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Daniele Camilli, Roberta De Vito, CONCENTRARE, STERMINARE, la recensione

(17 Luglio 2014)

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Daniele Camilli, Roberta De Vito, Concentrare, sterminare, Essere è ricordare, Il Campo di concentramento di Vetralla, Orvieto, Intermedia, 2014, pp. 227, € 15,00.

Daniele Camilli e Roberta De Vito sono conosciuti soprattutto per le inchieste sul territorio inerenti, in particolar modo, le infiltrazioni criminali nel Viterbese, a loro volta correlate con il degrado e l’inquinamento ambientale, cui hanno fatto seguito fortunate pubblicazioni. E mentre i due erano impegnati in ricerche di questo tipo, si è verificata quella che in inglese si chiama Serendipity, termine da noi tradotto in serendipità: trovare, magari per caso, cose più interessanti rispetto a quelle che ci si era prefissati di cercare. Parafrasando Dante: trovare oro mentre si va cercando argento.

In questa circostanza, il fenomeno si è avuto nelle campagne di Vetralla (Vt), con la scoperta di un Campo di concentramento per prigionieri alleati della Seconda guerra mondiale.

La monografia che ne è sortita si divide in quattro parti: il Campo - per cui il lavoro va ad aggiungere un importante tassello per la Storia contemporanea dell’Alto Lazio -, le violenze nazifasciste nel Viterbese (1943-44), la persecuzione degli ebrei, e, in ultimo, un’appendice sul Ghetto di Roma. Diciamo che dalla lettura emerge un dato, se vogliamo, tecnico: la deformazione professionale degli autori. Pur contemplando la medesima deontologia, l’approccio alla storia (storiografia) non ha le stesse modalità di quello alla cronaca (giornalismo). Lo si nota nella bibliografia, ove, eccezion fatta per l’opuscolo sugli ebrei viterbesi di Giovanni Battista Sguario, non è citato alcun testo riguardante la Tuscia negli anni presi in considerazione. Certo, non si tratterebbe di una bibliografia sterminata ma ad ogni modo consistente e valida. Pensiamo, per menzionarne alcuni, ai lavori di Bruno Barbini e Attilio Carosi, Bruno Di Porto, Angelo La Bella e Giacomo Zolla, oppure, a livello audiovisivo, ai documentarti prodotti dal Comitato provinciale Anpi. Il rischio, certo involontario, è quello di pensare inedite determinate informazioni invece già riportate nel corso degli anni. Questa pubblicazione, beninteso egregiamente, poggia infatti nella quasi totalità sugli studi filosofici, psicologici, semantici, sociologici e urbanistici, che stanno benissimo nella storiografia, purché si vadano ad aggiungere alle informazioni, appunto, storiche, che debbono mantenere il fulcro. Va però riconosciuto che qui, in effetti, a tratti si trascrivono e riproducono documenti con nomi e cognomi dei responsabili, diretti e indiretti, della mattanza nazifascista, magari in passato omessi. Buona è pure l’idea stessa di riprodurre in toto alcune carte conservate all’Archivio di Stato di Viterbo e a quello Centrale.

E veniamo alla cifra del lavoro, vale a dire il Campo di concentramento sito in località Mazzocchio di Vetralla, dove, nel biennio 1942-43, furono internati oltre tremila prigionieri di guerra, soprattutto britannici. Del complesso concentrazionario oggi restano delle vestigia, materiali, come risulta dalle foto, e mentali, come emerge dalle interviste dei testimoni locali. Grazie all’impegno degli autori, nel 2009, il sito è stato riconosciuto come Luogo della memoria dal Ministero per i beni e le attività culturali.

Storicamente esatto l’inserimento del Campo nel complesso di sterminio del nazifascismo, giacché vi hanno transitato persone poi deportate a Carpi. Del tutto pertinente, infine, l’accostamento ai Centri, detti, d’identificazione ed espulsione, dove, nell’Europa del III Millennio, sono tornate ad essere scientemente internate migliaia di persone, non a seguito di reati commessi ma, di fatto, a causa dell’appartenenza etnica o dell’esclusione sociale.

Silvio Antonini

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