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(13 Aprile 2011) Enzo Apicella

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    (Imperialismo e guerra)

    Giù le mani dall’Africa

    (20 Luglio 2014)

    giumaniafrica

    L’imperialismo americano è il maggior ostacolo alla rinascita del movimento operaio nel mondo. Molti, anche a sinistra, vedono il nemico n. 1 nella Merkel, altri se la prendono soprattutto con Putin, e qualcuno tira fuori la Cina. Non vedono il principale padrone, che da circa 70 anni è presente in Italia e in moltissimi altri paesi, ne condiziona la politica e le attività militari, e, sempre più, quelle economiche. Le altre grandi potenze non sono per ora comparabili come pericolosità; nessuno di loro ha combattuto tante guerre come gli USA, almeno a partire dalla seconda guerra mondiale. Basta vedere la lista delle guerre condotte dagli USA dopo il 1946 e confrontarla con quella di altri paesi.
    L’Italia aveva margini di autonomia economica e politica assai più vasti alcuni anni fa. Sue fonti importanti di petrolio o di gas erano Russia, Libia, Algeria, Iran, economie complementari rispetto a quella manifatturiera italiana, ma con sanzioni o pseudo rivoluzioni gli USA hanno creato ostacoli a non finire alle forniture di gas e petrolio. La Francia non viene trattata molto meglio. La Banque National de Paris - Paribas - è stata colpita da una multa di 8,97 miliardi di dollari per non aver rispettato le sanzioni contro Cuba, Iran e Sudan. L’attività della banca non è illegale per il diritto francese, ma lo è per il regolatore bancario dello Stato di New York, Benjamin Lawsky – di fatto Wall Street. Putin sostiene che il provvedimento serve a ricattare la Francia, per impedirle di consegnare alla Russia due portaelicotteri Mistral. (1) Il diritto USA è quindi prevalente su quello di ogni altro paese e su quello internazionale. Ricordate la bresneviana sovranità limitata? Hollande, invece di respingere il ricatto americano, ha scritto a Obama chiedendo una riduzione della multa, e con ciò ha accettato la subordinazione del diritto francese a quello americano. Non è certo un De Gaulle, spietato imperialista, ma pronto anche a prendere posizioni che non piacevano agli alleati. Hollande, feroce con i paesi deboli dell’Africa, solidale con la criminale macelleria di Netanyahu, si mette a cuccia con la coda tra le gambe quando il rimprovero viene da Washington, esattamente come i dirigenti italiani.
    Più vivace la protesta tedesca: il Dipartimento del Tesoro americano ha accusato Commerzbank di operazioni con paesi della “lista nera” e il presidente della Federazione dell’Industria Tedesca (BDI), Ulrich Grillo ha dichiarato in un’intervista: “Non possiamo tollerare la situazione dove gli USA debilitano il sistema finanziario europeo per impadronirsi poi di qualsiasi banca o ditta europea”. Ha accusato gli USA di asfissiare le banche tedesche e francesi con multe ingiustificate, perché le sanzioni a paesi come Iran e Cuba sono unilaterali. Gli Stati Uniti si dichiarano fautori della libera concorrenza, in realtà danno preferenze a banche e ditte nazionali a scapito di concorrenti stranieri. Così Ulrich Grillo. E la Merkel, stanca dello spionaggio USA, ha espulso un alto rappresentante un rappresentante dei servizi segreti americani operativo a Berlino. Patrick Sensburg, presidente della commissione sicurezza del parlamento tedesco, ha detto che stanno considerando la questione della sicurezza operativa. Ed ha ammesso: “abbiamo già una macchina da scrivere ed è anche una non elettrica”. (2)
    L’ingerenza americana non cresce solo in Europa. Un articolo di Nick Turse, ripreso da Mondialisation – Global Research, descrive l’incredibile aumento della penetrazione militare statunitense in Africa.
    « L’anno scorso, secondo il comandante dell’AFRICOM, il generale David Rodriguez, l’esercito statunitense ha condotto sul continente 546 « attività », termine che serve da passe-partout per ogni azione realizzata dall’esercito sul suolo africano. In altre parole, una missione e mezza al giorno. Questo numero rappresenta un aumento del 217 % nelle operazioni, i programmi e gli esercizi dall’instaurazione del comando nel 2008.”
    TomDispatch ha trovato una serie di documenti del 2013, destinati a capi militari e responsabili civili, che mettono in luce le attività messe in opera, anche se i comandi cercano di minimizzare l’importanza delle operazioni compiute. Si tratta di attacchi aerei contro militanti sospetti, raid aerei per sequestrare “terroristi” o presunti tali, ponti aerei per le truppe francesi e africane impegnate nelle guerre locali, missioni di formazione, forniture di fondi. “ L’anno scorso, secondo documenti datati dicembre 2013, gli interventi riguardavano quasi tutto : insegnare alle truppe keniane come utilizzare i droni da combattimento RQ-11 Raven, aiutare le forze algerine fornendo loro veicoli blindati capaci di resistere alle mine e alle imboscate (MRAPS in inglese), formare i fanti del Ciad e della Guinea e sostenere gli interventi francesi in Africa Centrale e in Africa occidentale.” L’esercitazione Flintlock 2014, vede la partecipazione di soldati di Burkina Faso, Canada, Ciad, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Mauritania, Olanda, Nigeria, Norvegia, Senegal, Regno Unito, USA e il paese “ospite” – chissà come saranno contente le popolazioni! - il Niger.
    Delle oltre mille operazione compiute dal 2011 dall’esercito americano in Africa, soltanto alcune sono state seguite da giornalisti indipendenti. Solo con grave ritardo si è appreso che “gli Stati Uniti hanno formato un battaglione di commando congolesi messo in stato d’accusa dalle Nazioni Unite per stupri collettivi e altre atrocità…” (3)
    Il governo americano può utilizzare le esperienze inglesi, francesi, italiane, belghe, portoghesi…in materia di colonialismo africano, poi farà da solo. Non si parlerà più di francafrica, africa inglese, portoghese, come già da 70 anni non si parla di Africa italiana, ma sola di USAfrica. Il piano americano per ora tende a respingere con mezzi militari l’offensiva commerciale e finanziaria della Cina, ma gli europei sognano se pensano che gli Usa tolgano loro le castagne dal fuoco. Non appena la subordinazione dell’Africa a Washington avrà raggiunto un certo livello, gli europei dovranno cercarsi altri mercati. L’età della guerra fredda, in cui gli Stati Uniti, per mantenere la fedeltà degli alleati europei, lasciavano ai paesi più importanti riserve di caccia in Africa, è finita e non può ritornare, nonostante le velleità neocoloniali di Hollande e Cameron, e gli scodinzolamenti atlantisti di Renzi.
    Tutti gli stati dell’occidente, formalmente aderenti alla Nato oppure no, compresi quelli imperialisti, dipendono dagli USA, se non altro dal punto di vista militare. Persino Israele, con le sue lobby, con il suo arsenale atomico di tutto rispetto e gli efficientissimi servizi segreti, entrerebbe in crisi se il continuo afflusso dagli Stati Uniti in dollari, armi, conoscenze tecniche militari…venisse meno. Wall Street non resterà a lungo la capitale del mondo, ma sarà ancora il centro dell’occidente – che non è un’entità geografica, ma politica, perché comprende Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Corea del sud – o, se volete usare un altro termine, del cosiddetto “mondo libero”(esempio perfetto di linguaggio orwelliano).
    “Il nemico principale è in casa nostra”, gridava Liebknecht da uno dei massimi centri dell’imperialismo mondiale. L’Italia non è più una grande potenza, anche se ha ancora un numero spropositato di generali, più degli Stati Uniti. (Ha pure un numero enorme di avvocati, ma la nomea di “paese del diritto” sembra più che altro una reminescenza della Commedia dell’arte). Il nemico è in casa nostra, ma le chiavi di casa sono a Washington, come del resto il tesoro aureo italiano, ammesso che gli USA non se lo siano venduti sottobanco e che i lingotti non abbiano la consistenza del falcone maltese. L’Italia resta imperialista, ma per conto altrui. Quindi, gli sforzi principali della lotta di classe devono essere rivolti contro Washington, badando bene di non cadere in un nazionalismo consolatorio pericoloso, ma soprattutto ridicolo, visto che il Palladio, secondo Virgilio portato a Roma da Enea, da troppo tempo è emigrato a Wall Street, e sui sette “colli fatali” ci sono Napolitano, Alfano, Marino… L’Italia non ha nessun controllo reale sulle basi americane, sulle atomiche sparse nella penisola, e potremmo trovarci coinvolti in azioni militari senza che il governo sia, non solo consultato, ma neppure preventivamente avvertito.
    Qualcosa, tuttavia, sta cambiando: gli Stati Uniti non possono più trattare come colonie i principali stati dell’America latina, anche se non si lasciano sfuggire nessuna occasione per cercare di riportarli all’antica sudditanza. L’Europa ha classi dirigenti particolarmente vili, ma si sviluppano notevoli forme di malcontento, per ora troppo confuse. Il Medio Oriente e l’Afganistan hanno dimostrato l’impossibilità di continuare l’occupazione diretta, anche se, manovrando tra forze spesso di una bestialità suprema, armando e finanziando bande contrapposte, gli USA hanno ottenuto la balcanizzazione del territori. Ma quello che in termini relativi hanno perduto altrove, possono riguadagnarlo in Africa, allevando un ceto militare simile a quello dell’America latina ai tempi di Pinochet. Questo senza una vera opposizione da parte russa e cinese, se dobbiamo trarre le conseguenze dalla mancata opposizione di questi due paesi all’invasione della Libia. Il dominio dell’Africa, con una manodopera a costo bassissimo e una grande ricchezza in materie prime, permetterebbe agli USA di rinnovare l’egemonia mondiale, di schiacciare ancor più ogni opposizione nella metropoli – un popolo che ne domina altri non può essere libero – e rimanderebbe di decenni il risorgere di un movimento operaio indipendente, in America e in Europa. E’ quindi interesse del proletariato europeo denunciare questa nuova conquista dell’Africa, opporsi al criminale appoggio che i nostri governi danno agli USA.
    Ci sono compagni che non condividono questa impostazione e pongono sullo stesso piano tutte le grandi potenze, e, alcuni, tutti gli stati. Chi non tiene conto dei rapporti di forza non segue un indirizzo marxista. E’ una vecchia storia: al congresso di Ginevra del 1866 della I Internazionale, i proudhoniani si rifiutarono, nel corso della discussione sulla questione polacca, di votare la decisione che chiedeva la “distruzione dell’influenza dispotica della Russia in Europa”, presente nell’edizione francese delle istruzioni del Consiglio centrale, e proposero un’espressione più generica, “la distruzione di ogni forma di dispotismo”, frase che ogni politico borghese avrebbe potuto sottoscrivere.(4) In un lavoro non terminato sulla questione polacca, Marx scrisse: “La restaurazione della Polonia significa l’annientamento della Russia odierna, la revoca della sua candidatura all’egemonia mondiale”(5). Marx ed Engels non avevano dubbi su chi fosse allora il principale avversario della rivoluzione, persino di quella borghese. Non dobbiamo averne neppure noi: oggi il governo degli Stati Uniti si allea con i più reazionari fanatici, che decapitano, massacrano e persino crocifiggono gli avversari, e in Ucraina si accorda con i nazisti. I lavoratori europei, invece, devono cercare l’alleanza con l’unica potenza che può indebolire e infine distruggere l’imperialismo USA, il proletariato americano.


    Note
    1) La “Battaglia per l’Europa” infuria. Come gli USA minano le relazioni franco-russe” Umberto Pascali, Global Research, 2 luglio 2014 Traduzione di Alessandro Lattanzio.
    2) “I tedeschi non ci stanno”, cubainformazione, Lug 16, 2014
    “La Merkel caccia il numero 1 della Cia a Berlino”, Globalist, 7-7 2014.
    “La Germania torna alla macchina da scrivere, contro le ingerenze dell’NSA” gizmodo/2014/07/16/ germania-torna-macchina-scrivere-contro-ingerenze-dellnsa.html, In Come Donchisciotte
    3) Nick Turse, Articolo originale in inglese : “U.S. Military Averaging More Than a Mission a Day in Africa. Documents Reveal Blinding Pace of Ops in 2013, More of the Same for 2014, tomdispatch.com, 27 mars 2014.Tradotto in francese da Investig’Action: “Entre 2012 et 2013, l’armée étasunienne est intervenue dans 49 pays africains”, Mondialisation.ca, 01 juillet 2014.
    4) Nikolaevskij / Maenche-Helfen, “Karl Marx, la vita e le opera, cap XIX.
    Karl Marx, “Istruzioni per i delegati del Consiglio centrale provvisorio sulle singole questioni. (1866) Vedi anche la versione francese in “Le Conseil général de la Première Internationale 1864-1866, pag. 299.
    5) Karl Marx, “Manoscritti sulla questione polacca (1863-1864)”, “Polonia Russia e Prussia”, pag. 7.

    Michele Basso

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