sono assu­mere anche radi­ca­lità sia nelle riven­di­ca­zioni che nelle forme di lotta. Ma è indub­bio, tut­ta­via, che quello che si mani­fe­sta tanto in Ita­lia che nel resto d’Europa e negli Stati Uniti resti­tui­sce una fram­men­ta­zione del con­flitto di classe e una man­cata modi­fica dei rap­porti di forza nella società. E non basta, come affer­mano invece gli autori, con­di­vi­dere le espe­rienze di lotta e sco­prire «dove sono i nostri» per deter­mi­nare un’inversione di ten­denza. Un dato sul quale riflet­tere, anche alla luce delle misure prese dal governo ita­liano che ren­dono la pre­ca­rietà una stato d’eccezione per­ma­mente. E da tenere in debito conto, anche in vista della gior­nata euro­pea sull’occupazione gio­va­nile che si terrà il pros­simo luglio a Torino.

La prima con­clu­sione pre­sen­tata nel volume aiuta comun­que a get­tare luce sul capi­ta­li­smo ita­liano. Un tes­suto di imprese di medie dimen­sioni, carat­te­riz­zate da un uso inten­sivo del lavoro e da una fra­gile e discon­ti­nua ten­sione all’innovazione tec­no­lo­gica e di pro­dotto. Que­sto però non signi­fica che non siano pre­senti ine­dite forme di rela­zioni tra imprese, tese a garan­tire pro­cessi di valo­riz­za­zione capi­ta­li­stica di tutto gli aspetti del pro­cessi lavo­ra­tivo, dalla pro­du­zione in senso stretto, alla distri­bu­zione e alla com­mer­cia­liz­za­zione. Non è infatti un caso che una delle parole chiave più ricor­renti è quello di filiera. La rap­pre­sen­ta­zione del capi­ta­li­smomade in Italy si col­loca dun­que al di là delle, que­ste si, anti­che discus­sioni sull’arretratezza o meno della strut­tura pro­dut­tiva del nostro paese. L’Italia è infatti un nodo di un pro­cesso pro­dut­tivo che ha dimen­sioni glo­bali e inse­rita in una divi­sione inter­na­zio­nale del lavoro che le asse­gna un ruolo mar­gi­nale e su pro­du­zioni a bassa inten­sità di inno­va­zione. Ana­lisi che trova, ormai, con­ferme anche in ricer­che main­stream, come ad esem­pio il volume Filiere pro­dut­tive e nuova glo­ba­liz­za­zione (AA.VV., Laterza, pp. 233, euro 22).

Il pro­cesso pro­dut­tivo viene scom­po­sto e ogni suo seg­mento deve pro­durre valore e pro­fitti. Sarebbe inte­res­sante che inter­ve­nisse un’analisi di come il diritto – da quello socie­ta­rio a quello sulla pro­prietà intel­let­tuale, a quello che regola le migra­zioni di uomini e donne – abbia svolto e svolga un ruolo per­for­ma­tivo affin­ché ogni sin­golo momento della pro­du­zione, distri­bu­zione e com­mer­cia­liz­za­zione siano tra­sfor­mati in momenti pro­dut­tivi di valore.

Per tor­nare al volume Dove sono i nostri, il decen­tra­mento pro­dut­tivo, la defi­ni­zione delle filiere come un uni­cum capi­ta­li­stico sono visti anche come un ten­ta­tivo di rom­pere o pre­ve­nire la for­ma­zione di una «sog­get­ti­vità anta­go­ni­sta». Que­sto, d’altronde, accade ogni qual­volta che il con­flitto mette in discus­sione il pro­cesso di valo­riz­za­zione. Die­tro l’estensione della pre­ca­rietà, anzi la sua ele­zione a regime domi­nante dei rap­porti tra capi­tale e lavoro vivo non c’è però solo un dispo­si­tivo poli­tico di pre­ven­zione per quanto con­cerne la for­ma­zione di una «coscienza di classe», ma una norma imma­nente pro­prio al fun­zio­na­mento di quella «tota­lità». La diver­si­fi­ca­zione dei regimi con­trat­tuali è infatti pro­pe­deu­tica a inten­sifi ed esten­sivi pro­cessi di inno­va­zione di pro­dotto e di pro­cesso. Marx avrebbe scritto che la pre­ca­rietà serve ad otte­nere il mas­simo di plu­sva­lore asso­luto e rela­tivo, per­ché sono messe al lavoro, in tutti i set­tori eco­no­mici e pro­dut­tivo non solo abi­lità manuali, ma anche cognitive.

Pur­troppo, però, nel libro poco spa­zio è dato al pro­blema della sog­get­ti­vità, spesso rin­chiusa dagli autori nella gab­bia un po’ troppo angu­sta della falsa coscienza. Per chi ritiene l’inchiesta uno stru­mento poli­tico è que­sto un limite che rischia di can­cel­lare il lavoro di ela­bo­ra­zione pre­ce­den­te­mente svolto. La pre­ca­rietà, oltre a forma domi­nante del governo poli­tico del mer­cato del lavoro, mette inol­tre in evi­denza pro­cessi di sog­get­ti­va­zione, che non pre­ve­dono, fino ad adesso, pro­cessi lineari di ricom­po­si­zione della classe, per ade­rire al les­sico usato dagli autori.

UN’ASTRAZIONE REALE

Nel libro, pre­vale infatti l’intento pole­mico verso chi ha visto nel lavoro auto­nomo di seconda e terza gene­ra­zione il «sog­getto cen­trale» della tra­sfor­ma­zione. E cri­ti­che non sono rispar­miate anche a chi parla di quella costel­la­zione di pre­ca­riato gio­va­nile e lavo­ra­tori della cono­scenza che andreb­bero a costi­tuire un «quinto stato», suc­ces­sivo tem­po­ral­mente alla classe ope­raia indu­striale. Irri­le­vanti sono infine rite­nute le ana­lisi sui cosid­detti Neet, cioè quei gio­vani espulsi dalla for­ma­zione e che non pro­vano nep­pure a cer­care lavoro, che vanno ad ingros­sare secondo gli autori l’esercito indu­striale di riserva. Se però molti lavori «impro­dut­tivi» diven­tano pro­dut­tivi, se la pre­ca­rietà diventa la norma domi­nante del rap­porto di lavoro, la pro­li­fe­ra­zione delle tipo­lo­gie con­trat­tuali e delle figure pro­dut­tive è niente altro il modo attra­verso il quale si mani­fe­stano pro­prio le spe­ci­fi­ca­zioni di quella astra­zione reale che è appunto il lavoro sans phrase.

E un limite del volume è anche la deli­mi­ta­zione del campo ana­li­tico alla dimen­sione nazio­nale. Sia chiaro: che gli autori siano inten­zio­nati a cir­co­scri­vere l’analisi alla dimen­sione nazio­nale lo dicono subito, per­ché vogliono com­porre una rap­pre­sen­ta­zione «ogget­tiva» della realtà capi­ta­li­stica. Ma è pro­prio l’uso della cate­go­ria della filiera – e sarebbe da aggiun­gere di rete, in quando modello orga­niz­za­tivo della pro­du­zione – che cata­pulta il capi­ta­li­smo nazio­nale in una dimen­sione globale.

LA GEO­ME­TRIA DEL POTERE

Nel volume, ad esem­pio, molta atten­zione è data ai pro­cessi di resho­ring, cioè quando le imprese che hanno decen­trato tor­nano nel paese d’origine. Feno­meno che trova con­ferma nei cen­tri studi main­stream sta­tu­ni­tensi, tede­schi e ita­liani (a que­sto pro­po­sito è inte­res­sante l’analisi di Igna­zio Masulli Chi ha cam­biato il mondo?, Laterza, pp. 230, euro 18). La crisi «scop­piata» nel 2007 non pre­vede una deglo­ba­liz­za­zione del capi­tale. Sem­mai, ne cam­bia geo­me­trie e rap­porti di potere, dove la finanza non svolge solo il ruolo di sup­plenza alla pro­du­zione nel far cre­scere i pro­fitti, bensì un ruolo di gover­nance nella «tota­lità» tanto evo­cato del regime di accu­mu­la­zione capi­ta­li­stica. Detto altri­menti, il resho­ring non è il sim­bolo di una deglo­ba­liz­za­zione, ma di un muta­mento interno alle geo­me­trie dell’attuale glo­ba­liz­za­zione capitalistica.

Un libro quindi diverso da tanta pro­du­zione teo­rica pro­ve­niente dai movi­menti sociali. Vale la pena di con­si­de­rarlo un tas­sello di un puzzle del pen­siero cri­tico ancora da com­porre, evi­tando però di imboc­care la scor­cia­toia di chi vede la fram­men­ta­zione del con­flitto di classe come un pro­blema di «devia­zione» dalla retta via. A mo’ di con­clu­sione momen­ta­nea, va detto che l’attraversata del deserto della fram­men­ta­zione del con­flitto sociale è ini­ziata, ma non è scon­tato che la sua con­clu­sione veda una ricom­po­si­zione old style della classe. Occorre, sem­mai, con­ti­nuare il lavoro teo­rico teso a scio­gliere il ban­dolo della matassa del molteplice.


4 giugno 2014

Benedetto Vecchi, il manifesto

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