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A CINQUANT’ANNI DALLA MORTE DI PALMIRO TOGLIATTI: PCI, LE RAGIONI DI UNA IDENTITA’ E DI UN DECLINO

(14 Agosto 2014)

palmitogl

Le pagine culturali del “Corriere della Sera di Mercoledì 13 Agosto pubblicano, a cinquant’anni dalla morte di Palmiro Togliatti, un’ampia analisi sull’opera politica del segretario del PCI firmata da Ernesto Galli della Loggia.
L’assunto principale contenuto nel testo è riassunto molto efficacemente nel “catenaccio” che chiude il titolo: “Ma il crollo dell’URSS ha affossato la sua eredità politica”.
Galli della Loggia dunque tiene fede al sillogismo classico: “ nonostante il tentativo di costruzione di una identità nazionale del PCI, il legame con il sistema sovietico è sempre stato decisivo per il Partito fino al punto da trascinarne via la stessa identità al momento del suo crollo”.
Una tesi fortemente opinabile al riguardo della quale è possibile avanzare due obiezioni: la prima quella riguardante il PCI quale forma originale del comunismo italiano e la seconda da ricercarsi nella specificazione della complessità relativa alle cause del declino e poi della sparizione del partito.
Una cosa però è certa e condivisibile: entrambi i possibili eredi di quel Partito, da un lato il PDS e dall’altro Rifondazione Comunista hanno recato, nella propria formazione, i caratteri distintivi e precipui del complesso della storia del Partito Comunista.
Entrambi, PDS e Rifondazione Comunista, hanno seguito le vie dell’elettoralismo, della personalizzazione, della governabilità finendo così con il mancare quella necessità di presenza originale e specifica che, all’interno di un sistema politico, dovrebbe rappresentare la ragione di fondo di esistenza di un soggetto comunista capace di muoversi sulle coordinate di fondo dell’internazionalismo, della lotta di classe e della democrazia progressiva per proporre, sia sul piano interno sia su quello internazionale, un’alternativa insieme politica, sociale, di sistema.
La ragione di questa mancata presenza dei comunisti sulla scena politica italiana è stata dovuta all’interruzione, al vero e proprio “salto nella storia”, compiuta nell’itinerario politico di quella che è stata la “sinistra comunista” fuori e dentro il PCI.
Una storia comunista in Italia avrebbe dovuto riprendere da quel punto, invece, ci fu per ragioni oggettive e soggettive un brusco arretramento sul piano dell’analisi, dell’elaborazione , della proposta politica.
Da quell’interruzione sarebbe necessario, pur in questa fase difficile, riprendere il ragionamento e l’azione dei comunisti: senza alcuna velleità di rifare il PCI, ma cercando di comprendere appieno motivazioni e possibilità di una rinnovata presenza della sinistra comunista in Italia.
Per questo motivo si ripropongono di seguito alcuni lavori già presentati in passato sulla base dei quali proporre un invito alla riflessione rivolta a quanti, intellettuali, quadri politici, militanti intendano riflettere su di un cammino già percorso e sulla possibilità di riprenderlo, per vie diverse probabilmente, ma riprenderlo davvero.
Di seguito i tre testi, riguardanti
1) IL PCI forma politica del comunismo italiano;
2) Quali allora le ragioni della caduta e della vera e propria sparizione di identità della forma politica del PCI?
3) Manifesto per un’area della sinistra comunista.

Grazie in anticipo a quanti vorranno leggere e riflettere su queste pagine e, in particolare, a coloro che vorranno fornire un segnale di interlocuzione.

IL PCI FORMA POLITICA DEL COMUNISMO ITALIANO
La ragione per la quale si può considerare il PCI quale unica forma politica compiuta del comunismo italiano risiede in una ragione teorica, tutta interna al pensiero gramsciano: Gramsci, infatti, rifonda l’autonomia del marxismo basandone le coordinate di fondo su di una “filosofia della prassi” divenuta sinonimo di produzione di soggettività politica, di critica della concezione del mondo della classe dominante ed elaborazione di un’ideologia congrua alle condizioni di vita dei gruppi sociali subalterni.
Questo tipo di elaborazione consentì l’operazione portata avanti dal gruppo dirigente del Partito nell’immediato dopoguerra, per specifico impulso soprattutto di Palmiro Togliatti.
Il prestigio acquisito dal PCI nell’organizzazione dell’antifascismo militante e nella guerra di Liberazione, nonché l’essenziale contributo dell’Unione Sovietica alla sconfitta del nazismo, furono all’origine, in quel periodo, di un rinnovato interesse per il marxismo.
La ripresa del marxismo, pur traendo alimento da forti referenti storico – sociali, fu processo non facile sul piano teorico.
Nell’URSS di Stalin, durante gli anni ’30 – ’40 la sintesi engelsiana del marxismo era stata trasformata in dottrina dello Stato fondata sull’opposizione tra teoria materialistica e teoria idealistica della conoscenza.
Le leggi scientifiche del materialismo storico furono considerate un’applicazione particolare del materialismo dialettico, in quanto filosofia che compendiava le leggi di movimento della realtà naturale e sociale.
La marxiana critica dell’economia politica fu sostituita da una scienza economica socialista capace di calcolare i prezzi e di allocare razionalmente le risorse nell’ambito di un sistema pianificato.
Le sorti del socialismo furono, così, identificate con i sostenuti ritmi di sviluppo delle forze produttive e i successi politici ed economici della “patria del socialismo” furono chiamati a verificare la validità della teoria marxista-leninista.
L’autonomia teorica del marxismo italiano, e di conseguenza della sua forma-partito, rispetto al quadro fin qui disegnato fu avviata da Togliatti con la pubblicazione dei “Quaderni del Carcere” avvenuta tra il 1948 e il 1951: principiò, in allora, la costruzione di una genealogia del marxismo italiano partendo addirittura da Vico, passando da De Sanctis, Bertrando Spaventa, Labriola, Croce fino a pervenire a Gramsci.
Questa operazione culturale conseguì almeno tre risultati: mise in ombra il materialismo dialettico sovietico, fornì la piattaforma per l’elaborazione strategica del “partito nuovo” aprendo il solco teorico su cui basare la “via italiana al socialismo” tesa alla costruzione della “democrazia progressiva” e difendeva, infine, nel clima ideologico della guerra fredda, la continuità della cultura democratica progressista italiana, conquistando una generazione di intellettuali di cultura laica, storicista e umanistica a posizioni genericamente marxiste, senza provocare “lacerazioni troppo nette”.
Al primo convegno di studi gramsciani Eugenio Garin, Palmiro Togliatti e Cesare Luporini sottolinearono che Gramsci aveva tradotto in italiano l’eredità valida di Marx e che il suo pensiero era profondamente radicato nella cultura e nella realtà nazionale.
In quella sede fu fortemente criticato l’economicismo, attribuendo importanza alle ideologie e alla funzione degli intellettuali.
Gramsci collocava, infatti (almeno nella stesura togliattiana dei “Quaderni” antecedente all’edizione integrale curata da Gerratana nel 1977) la politica al vertice delle attività umane, sviluppando la dottrina leninista del partito estendendo lo storicismo integrale in direzione di un’originale teoria delle sovrastrutture e respingendo la teoria della conoscenza come riflesso.
La concezione del marxismo in Gramsci è quella di considerarlo non un metodo, ma una concezione del mondo rivolta a cogliere le possibilità storicamente date nella prassi sociale.
Il più valido spunto critico a questo tipo di impostazione venne, dopo il ’56 da Raniero Panzieri e dal gruppo dei “Quaderni Rossi”: Panzieri fu promotore di una riscoperta della democrazia consiliare e del primato del “soggetto classe” sul predicato partito, critico tanto dell’ideologia della stagnazione quanto dell’ideologia tecnocratica della programmazione, che riduceva la questione sociale a un problema tecnico e identificava il capitalismo con la società industriale e l’illimitato sviluppo della produttività.
Panzieri era fortemente critico con l’impostazione togliattiana della celebrazione del nazional-popolare, del recupero storico-culturale della tradizione democratica e soprattutto dello “scarto evidente, nei partiti storici della sinistra, fra il primato esteriore dell’ideologia e la pratica quotidiana di pura amministrazione”.
La scomparsa prematura di Panzieri, il disinteresse del PSI ormai impegnato nell’operazione centrosinistra (la “politique d’abord di Nenni) la debolezza teorica e politica dello PSIUP non consentirono a questi importanti spunti di analisi di rappresentare la base per una soggettività politica rappresentativa di un vero e proprio contraltare teorico allo storicismo togliattiano.
Non risultò neppure all’altezza di quel confronto il punto di dibattito apertosi al momento della scomparsa di Togliatti, ad iniziativa di quella che poi sarebbe stata definita “sinistra comunista”: iniziativa avviata essenzialmente grazie ad una riflessione di Rossana Rossanda e Lucio Magri che rimproverava, sostanzialmente, allo storicismo di aver oscurato il nocciolo teorico di Labriola e Gramsci (Magri riprende il tema nel “Sarto di Ulm”) e di aver annacquato il marxismo nel quadro di una tradizione dai contorni imprecisi rivendicando un primato del politico sull’economico che aveva smarrito il nesso tra teoria e prassi, tra scienza e storia, oscillando così tra il riferimento di una realtà di pura empiria (attribuita all’ala amendoliana del partito) e di un semplice finalismo volontaristico.
Restarono così punti irrisolti di dibattito che forse avrebbero dovuto essere sviluppati con una capacità critica portata molto più a fondo, ma emersero limiti forti di vero e proprio politicismo al punto che, con gli anni’70, si sviluppò una sorta di “primato della politica” che portò, sulla base del prevalere del concetto di governabilità, al collasso della teoria: ben in precedenza alla stagione degli anni’80 che portò alla liquidazione del partito.
Per questi motivi di fondo: autonomia teorica dal modello sovietico, primato della politica sull’economia senza alcuna visione meccanicistica in questo senso, assunzione della concezione gramsciana del rapporto tra struttura e sovrastruttura, sovrapposizione del partito alla classe (nella versione togliattiana del partito nuovo) il PCI è stato il solo soggetto politico rappresentativo del comunismo italiano. Il resto (anche nella critica di Panzieri) ha ruotato attorno.

Quali allora le ragioni della caduta e della vera e propria sparizione di identità della forma politica del PCI?

Dall'inizio degli anni'80 l'emergere di questioni e problemi sui quali sarebbe stato giusto sollecitare un più audace e coraggioso rinnovamento, così come nell'elaborazione che nella proposta furono, invece, assunti come fattori da interpretare in senso di una maggiore omologazione, sia nei comportamenti politici, sia negli orientamenti culturali e ideali che, in quel momento, raccoglievano i più facili consensi.
Cominciava, in sostanza, a far breccia, anche nel PCI o almeno in settori rilevanti del Partito, la grande offensiva ideale e politica neoconservatrice che, proprio in quegli anni'80, favorita del precipitare della crisi del sistema comunista in tutto l'Est europeo, sia dal logoramento e dall'esaurimento anche delle migliori esperienze socialdemocratiche dell'Europa Occidentale, si sviluppò con impeto in Europa come in America (sotto l'insegna del reaganian – tachterismo), e i paesi dell'Est come in quelli dell'Ovest.
Andò così maturando, anche nella realtà italiana, una sconfitta che, prima ancora che politica, risultò essere culturale e ideale.
A questo punto debbono essere richiamate almeno tre posizioni (le più esemplificative) che hanno posto in luce come in pochi anni, anche in un paese come l'Italia considerato paradigmatico di un “caso” proprio perché vi si trovava presente il più grande partito Comunista d'Occidente, quest’offensiva “neocons” avesse modificato, in modo radicale, idee e convinzioni diffuse nell'area dell'opinione pubblica progressista, compresa buona parte della sinistra d'opposizione, con conseguenze fortemente negative che poi si sarebbero manifestate, anche sul piano delle scelte e dei comportamenti politici:
1) In primo luogo cominciò a raccogliere consensi, trovando ascolto anche in larghi settori della sinistra politica e sindacale, la tesi che la crisi delle politiche di pianificazione e di programmazione (sia nelle forme della pianificazione centralizzata dei paesi di “socialismo reale” dell'Europa dell'Est, sia nelle forme programmatorie delle politiche keynesiane e delle esperienze di Stato Sociale, sviluppatesi a Ovest e nel Nord Europa, principale per impulso delle grandi formazioni socialdemocratiche) non solo poneva alle forze riformatrici seri problemi di ripensamento, ma costituiva una prova quasi definitiva dell'impraticabilità di serie alternative alle regole dominanti del liberismo, del privatismo, del cosiddetto “libero mercato”, dell'individualismo consumistico. Non a caso l'idea di riaffermare o ricostruire un “punto di vista di sinistra” in economia (a partire, per esempio, dai problemi dell'occupazione o della tutela ambientale o del definire una diversa gerarchia di priorità e di finalità nella produzione e dei consumi) incontrava difficoltà via, via, più estese e anzi veniva rigettata, quasi pregiudizialmente, nell'opinione più diffusa, come astratta e velleitaria. La conseguenza è che diventava quasi un luogo comune affermare che il banco di prova per dimostrare la maturità di governo della sinistra risiedeva, ormai, nella capacità di far valere come scelta prioritaria, senza concessioni a ideologismi solidaristici o a interessi corporativi, il rispetto dei vincoli “oggettivi” delle compatibilità finanziarie e monetarie (da ciò è derivata l'accettazione acritica dei parametri imposti per l'unificazione europea, dal trattato di Maastricht: acriticità che impedito di vedere in tempo le possibilità di rivedere il patto di stabilità, fino alla crisi che oggi investe, appunto, gli equilibri politici ed economici del processo di allargamento dell'Europa a 25).
Tornando però al periodo di avvio del declino del PCI deve essere, ancora, fatto rilevare che il diffondersi di queste posizioni di accettazione dell'impostazione neo-liberista ben al di là della tradizionale area moderata, avvenuta tanto più in una fase di intense ristrutturazioni (a partire dai 35 giorni della Fiat del 1980) che già tendevano, in allora, a ridurre e a rendere più precaria l'occupazione, ad accentuare la flessibilità della risorsa lavoro (fino alle esasperazioni attuali) e della risorsa ambiente, a diminuire i vincoli e i costi sociali che pesavano sulla produzione, abbia avuto il risultato pratico di contribuire a indebolire la tutela del mondo del lavoro e a modificare, a svantaggio della sinistra, i rapporti di forza nella struttura produttiva e sociale.
Non a caso, proprio a partire da quella fase, è stato possibile parlare dell'affermazione di quello che è stato definito “pensiero unico” ispirato, appunto, dalla teoria neoliberista;
2) In secondo luogo non si può sottovalutare il peso che ebbe, nel corso degli anni'80 l'insistente campagna sulla “crisi” e sulla “morte” delle ideologie.
Una campagna che ebbe effetti rilevanti sugli orientamenti di larga parte dell'opinione pubblica.
E' quasi inutile ricordare quanto di ideologico vi fosse, e continui a esserci, alla base della tesi della “crisi” e della “morte” delle ideologie.
Rimane il fatto che proprio quella campagna propagandistica appena ricordata finì con l'essere largamente accettata anche a sinistra, non solo come critica dei “partiti ideologici” (e partiti ideologici per eccellenza erano considerati, in Italia, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista), ma anche come demistificazione dell'idea stessa di una finalizzazione ideale e morale dell'azione politica.
Alle “finalità”, e al loro presunto retroterra ideologico, andava così contrapposta l'idea della presunta “concretezza” dell'apertura al nuovo, al moderno.
Al punto da presentare, sulla scena del confronto politico, una inedita contraddizione tra “vecchio” e “nuovo”.
Una contraddizione assunta, al punto, da considerare il cosiddetto “nuovismo” come criterio di commisurazione della validità dell'iniziativa politica.
Non c'è bisogno di ricordare, sia pure a distanza di oltre vent’anni, quanto peso abbia avuto una simile posizione nella fase di passaggio del PCI al PDS, cioè dal vecchio “partito ideologico di massa” alla “cosa” di cui non si riconosceva né il nome, né il programma, e neppure le finalità e i contenuti;
3) Il terzo punto riguarda, infine, il fatto che la critica alla degenerazione del sistema dei partiti avesse assunto, via, via, nel corso del decennio, anche in settori, via, via più estesi del gruppo dirigente comunista, un mutamento di segno.
Si era passati, infatti, dalla domanda di “rinnovamento della politica”, così come era stata formulata da Berlinguer, a una proposta di mutamento del solo “sistema politico” (inteso in senso stretto) attraverso il cambiamento delle regole istituzionali ed elettorali.
Si spalancò così, in quel modo, la porta alla deriva decisionista, in particolare all'idea che bastasse “sbloccare” il sistema politico per realizzare l'alternanza e mettere così fine alla spartizione dello Stato, alla corruzione, al malgoverno.
Per “sbloccare il sistema politico” il PCI avrebbe dovuto, così, mettere in discussione se stesso, ponendo fine al “partito diverso”, omogeneizzandosi agli altri partiti.
Erano dunque mature le condizioni per portare a compimento la storia del Partito Comunista Italiano.
Tutto questo è avvenuto mentre la crisi della democrazia italiana era giunta, verso la fine degli anni'80, a un punto di estrema gravità.
La grande occasione che si era pur presentata nel corso del decennio precedente era andata perduta, per cause oggettive e soggettive, senza che si riuscisse a dispiegare quella capacità di promuovere un radicale rinnovamento nel modo di governare, del costume, dello spirito pubblico, del senso dello Stato di cui il paese avrebbe avuto estremo bisogno, ma che, ancora una volta era stato mancato.
IL PCI fu così liquidato in fretta, senza offrire ad alcuno la possibilità di riflettere su di un lasciato politico che andava ormai completamente perduto (come dimostra la traiettoria senza parabola compiuta da Rifondazione Comunista che, addirittura, sta concludendo la propria storia all’interno di un contenitore elettorale moderatamente critico di un non meglio precisato “liberismo” dopo aver attraversato le frontiere della personalizzazione, della governabilità, del movimentismo).
Lo scioglimento del PCI rappresentò un punto di vero squilibrio per l’intero sistema politico, cui seguirono altri momenti di sconvolgimento determinati dall’implosione dei grandi partiti di massa avvenuta poco tempo dopo: i suoi eredi, mutate diverse denominazioni da PDS, a DS e PD e collegandosi con alcuni dei residui del vecchio apparato del partito cattolico, hanno accettato “in toto” i meccanismi fondamentali di quell’eterna “transizione italiana” apertasi con lo scioglimento del partito, dal maggioritario, al presidenzialismo (esercitato direttamente, ponendosi ai limiti della Costituzione Repubblicana dal primo Capo dello Stato proveniente dalla storia del PCI), all’accettazione delle formule liberiste che sono state e stanno all’origine della grande crisi che stiamo vivendo.
Il PD, infatti (usando addirittura ed incredibilmente la struttura delle “primarie” per la selezione del gruppo dirigente, inteso come gruppo “elettorale”) si è reso pienamente competitivo sul terreno di quella concezione esaustiva della “governabilità” oggi esasperata dalla messa in atto di una vera er propria svolta autoritaria fondata sullo svuotamento definitivo della Costituzione Repubblicana.
E’ stata così soffocata l’idea della necessità di un partito capace insieme di sviluppare pedagogia, radicamento sociale, rappresentatività politica della classe: è questo il vuoto più grande che, pur nella consapevolezza di un declino forse irreversibile attraversato nell’ultima fase della sua esistenza, il PCI ha lasciato.

MANIFESTO PER UN’AREA DELLA SINISTRA COMUNISTA
1) Emerge, in Italia e fuori d’Italia, l’esigenza di lavorare sia sul terreno teorico sia su quello immediatamente politico, per la ricostruzione di una soggettività di sinistra comunista, collegata a precise istanze che derivano dalla nostra storia, all’identificazione nell’attualità di precisi filoni culturali di riferimento, alla progettazione di adeguate iniziative politiche sia al riguardo della struttura del soggetto sia sul piano progettuale – programmatico. La qualità stessa della gestione capitalistica della crisi (che abbiamo tante volte analizzata come orientata nel senso complessivo della “ricollocazione di classe” ed espressione di una “nuova repressione”) impone un discorso di questo tipo;
2) Un lavoro da impostare seguendo filoni ben precisi di orientamento proprio sul piano teorico: partendo, ovviamente, dall’Italia perché qui siamo chiamati ad agire. Ripropongo, quindi, l’utilizzo – per quanto possibile – il filone della “sinistra comunista” italiana da Gramsci a Ingrao al sindacato dei consigli al “Manifesto” (direi che l’arco temporale di riferimento può essere identificato tra le Tesi di Lione del 1926 e la relazione di Magri ad Arco nel 1990). E’ evidente che, pur considerata tutta l’importanza dell’elaborazione portata avanti dalla sinistra comunista in Italia, occorra – anche sul piano dello studio – un collegamento con riferimenti internazionali posti sul piano più alto nella storia del marxismo al di fuori dei filoni emersi dalla Rivoluzione d’Ottobre: Luxemburg, Pannekoek e la sinistra socialdemocratica, in particolare l’austromarxismo e l’elaborazione (torno in Italia) di Panzieri e dei “Quaderni Rossi”. Senza cadere nel sociologismo della Scuola di Francoforte (origine, a mio giudizio, della mancata “incidenza politica” del ’68) e tenendo fermi due punti: il prevalere della tensione etico – politica sulla banalità dell’economicismo e la capacità, sempre e comunque, di un’espressione piena di “critica della modernità”. “Critica alla modernità” che deve essere espressa anche rispetto all’utilizzo di massa dell’innovazione tecnologica che sta verificandosi all’interno del filone del “consumismo individualistico” e dell’isolamento soggettivo;
3) Il primo orizzonte da scrutare riguarda la visione internazionalista nella lotta per la liberazione dei popoli. Senza offrire alcun modello (è questa la differenza con la lotta anticoloniale della prima metà del ‘900 fino agli anni’60 quando si compì la liberazione dell’Africa) è necessario mantenere questo tipo di tensione internazionalista rispetto alle grandi lotte popolari in atto, a tutte le latitudini, per l’affrancamento dalla gestione capitalistica della crisi e la fuoriuscita dai meccanismi di vero e proprio “soffocamento” della democrazia. Ognuno con le proprie specificità: senza cadere, quindi, nell’errore del considerare il tutto “movimento dei movimenti” e collocarsi acriticamente al loro livello (questo sì sarebbe semplicemente adeguamento a una presunta “modernità”);
4) Per quel che riguarda il “caso italiano” (dizione da rivalutare: in senso opposto però al significato che aveva assunto tra gli anni’60 – ’70) sono almeno tre i punti sui quali soffermarci prioritariamente: il primo riguarda l’omologazione culturale tra le forze maggioritarie del sistema politico, sulla base del quale si sta costruendo un vero e proprio “regime” (al contrario, tanto per far un esempio spicciolo, di ciò che accadde all’epoca della solidarietà nazionale e della linea della fermezza rispetto al terrorismo: uscirne fu comunque un merito di Berlinguer che non può essere, nella critica complessiva all’operato dell’area centrista del PCI, sottaciuto); il secondo riguarda la degenerazione nella qualità della democrazia italiana, sia rispetto al tema europeo (che va affrontato specificatamente come non faccio in quest’occasione) sia rispetto alla logica della riduzione del rapporto tra politica e società in nome dell’eccesso di domanda (presidenzialismo, centralità del governo, legge elettorale: tanto per toccare i punti nevralgici di questa strategia riassumibile, alla fine, nella logica espressa da JP Morgan al riguardo della Costituzione e nella sostanziale indifferenza o malcelata soddisfazione di tutti per la verticale espressione di disaffezione al voto. Emblematiche su questo punto le dichiarazioni di D’Alimonte); il terzo riguarda il deserto politico esistente nell’area della sinistra alternativa. Ma movimentismo e rivendicazionismo che appaiono essere, alla fine, l’altra faccia della medaglia ( o forse la complementarietà degli elementi, davvero rozzi, che hanno portato al successo del movimento 5 stelle) debbono essere affrontati con rigore sulla base di un’analisi delle nuove dimensioni di classe e con la precisione dei riferimenti teorici e politici.
5) Il solo punto di partenza risiede nell’espressione piena di un’identità dalla quale è possibile far discendere una visione di egemonia politica innovando anche fortemente il tema della strutturazione del soggetto politico. In questa direzione si muove la proposta della “via consiliare” che in questa occasione viene molto schematicamente ribadita. ”. Una “via consiliare”, intesa quale riferimento del tutto interno alla storia del movimento comunista e operaio, da Rosa Luxemburg ad Antonio Gramsci, considerata quale riferimento possibile per una effettiva democratizzazione del processo di interscambio politico sia a livello orizzontale, sia a livello verticale nella logica di recupero di un compito del partito come “intellettuale collettivo” promotore di una rivoluzione intellettuale e morale, fondata sull’integrità rivoluzionaria dei suoi militanti.

Franco Astengo

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