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Jerusalem March

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(30 Marzo 2012) Enzo Apicella

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(Palestina occupata)

Un ospedale non è un obiettivo militare.

(18 Luglio 2014)

unospedalenon

Terrorismo: L’uso di violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività
organizzata e a destabilizzarne o restaurarne l’ordine […]
(definizione vocabolario Treccani)



Un ospedale non è un obiettivo militare. Se una forza militare colpisce deliberatamente un ospedale, non lo fa per difendersi. Israele ha bombardato ieri 17 luglio 2013 l’ospedale AlWafa, di Shajjaya, est della città di Gaza. Nell’ospedale erano presenti alcuni internazionali a “protezione”, e nemmeno la loro presenza è riuscita a fermare la furia sionista. È stato molto difficile e pericoloso evacuare l’edificio sotto le bombe, perché i malati erano gravi, diversi in coma e non c’era corrente. Il bilancio finale è stato di 6 membri dello staff feriti e nessun morto.

È iniziata ieri 17/7, inoltre, l’invasione via terra della Striscia di Gaza. Era ciò di cui i palestinesi di Gaza avevano più paura. L’ultima invasione via terra è stata durante piombo fuso, e durante quell’attacco hanno perso la vita 1500 persone, sono state invase diverse abitazioni, seminato il terrore tra bambin*, giovani, adult* e anzian*.

A Gaza non è in corso nessuna guerra, ma un attacco da parte del quarto esercito più potente al mondo, verso una popolazione sostanzialmente inerme. Per di più, sebbene le dichiarazioni israeliane dicessero che il loro obiettivo fosse quello di fermare la Resistenza palestinese, secondo i dati dell’ONU l’80% delle più di 200 vittime sono civili.

Sono stati bombardati centri per disabili, ammazzando disabili, sono state uccise persone che andavano a fare la spesa, e colpite migliaia di case. La chiamano l’offensiva delle case, a Gaza, perché sono state completamente distrutte centinaia di case, e fortemente danneggiate migliaia. Le forze di occupazione telefonano agli abitanti, e ordinano di evacuare la casa in pochi minuti: solo pochissimi minuti per scappare, senza poter prendere con se i propri averi o la propria storia. Talvolta, invece, le forze di occupazione israeliane non telefonano, e lanciano quei missili che chiamano “knock on the roof”, missili “di avvertimento” che vengono dai droni, prima di bombardare. Anche in questi casi, i fortunati che sono rimasti in vita, hanno pochissimi minuti per scappare. Sono stati lasciati dai droni dei volantini nel nord e nel sud della Striscia, che invitavano ad allontanarsi dalle proprie case. Decine di migliaia di persone si sono rifugiate nelle scuole e nei container messi a disposizione dall’UNRWA, mentre altre hanno deciso di resistere e non abbandonare le proprie case.

E ci si domanda perché, qui in Italia per esempio, si parla del dramma palestinese solo quando ci sono vittime israeliane? Come mai solo la legittima resistenza del popolo palestinese riesce ad attirare l’attenzione dei media internazionali? Per quale ragione, solo quando un popolo che vive sotto occupazione da più di 64 anni decide di alzare la testa, allora anche nei nostri media, per di più facendo sembrare i palestinesi aggressori, invece che oppressi?

Una possibile ragione sta nella collaborazione e complicità tra il nostro governo, di mandato in mandato, e Israele: collaborazione economica e militare. Si contano almeno 5 esercitazioni militari congiunte (per le esercitazioni aeree: operazione Vega 1 e 2, novembre 2010 e 2011; desert dusk, novombre 2012; blue flag, novembre 2013; esercitazioni marine: ring star, novembre 2012), e Israele è stato il maggiore acquirente di armi italiane nel 2013, soprattutto per l’ordinativo dalla Alenia Aermacchi (branca di Finmeccanica) di 30 velivoli addestratori M-346 e altro materiale per un valore complessivo di quasi 473 milioni di euro.

Israele sarà inoltre uno dei maggiori finanziatori dell’EXPO, l’evento che si terrà l’anno prossimo a Milano; sono numerosissime le collaborazioni e complicità delle nostre università e centri di ricerca con le accademie israeliane (che ricordiamo essere i principali centri di diffusione dell’ideologia sionista, e i luoghi dove si progettano le armi con cui vengono ammazzati i palestinesi, oltre che istituzioni in molti casi legati a doppio filo con l’esercito); i legami che rendono la nostra democrazia complice di un genocidio sono stati suggellati da numerosi incontri bilaterali (di cui l’ultimo il 30 novembre scorso) e da trattati spesso addirittura in parte segreti (come quello del 2005 “accordo per la cooperazione tra Italia e Israele nel campo della difesa”)

Parafrasando una compagna d’oltreoceano, i palestinesi, oggi, non hanno bisogno delle nostre lacrime, non hanno bisogno della nostra simpatia, non hanno bisogno della nostra pietà.

Hanno bisogno della nostra rabbia.

RETE ITALIANA ISM

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