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(22 Giugno 2010) Enzo Apicella
Israele dichiara di voler "alleggerire" il blocco. Rimane comunque vietato dare ai Palestinesi di Gaza metalli, fertilizzanti, cemento...

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Primavalle: parole e azioni a sostegno dei palestinesi

(2 Agosto 2014)

primavalle

La volontà di comprendere le ragioni della mattanza in atto a Gaza, per fondare su basi più solide la propria solidarietà nei confronti del popolo palestinese, è una delle spinte che hanno attraversato l’iniziativa svoltasi giovedì 31 luglio, a partire dalle 19.30, nel Circolo Comunista Valerio Panzironi di Primavalle, a Roma. A tale istanza, se ne è accompagnata un’altra, altrettanto forte: quella di dare continuità alla mobilitazione e all’attività di denuncia dei crimini israeliani, evitando di stare in silenzio durante la “pausa fisiologica” del mese di agosto. Tali tendenze sono emerse con chiarezza già nell’intervento introduttivo di Claudio Ortale, iscritto al circolo e membro del Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista. Egli ha inserito l’iniziativa – intitolata Free Free Palestine – nel solco della mobilitazione che si è data a Roma a partire dal presidio di Largo Corrado Ricci dell’11 luglio sino alla manifestazione assai partecipata del 24, partita da Piazza Vittorio e culminata nel cuore del quartiere di San Lorenzo. Ciò, sottolineando quanto si abbia bisogno di iniziative diffuse in ogni quartiere, che diano maggiore respiro ai passaggi di piazza che si effettuano, normalmente, nelle aree centrali della città. In quest’ottica, Ortale ha dichiarato la disponibilità a scendere in piazza anche nel mese di agosto, “con chi c’è”, nella consapevolezza che, a causa della crisi, in molti non si muoveranno affatto per le vacanze, o staranno fuori solo pochi giorni. E sarebbe un peccato non proseguire nell’azione internazionalista, tanto più che, come italiani, abbiamo la responsabilità di lanciare un segnale diverso da quello inviato dal nostro governo. Che recita la parte del soggetto neutrale tra due contendenti, come si evince dalle parole pronunciate pochi giorni fa alla Camera dal ministro degli esteri Federica Mogherini, segnate dalla richiesta di “non dividerci tra amici di Israele e amici della Palestina”. Ma che è invece sostanzialmente schierato con i massacratori, come testimonia il Memorandum d’Intesa sulla cooperazione militare italo-israeliana, ratificato nel 2005 dal Senato e riguardante non solo “l’importazione, esportazione e transito di materiali militari”, ma anche – come ha ricordato di recente Manlio Dinucci, in un articolo citato da Ortale – “la «cooperazione nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione» di tecnologie militari tramite «lo scambio di dati tecnici, informazioni e hardware»”.
Il forte rapporto attuale tra Italia ed Israele è stato tenuto presente anche nell’intervento di Alfio Nicotra, già dirigente di Rifondazione Comunista ed esperto di quelle questioni mediorientali che segue sia nella veste di giornalista che in quella di esponente dell’Associazione Un ponte per. Uno degli aspetti su cui si è soffermato Nicotra è stato proprio l’atteggiamento di Renzi, aggravato dal suo essere presidente di turno dell’UE oltre che premier italiano. Egli non ha detto una parola chiara sull’aggressione israeliana in corso, testimoniando così un preciso allineamento a interessi corposi, tra cui – appunto - quelli dell’apparato militare-industriale di questo paese. A questo comportamento delle più alte sfere politiche, si può associare quello dei media ufficiali, che stanno distorcendo la realtà. Non potendo negare del tutto i crimini di Israele, i giornali e le televisioni di casa nostra fanno a gara nell’assegnare ad Hamas la responsabilità ultima di quanto sta accadendo, omettendo anche quanto è stato riportato da gran parte della stampa internazionale. Ossia, il fatto che, una indagine interna della polizia israeliana, deliberatamente ignorata dalle autorità di Tel Aviv, scagionava la stessa Hamas da ogni responsabilità rispetto all’episodio che ha dato il via alle ostilità: il rapimento e l’uccisione di tre giovani coloni israeliani. Del resto, l’operazione in corso era stata preparata da tempo, e Netanyahu ha pensato bene di usare l’ondata emotiva suscitata da quella triste vicenda, per avviare un’offensiva che ha tra i suoi principali obiettivi quello di minare l’unità palestinese, peraltro da poco raggiunta. E’ evidente, del resto, che a Israele faceva comodo la precedente situazione, segnata dalla lacerazione tra Al Fatah ed Hamas, e dalla conseguente divisione tra Cisgiordania e Palestina.
Ora, la logica che sta ispirando tale condotta aggressiva viene da lontano. Nicotra, in questo senso, ha citato un Yasser Arafat prossimo alla veggenza, da lui incontrato nel 1998, quando ha avuto la possibilità di andare in delegazione a Ramallah assieme, tra gli altri, al compianto Giancarlo Lannutti, grande giornalista e impareggiabile conoscitore del mondo arabo. In quella circostanza, il grande leader palestinese ricordò Yitzhak Rabin, il politico israeliano che con Arafat firmò gli accordi di Oslo nel 1993 e che venne assassinato due anni dopo non da un “fanatico palestinese”, bensì da un colono israeliano estremista. Arafat espresse la preoccupazione che proprio l’alveo culturale e politico da cui proveniva l’omicida avrebbe preso il sopravvento, “costringendoci a una guerra perenne”. In effetti, così è stato: l’attuale esecutivo israeliano è di fatto un esecutivo dei “coloni”, cioè di coloro che progressivamente hanno rosicchiato i territori su cui, secondo gli accordi, avrebbe dovuto sorgere lo Stato palestinese. Dunque, questa è la soggettività che guida, oggi, il paese che viene visto come “faro democratico” nel Medio Oriente. Date le sue caratteristiche, e in considerazione della straordinaria capacità militare che lo caratterizza, non hanno senso o sono da considerarsi una autentica beffa le professioni di equidistanza del governo italiano. Ritornando, anzi, sulle parole di Mogherini già citate da Ortale, Nicotra le ha contestate sulla base di un noto assunto di Don Lorenzo Milani: “non si possono fare le parti uguali tra disuguali”. Un detto quanto mai attuale, se si tiene in considerazione anche il fatto che da un lato abbiamo uno Stato forte e consolidato e dall’altro dei territori che l’azione israeliana di questi ultimi anni ha reso a un tempo di minori dimensioni e sempre meno in continuità fra loro.
Questi ultimi concetti sono stati ribaditi e rafforzati da Fabrizio Ragucci, che è intervenuto a nome di una realtà da poco costituitasi nel territorio di Primavalle: la Casa del Popolo “Giuseppe Tanas”. Egli ha insistito sul fatto che, nella situazione attuale, è difficile parlare di una guerra vera e propria, potendo semmai riferirsi a un massacro unilaterale, vista la sostanziale impossibilità per i palestinesi di delineare una risposta militare adeguata all’aggressione portata avanti da Israele. A detta di Ragucci, questa verità viene colta, sebbene in forma elementare, da molte persone, non necessariamente riconducibili al circuito militante. Se è vero che le mobilitazioni che si sono avute sin qui, pur importanti, si collocano comunque al di sotto del livello che sarebbe necessario per disturbare il nostro governo nella sua sostanziale complicità con lo Stato aggressore, non si può negare che non sono in pochi, nella società italiana, quelli che rifiutano le menzogne dei media. Per raggiungerli bisogna svolgere una azione capillare e inclusiva, tale da rivolgersi anche a settori diversi da noi, come quelle aree del mondo cattolico che si attestano su una posizione linearmente pacifista, e che potrebbero essere interessate ad una campagna contro i rapporti di cooperazione militare fra Roma e Tel Aviv. Non solo, secondo la Casa del Popolo, l’intervento dei militanti dovrebbe comprendere anche le questioni attinenti alla memoria del conflitto israelo-palestinese, per impedire che, a livello di massa, si facciano strada le falsificazioni dei media mainstream. In questa ottica, nella fase autunnale, la Casa del Popolo realizzerà delle iniziative volte a ricordare Yasser Arafat, scomparso nel novembre di dieci anni fa. Un’occasione unica per ripercorrere le tappe dello sforzo dei palestinesi per esistere e resistere sulla propria terra.
Yousef Salman, rappresentante per l’Italia della Mezzaluna Rossa Palestinese, ha espresso apprezzamento per questa proposta, volta a superare l’oblio italiano di un leader che ancor oggi i palestinesi onorano. E, trovandosi in un circolo di Rifondazione Comunista, ha anche ringraziato questa organizzazione per il suo costante interessamento alla questione palestinese, confermato dal fatto che, alla manifestazione romana del 24 luglio, Paolo Ferrero era l’unico segretario di partito presente. Affrontando, invece, la feroce politica attuata oggi da Tel Aviv, ha avuto modo di ricordare le sue origini remote. Nel 1969, infatti, Golda Meir, spesso celebrata come miglior primo ministro mai avuto da Israele, ebbe a dire che “i palestinesi non esistono”. In effetti, secondo la mentalità ancor oggi dominante in Israele, modellata dall’ideologia sionista, non si dovrebbe parlare di palestinesi, bensì di arabi, la cui casa potrebbe trovarsi in Egitto, Siria, Arabia Saudita ecc., ma non nella “terra più amata”. In quest’ottica, l’azione dei coloni è stata negli ultimi anni agevolata perché svolta in un territorio che Israele riconosce come proprio. Del resto, tali pretese, al di là di qualche occasionale presa di distanza, sono sempre state avallate dalla superpotenza ancora egemone nel pianeta. Gli Usa, infatti, considerano Israele un importante avamposto in un’area vitale per i propri interessi, sul piano geostrategico e in considerazione della ricchezza di idrocarburi che contraddistingue ancor oggi il Medio Oriente. Per questo, come ha denunciato la stessa ONU, gli Usa continuano a rifornire Israele di armi di altissimo livello tecnologico, che di fatto a Gaza trovano una prima sperimentazione della propria efficacia, propedeutica all’affermazione nel mercato mondiale degli strumenti di morte e all’uso da parte della NATO. Ma se la situazione è difficile, se i nemici dei palestinesi sono potenti, non per questo bisogna disperare. Certo, ha proseguito Salman, ci sono segnali negativi che giungono anche dall’Unione Europea, che continua a produrre frasi retoriche sui diritti umani ma non dice nulla sui fatti in corso, non più definibili semplicemente come massacro, bensì in quanto sterminio, visto che i bombardamenti e le altre azioni militari israeliane sono frutto di una pianificazione il cui obiettivo è di fare il maggior numero di vittime possibili.
Però vi sono almeno due fatti nuovi, da valutare con attenzione. Il primo riguarda quel laboratorio che è l’America Latina, dove diversi Stati – talvolta impegnati in apprezzabili esperimenti di trasformazione sociale e politica – hanno richiamato i propri ambasciatori in Israele o espresso la propria protesta in altre forme. Un segnale forte, che rende oggettivamente meno soli i palestinesi. Il secondo fatto rilevante è rappresentato dal sentimento antisionista espresso da pezzi sempre più cospicui del mondo ebraico a livello internazionale, testimoniato dai nutriti cortei svoltisi a New York e in altre metropoli del mondo occidentale. Naturalmente, la stampa ufficiale non ha dato a questi episodi il dovuto risalto, ma noi dobbiamo parlarne, per far capire che non vi è uno scontro tra arabi musulmani ed ebrei, bensì tra un popolo che rivendica il proprio diritto all’autodeterminazione e uno Stato che glielo nega, sulla base di una ideologia – il sionismo – che è stata ufficialmente condannata come razzista dall’ONU nel 1985.
Dunque, pur nel dramma che si sta consumando in questi giorni, non mancano elementi che spingono a non rassegnarsi. Salman, anzi, ritiene che sia necessario oggi più che mai rilanciare quella che è stata l’idea base di Al Fatah: il progetto di una Palestina libera, indipendente, democratica e contraddistinta dalla convivenza tra persone di diverso credo religioso. E’ in questa visione, del resto, che radicano le differenze con Hamas, il cui obiettivo di fondo rimane quello d’uno Stato confessionale. In tal senso, Salman ha polemizzato con quei compagni che – negli anni scorsi – sono andati oltre il sostegno alla resistenza palestinese e alle sue azioni, da chiunque siano poste in essere, giungendo a gridare “viva Hamas!”. E’ strano che un simile slogan venga lanciato da realtà di sinistra, se si considera che il progetto dell’organizzazione in questione – collegata ai Fratelli Musulmani – non prevede alcuna agibilità per le forze socialiste e comuniste. Invero, queste considerazioni, sono state accompagnate da una lucida consapevolezza circa i motivi dell’affermazione di Hamas, in parte legati all’abbandono di ogni dialogo con le masse popolari da parte di un pezzo consistente della storica leadership palestinese. Ma il rilancio del progetto storico di Al Fatah, da perseguire con la massima determinazione e coerenza, rimane una priorità. Per lanciare un segnale in controtendenza rispetto a tutti i fondamentalismi che si stanno affermando nel Medio Oriente, da quello sionista a quello connesso al jihadismo sunnita finanziato dalle petromonarchie. E per guadagnare nuove simpatie a quella causa palestinese che, geneticamente parlando, poco ha a che spartire con uno scontro di matrice confessionale.
A un aspetto specifico dell’intervento di Salman si è agganciata Patricia, una compagna del circolo Valerio Panzironi originaria della Colombia. Tornando sull’atteggiamento degli Stati latinoamericani, essa ha sottolineato il sostanziale e aperto sostegno ad Israele del suo paese natale. In Colombia, del resto, la popolazione continua a ignorare la questione palestinese, di cui i media ufficiali quasi non fanno menzione, in considerazione dei tradizionali rapporti con Israele, uno Stato che – a partire dagli anni ’80 – ha addestrato gli “squadroni della morte”. Ossia i gruppi di paramilitari che – col beneplacito dei governi – cercano di stroncare con ogni mezzo le formazioni della guerriglia rivoluzionaria, non retrocedendo rispetto a qualsiasi violazione dei diritti umani e producendosi spesso in eccidi di contadini.
Dal canto suo, Andrea Fioretti, appartenente all’area degli autoconvocati del Prc, si è riagganciato a un passaggio dell’intervento di Fabrizio Ragucci, legato al fatto che non sono in pochi a porsi dei dubbi rispetto alla narrazione ufficiale dei fatti tragici di questi giorni. Se ciò è vero, non si può dimenticare che – in un contesto come l’attuale – segnato da una crisi economica feroce che spinge ciascuno a ripiegare verso i propri problemi, questa distanza dalla propaganda di regime non risulta immediatamente convogliabile in una solidarietà attiva verso i palestinesi. Per raggiungere questo risultato, è necessario fare leva su aspetti che si possano legare alla nostra vita di ogni giorno. Ad esempio, parlando della cooperazione militare dell’Italia con uno degli Stati più aggressivi del pianeta, si può puntare l’indice non solo contro chi fa profitti sulla morte altrui, ma anche sulle risorse che questo paese destina al suo rafforzamento militare, a discapito dei servizi sociali essenziali, in via di smantellamento. Vanno poi potenziate campagne come quella svolta dal Coordinamento Romano per l’Acqua Pubblica contro l’accordo di cooperazione tra Acea e Mekorot, la società idrica nazionale di Israele, impegnata in varie pratiche tendenti a privare dell’acqua la popolazione palestinese. Ora, tale campagna deve essere sostenuta per due ragioni. La prima è che si lega alla denuncia dei processi di privatizzazione di un bene essenziale e alla battaglia per una sua ripubblicizzazione integrale: è evidente quanto un accordo come quello cui s’è fatto riferimento nasca da quella logica del profitto che, da noi, porta all’aumento delle tariffe e al peggioramento del servizio. In secondo luogo, si può fare riferimento a vicende positive come quella che ha riguardato la Vitens, il più ampio fornitore di acqua pubblica in Olanda che, in seguito alla pressione di una parte cospicua della società civile, ha deciso di cessare i suoi rapporti di cooperazione con la Mekorot stessa.
Ora, proprio perché l’assemblea non si proponeva soltanto di approfondire tutti gli aspetti dell’attuale tragedia di Gaza, ma anche di avviare un percorso di azione nel territorio, le proposte di Fioretti sono state assunte senza remore, riservandosi di definire i modi concreti in cui portarle avanti. Inoltre, le compagne e i compagni si sono riconvocati per la manifestazione del 2 agosto a Piazza Navona, nuova tappa della mobilitazione romana contro i crimini di Israele.

Il Pane e le rose - Collettivo redazionale di Roma

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