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L'Inghilterra domina l'economia

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(1 Dicembre 2011) Enzo Apicella

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Sintesi dei sistemi di organizzazione dello sfruttamento nelle fabbriche

(17 Giugno 2014)

taylor

F.W. Taylor

Il fatto più evidente di questa generale crisi sono i continui licenziamenti e la precarietà del posto di lavoro, accettati dai lavoratori quasi con rassegnazione, un accidente nefasto, ma momentaneo, come dicono i saccenti esperti borghesi “una congiuntura negativa”. Ma così non è.

Il sistema produttivo capitalistico dedica un costante e minuzioso impegno a organizzare la produzione allo scopo di aumentare i suoi profitti, riducendo le voci di spesa, compresa, ovviamente, quella dei salari. Le crisi economiche che periodicamente si trova ad affrontare gli impongono sempre nuovi perfezionamenti allo scopo di frenare la caduta tendenziale del saggio del profitto, il cancro che lo rode dall’interno stesso del suo modo di produzione.

Per meglio comprendere l’oggi dobbiamo tornare indietro nel tempo e ricollegarci all’altro ieri. Marx, studiando gli effetti prodotti dalla prima rivoluzione industriale nata in Inghilterra e lì sviluppatasi con rapidità e intensità, dedica diversi capitoli del Primo Libro del Capitale ad analizzare con forza e lucidità l’organizzazione del sistema produttivo capitalistico, il suo significato e la sua ricaduta sulla gran massa di lavoratori, che chiamò “esercito industriale”.

Le crisi di sovrapproduzione avvengono quando l’offerta delle merci prodotte non è compensata da un’adeguata domanda in grado di pagare, e si inceppa il ciclo produttivo capitalistico D-M-D’ – cioè il denaro investito nel processo produttivo D si trasforma in merci M che rivendute daranno una massa di denaro maggiore D’.

Quando le crisi di sovrapproduzione perdurano nel tempo la massa dei capitali disponibili non riesce ad investirsi nella produzione delle merci ad un pur minimo saggio di profitto. L’enorme massa di capitale nella sua inoperosità velocemente deperisce. La sovrapproduzione è solo relativa: «Non vengono prodotti troppi mezzi di sussistenza in rapporto alla popolazione esistente. Al contrario, se ne producono troppo pochi per poter soddisfare in modo conveniente ed umano la massa della popolazione (...) Non viene prodotta troppa ricchezza. Ma periodicamente viene prodotta troppa ricchezza nelle sue forme capitalistiche, che hanno un carattere antitetico (...) Sovrapproduzione di capitale non è altro che sovrapproduzione di mezzi di produzione – mezzi di lavoro e di sussistenza – che possono operare come capitale, ossia essere impiegati allo sfruttamento degli operai ad un grado determinato, poiché la diminuzione del grado di sfruttamento al di sotto di un livello determinato provoca delle perturbazioni e delle paralisi nel processo capitalistico di produzione, crisi, distruzioni di capitale» (Il Capitale, Libro III, Cap. XV).

Storicamente queste crisi, osserva Marx, si ripresentavano periodicamente in un arco temporale di circa 7-10 anni.

Non tutte sono uguali per intensità e durata. Quella del 1873 fu una crisi di sovrapproduzione di enorme portata e produsse una costante caduta dei prezzi per due decenni, fu la base economica che generò la cosiddetta seconda rivoluzione industriale, partita questa volta dagli Stati Uniti, che produsse profondi cambiamenti nel sistema produttivo tendenti a ridurre in modo significativo i prezzi delle merci per favorire il cosiddetto “consumo di massa”.

Nella prima rivoluzione industriale la forza motrice delle macchine era affidata alla macchina a vapore, prodotto dalla combustione di legna e carbone, nella seconda al motore a scoppio e l’utilizzo sempre più esteso dell’elettricità; il petrolio diventa la nuova fonte energetica e la chimica industriale mette a disposizione nuovi materiali. Tutte le scienze applicate permettono moltissime nuove invenzioni.

Di conseguenza si modifica la fabbrica sia nel senso fisico sia in quello organizzativo e delle condizioni di lavoro.

In ambito capitalista furono elaborate delle descrizioni del nuovo sistema produttivo che si presentava radicalmente diverso rispetto al precedente per la quantità e la qualità delle merci prodotte, per la diffusione territoriale nelle aree più sviluppate del pianeta e per le masse umane impiegate. Tra le tante fu presa in maggior considerazione quella dell’ingegnere americano F.W. Taylor che nel 1911 raccolse ne “L’organizzazione scientifica del lavoro”.

In sostanza Taylor – da cui poi si parlò di taylorismo – sulla base della sua esperienza come responsabile della produzione in aziende meccaniche, suggeriva di organizzare il modello produttivo analizzando con la massima precisione possibile ogni minima fase produttiva per tempi e metodi esecutivi. Lo scopo era di ottenere il massimo della produzione eliminando tutti i perditempo, i cosiddetti tempi morti, che si possono insinuare in una non accurata organizzazione del processo produttivo, e tutti gli sprechi di energia. Per ridurre al minimo indispensabile i movimenti degli operai elaborò il sistema detto “assembly-line”, giustamente tradotto in italiano in “catena di montaggio” (oggi pudicamente si preferisce dire “linea di montaggio”). L’insieme della produzione era diviso in piccole unità di operazioni semplici e ripetibili, eliminando per ognuna di esse ogni spreco di tempo e di energia. Gli operai quindi compiono sempre solo determinati movimenti e operazioni per tutta la durata della giornata lavorativa. Questi poi erano selezionati, addestrati e destinati alle varie mansioni dagli addetti alle “risorse umane”, come oggi si dice, dopo aver eseguito queste tre analisi: 1) analizzare la mansione da svolgere, 2) individuare il prototipo del lavoratore adatto a quel tipo di mansione, 3) selezionare il lavoratore ideale, al fine di formarlo e introdurlo nell’azienda.

I due punti cardine della sua teoria erano: 1) il principio dell’one best way (l’unico miglior modo possibile), ovvero per ogni problema tecnico o organizzativo esiste solo una soluzione, la migliore, e non una serie di alternative che possano distrarre l’operaio dalle funzioni assegnate; 2) il principio dell’”operaio bue”, ovvero il lavoratore deve eseguire esclusivamente la mansione ordinata senza nemmeno chiedersene il motivo, rispettando rigidamente regole e tempi previsti senza ritardarli o anticiparli. In questa logica l’operaio pigro e quello zelante sono egualmente sanzionabili perché non rispettano i tempi della predisposta organizzazione scientifica del lavoro. Il lavoro dell’operaio perde ogni residuo legame con quello dell’artigianato e diventa totalmente ripetitivo e meccanico.

Nella neonata “sociologia” industriale borghese avrebbe solo da qui origine la ”alienazione operaia”, intesa come ricaduta delle negatività di quel modo di lavorare, in particolare per il suo negato intervento e apporto di esperienza e creatività nel lavoro. Si parlò poi di “uomo-macchina”. Tutta una realtà che Marx aveva molto più approfonditamente descritto già da un secolo.

Quel complesso sistema di organizzazione industriale, con le necessarie e continue messe a punto, si rivelò molto efficace, ma aveva un punto debole: l’interruzione o anche la semplice fermata temporanea di un punto della catena, per guasto o indisponibilità di un operaio, bloccava l’intero processo. Normalmente è presente un esiguo numero di operai di riserva da assegnare momentaneamente alle assenze, ma nel caso di scioperi anche modesti si può verificare l’arresto di tutto il sistema.

Nel sistema americano di rapporti sindacali vi erano due situazioni: Il “closed shop” consentiva a un’azienda di impiegare esclusivamente gli iscritti a un determinato sindacato, il quale poteva anche assumere limitati compiti di co-gestione nell’azienda. I lavoratori, dal canto loro, erano obbligati a mantenere l’iscrizione a quel sindacato finché rimanevano in quella azienda. Ogni conflitto tra capitale e lavoro era regolato esclusivamente da quel sindacato. Fu nel 1947 dichiarato illegale con la “Taft-Hartley-Act” perché discriminatorio e lesivo della tanto osannata libertà individuale in America, implicando il monopolio della offerta della forza lavoro da parte sindacale. L’altra situazione era lo ”open shop”, dove i dipendenti non erano costretti ad iscriversi ad alcun sindacato il quale non aveva alcun “potere in fabbrica”. Fu poi adottata questa soluzione.

Altro punto debole della produzione alla catena era necessario che per impedire il blocco delle attività era necessario mantenere adeguate scorte di materie prime e semilavorati da immettere al momento giusto nelle varie fasi lavorative e di capienti magazzini dove custodire i prodotti finiti in attesa della vendita. Necessitavano quindi adeguati capitali per piazzali, magazzini e lavoratori a questi dedicati, e tutto ciò rappresentava un costo che si scaricava sul prezzo finale dei prodotti. Un mercato in continua espansione era però in grado di attenuare sensibilmente questi problemi che si presentavano solo nei momenti di sovrapproduzione.

L’industriale automobilistico Henry Ford intuì tra i primi i vantaggi di questo sistema, che applicò nella fabbrica di Higland Park, allora un sobborgo di Detroit, progettata e costruita per contenere il nuovo sistema di produzione. Questa iniziò nel 1913 con la produzione della “Ford T nera”, divenuta poi famosa e simbolo di quella fase; con il sistema della catena il tempo per montare un’automobile scendeva da venti ore a esattamente 93 minuti. La produzione era organizzata disponendo le macchine funzionalmente, cioè nella sequenza richiesta per la fabbricazione del prodotto. La costruzione della vettura iniziava nei piani bassi della fabbrica per salire poi ai piani superiori con le varie catene collegate da nastri trasportatori. Ovviamente il solletico delle odierne “personalizzazioni” ancora non esisteva: Ford diceva che nella sua fabbrica si costruivano macchine di ogni colore purché fossero nere!

Questo comportò una drastica diminuzione dei costi rendendo la vetturetta, e poi tutte le merci prodotte in quel modo, accessibili da un mercato più vasto. Le prime costavano 850 dollari dell’epoca, contro i 2.000-3.000 dollari delle concorrenti; le ultime meno di 300 dollari.

In quei particolari e del tutto eccezionali anni di euforia, in America si era affermata una scuola di economia secondo cui ricchezza e profitto possono avvantaggiarsi di alti salari, che permettano ai lavoratori di acquistare i beni che hanno prodotto. Henry Ford, applicando questo principio, nel 1914 portò la paga dei suoi dipendenti a ben 5 dollari al giorno, circa il doppio del settore, arrivando presto ad 8 dollari, pur lavorando un’ora in meno della media. Per molto tempo i dipendenti della Ford furono i meglio pagati al mondo, tanto che con 4-5 mesi di salario potevano comperarsi una macchina della loro fabbrica. Anche in questo modo si “comprava” l’adesione del lavoratore al sistema di fabbrica e i lunghi contratti, quando non a tempo indeterminato, diventarono anche una garanzia per gli industriali che disponevano di una forza lavoro stabile, ben selezionata e addestrata. Si credeva infatti che lo spettro della crisi fosse stato allontanato per sempre.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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