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IMPORTANTI LEZIONI DOPO I CINQUE MESI DI SCIOPERO DEI MINATORI IN SUD AFRICA

Da "il Partito Comunista" n. 367, settembre-ottobre 2014

(18 Settembre 2014)

joseph

Joseph Mathunjwa

Lo storico sciopero dei 70.000 minatori delle miniere di platino in Sud Africa, guidato dall’Amcu (Association of Mineworkers and Construction Union) si è concluso dopo ben cinque mesi, il 23 giugno. Come ogni lotta operaia, a maggior ragione per la sua intensità e durata, è ricco di conferme per le tesi comuniste e di insegnamenti per i lavoratori di tutto il mondo.

È stato il più lungo sciopero nella storia del movimento operaio del paese, ben più dei due maggiori presi fino ad oggi a riferimento: lo sciopero a Durban nel 1973, partito dai portuali ed estesosi spontaneamente a quasi tutte le categorie, e quello di 360 mila minatori nel 1987, durato tre settimane e che fu guidato dal NUM (National Union of Mineworkers). Come abbiamo recentemente sottolineato la lotta di classe in Sud Africa, paese modernamente industriale, va acuendosi. Questo non va in senso contrario rispetto al resto del mondo e non rappresenta una eccezione bensì è una delle evidenti manifestazioni di un processo storico generale: la pace fra le classi è impossibile, è una ipocrisia con la quale si vuol mantenere soggiogato il proletariato. La lotta fra le classi è ancora il motore della storia, la chiave con la quale comprenderne lo sviluppo, a piena conferma della teoria comunista.

Questo sciopero conferma un’altra fondamentale posizione comunista: la fine dell’apartheid e l’avvento della democrazia non hanno affatto posto fine alla condizione di miseria e sfruttamento della classe lavoratrice, e non poteva essere altrimenti essendone la causa il capitalismo, non una sua particolare forma di governo. Le radici delle contraddizioni sociali, in Sud Africa come in tutto il mondo, non affondano nella razza, nella religione, nella democrazia o nella dittatura, ma in questo modo di produzione fondato sulla divisione della società fra la classe dei lavoratori salariati da un lato, i moderni proletari, e la classe di detentori o gestori del Capitale dall’altro, la borghesia. In ogni paese i falsi partiti dei lavoratori sempre indicano agli sfruttati quale causa delle loro sofferenze un aspetto particolare del capitalismo, risolto il quale questa società diverrebbe finalmente benevola anche per loro.

In Sud Africa, finché c’era l’apartheid era facile far credere ai proletari negri che la loro miseria era dovuta al razzismo dei bianchi, e non alle leggi economiche con cui funziona il modo di produzione capitalista. In realtà, con la fine del regime razzista, nel 1994, la situazione operaia non è migliorata e il crescere della lotta di classe negli ultimi anni lo conferma al di sopra di ogni dubbio. Ciononostante l’opportunismo, che non può non mentire, addita i bassi salari ad una eredità del passato regime non ancora debellata, definendoli “salari colonialisti da apartheid”. Una visione prettamente ideologica che nasconde le chiare ragioni economiche alla base di questa condizione. È il capitalismo che spinge al ribasso i salari! Oggi un governo borghese di neri tutela gli interessi, non dei bianchi, ma del Capitale nazionale e internazionale, in questo ricco e importante paese.

La grandiosa battaglia dei minatori conferma anche le nostre tesi in campo sindacale. Come già abbiamo scritto – sia su questo sciopero sia su quello segnato dal massacro di 34 minatori per mano della polizia, democratica e nera, l’agosto di due anni fa a Marikana – il COSATU sta mostrando la sua natura di sindacato di regime, ossia la sua fedeltà agli interessi capitalistici, analogamente a quanto avvenuto, ad esempio in Italia nel secondo dopoguerra con la CGIL. La federazione dei minatori, lo storico NUM, ha fatto tutto ciò che era nelle sue possibilità per spezzare lo sciopero, organizzando il crumiraggio e con le calunnie. Diversi sono stati gli scontri e le vittime fra i minatori in sciopero e i crumiri del NUM. Nelle miniere di platino la forza di questo sindacato è ormai compromessa. Dopo la strage di Marikana l’AMCU si è guadagnato la fiducia degli operai. Resiste invece l’influenza del NUM nelle miniere di carbone, oro e diamanti. Questo ha impedito allo sciopero di estendersi agli altri minatori, il che avrebbe sicuramente permesso un successo maggiore. Lo stesso vale per il resto della classe operaia, controllata dal COSATU, nella quale non vi sono esempi di organizzazione e lotta fuori e contro questa confederazione paragonabili a quello dell’AMCU.

I 70.000 minatori del platino hanno così scioperato eroicamente per cinque mesi soli, isolati dagli altri minatori e dal resto della classe lavoratrice. Il tentativo da parte dell’AMCU di estendere lo sciopero alle miniere d’oro è stato bloccato dalla Corte del Lavoro che ha definito l’azione non legale. Ulteriore fatto che conferma la natura borghese del regime democratico post-apartheid sudafricano.

La sentenza della Corte è stata condannata anche dalla dirigenza del NUMSA, la federazione metalmeccanica del COSATU, che, come in Italia la FIOM, fa una finta opposizione da sinistra all’interno della confederazione. Il NUMSA, dopo che il NUM ha perso oltre 50.000 iscritti a favore dell’AMCU, è divenuto la maggiore federazione del COSATU, inquadrando circa 270.000 operai. A dicembre 2013, in previsione delle elezioni politiche del maggio successivo, ha ritirato il suo appoggio all’alleanza governativa ANC-SACP, schierandosi così contro la propria confederazione. Dopo le elezioni, che hanno confermato il precedente governo, il NUMSA ha chiesto un congresso straordinario del COSATU, che all’interno della confederazione si sta dibattendo se svolgerlo o meno. Il timore di alcuni, speranza di altri, è che si giunga ad una scissione. Ma, come in Italia con la FIOM, per capire come stanno realmente le cose, bisogna dare il giusto peso alle dichiarazioni e agli scontri di corrente, concentrandosi sui dati di fatto, che solo importano.

In cinque mesi di sciopero dei minatori il NUMSA non ha fatto nulla in loro aiuto. In quanto maggiore federazione del COSATU, che organizza una categoria, quella dei metalmeccanici, la quale, insieme ai minatori, rappresenta il cuore della classe operaia, ha così provocato la divisione della classe lavoratrice e l’isolamento dello sciopero. Ciò appare ancora più evidente se si considera che il NUMSA ha atteso la fine dello sciopero dei minatori, il 23 giugno, per far partire quello generale dei metalmeccanici il 1° luglio! L’unione delle due lotte avrebbe inferto un colpo mortale alla resistenza delle compagnie minerarie e degli industriali, permettendo una grande vittoria per tutti i lavoratori. Il NUMSA si è ben guardato dal farlo. Ciò conta cento, mille volte di più di ogni roboante dichiarazione o lotta congressuale. I fatti hanno la testa dura, diceva Lenin.

Vi è inoltre un altro fatto importante. La rivendicazione dei minatori del platino è, dal 2012, prima organizzati in comitati di lotta poi nell’AMCU, quella di un salario base di 12.500 Rand, circa 890 Euro. Il NUMSA ha chiamato allo sciopero gli operai metalmeccanici dal 1° luglio per un salario base di 5.600 Rand. Ciò indica due cose: da un lato la modestia della rivendicazione, compatibile con gli interessi capitalistici, ed infatti sostenuta da tutto il COSATU; dall’altro che i salari dei metalmeccanici non si discostano da quelli dei minatori e che quindi la lotta per un salario base di 12.550 Rand era in tutto e per tutto anche loro. Altra conferma della natura compromissoria del NUMSA e della sua opera di divisione della classe lavoratrice.

Questa situazione e le lotte delle organizzazioni sindacali sul campo dello scontro fra le classi in Sud Africa confermano sia la tendenza all’assoggettamento dei sindacati al regime borghese, carattere proprio del capitalismo nella sua fase imperialista, dal nostro partito ritenuto compiuto già all’indomani della seconda guerra mondiale, sia la conseguente reazione spontanea a ricostruire l’organizzazione sindacale per la lotta di classe, o con una lotta all’interno dell’organizzazione sindacale di regime o attraverso una riorganizzazione fuori e contro di essa. Il partito non sempre e ovunque può prevedere quale di queste due strade sarà percorsa dal movimento, ma dedica attento studio allo spontaneo atteggiarsi difensivo della classe, tramite l’attività dei suoi militanti in essa, al fine di prevederne le modalità e le difficoltà nei necessari successivi trapassi della sua contingente difensiva, e li anticipa alla classe, in un percorso che non è in contraddizione con il più generale dispiegamento rivoluzionario diretto dal partito.

All’AMCU va il grande merito di aver guidato con coraggio e determinazione il più lungo sciopero nella storia del Sud Africa, non cedendo alle intimidazioni delle compagnie minerarie e del regime borghese. Questo sindacato si è guadagnato la fiducia dei minatori. I comitati sindacali nelle varie miniere, prima associati al NUM, poi distaccatisi per condurre autonomamente la lotta, hanno infine aderito ad esso. Di questo sindacato però sappiamo ancora poco. Per il fatto che si scontra con il COSATU, ed in particolare con il NUM, influenzati dal falso partito comunista sudafricano, è additato di “anticomunismo”. Joseph Mathunjwa, il capo, è un fervente cristiano. La linea politica imposta ad un sindacato non può non determinarne, nel bene o nel male, l’azione. La dirigenza dell’AMCU si dichiara “apolitica”. Ma la “politica” è l’espressione dei contrasti di interessi fra le classi: non può esserci apoliticità in una società divisa in classi. Chi si dichiara apolitico, rifiutando perciò i principi politici comunisti, finisce giocoforza per abbracciare quelli borghesi. Ad esempio, Mathunjwa, al termine dello sciopero, ha detto alle migliaia di operai riuniti nello stadio di Rustemberg: «Compagni, avete fatto la storia del Sud Africa: questa vittoria non è solo nostra ma dell’intero paese». Questa è già una dichiarazione politica, in cui si enuncia un principio politico borghese.

Con essa il capo dell’AMCU voleva forse rispondere agli industriali che accusavano gli scioperanti di danneggiare l’economia nazionale. Ma ad aver ragione sono proprio quest’ultimi! Lo sciopero danneggia sempre le aziende e il paese, in una parola il Capitale. Il 16 giugno l’agenzia internazionale finanziaria Fitch ha abbassato la previsione sul rating da stabile a negativo in quanto «le prospettive di crescita del Sudafrica sono minacciate soprattutto dallo sciopero dei minatori che ormai da cinque mesi sta piegando l’industria del platino». Lo stesso hanno fatto, dopo poche ore, le agenzie sorelle Standard & Poor’s e Moodys. Nel primo trimestre del 2014 il prodotto interno lordo è tornato a scendere dello 0,6% dopo la recessione nel 2009, con l’attività manifatturiera diminuita del 4,4% e quella mineraria del 24,7%.

È indubbio che la lotta dei minatori ha contribuito a far cadere nella recessione l’economia sudafricana. Ciò, lungi dall’essere un fatto negativo per la classe operaia, ne dimostra la potenza e la forza e conferma la tesi comunista che la lotta dei lavoratori non può essere in difesa dell’economia nazionale, che altro non è che il capitalismo, ma necessariamente contro di essa. L’unica onesta, coerente ed efficace replica all’ira borghese di sempre contro gli scioperanti additati quali disfattisti dell’interesse nazionale non sta nel negare l’evidenza di questa accusa, ma nell’affermare – travalicando l’ambito “tradeunionista”, che in realtà separato non esiste – che i lavoratori non possono che giovarsi della disgrazia dell’economia nazionale provocata dalle loro lotte perché essa favorisce il crollo politico di questo regime e quindi la conquista rivoluzionaria del potere. Solo con questa sarà possibile finalmente rispondente stabilmente ai bisogni dell’umanità lavoratrice e non a quelli del profitto, sovvertire il funzionamento della attività produttiva, organizzandola in modo razionale, secondo un piano mondiale, non certo chiuso nei confini nazionali, già da decenni stretti per lo stesso capitalismo e da esso utilizzati solo per dividere e mantenere oppressi i lavoratori.

Questa vittoria, e soprattutto questa lotta, hanno avuto sì una importanza che va oltre i proletari che l’hanno condotta, i minatori del platino, ma non certo per il Paese, cioè per tutte le classi della società in Sud Africa: è una vittoria della sola e intera classe operaia sudafrica e internazionale.

Vi è stata, forse, una certa timidezza o remora da parte dell’AMCU nel cercare di estendere lo sciopero oltre la cintura del platino, alle altre miniere. Non siamo riusciti a rinvenire alcun appello agli altri minatori ad unirsi allo sciopero. Se questo atteggiamento derivasse dalla volontà di non arrecare eccessivo danno all’economia nazionale con una mobilitazione più estesa dei lavoratori già si vedredde come la linea politica del sindacato, che vuole essere apolitica, influenzi la sua azione, ponendosi di traverso all’unificazione della lotta della classe lavoratrice. È chiaro che questo è un nodo che l’AMCU si troverà presto a dover sciogliere e da come lo farà avanzerà sulla via della difesa della classe operaia o imboccherà quella della difesa degli interessi del Capitale, come già in passato ha fatto il COSATU.

Lo sciopero si è concluso con un compromesso che sembra sia stato accolto positivamente dagli scioperanti e che l’AMCU ha presentato come una vittoria. Non è stato ottenuto il salario base di 12.500 Rand, che avrebbe comportato un aumento del 125%, bensì un accordo su tre anni al termine dei quali il salario base sarà di 8.900 Rand (630 euro), con un incremento del 46%. Gli aumenti sono maggiori per le categorie peggio pagate, fatto positivo perché riducendo le differenze salariali aiuta ad unificare i lavoratori (in Italia Cisl, Uil e Cgil, Fiom compresa, applicano il principio opposto: aumenti maggiori per i lavoratori che già guadagnano di più e minori per quelli il cui salario è più basso).

Al di sopra dell’esito economico della lotta va sempre ricordato che il risultato fondamentale sta nell’accresciuta o diminuita unità dei lavoratori, ossia nella loro forza organizzata in vista delle battaglie a venire. Questo bilancio potrà presto farsi alla prova delle lotte che già si annunciano, con la compagnia mineraria Lonmin che il 25 agosto ha annunciato il licenziamento di 5.700 operai, in risposta all’aumento ottenuto, corrispondenti al 21% della forza lavoro dell’azienda in Sud Africa. Il 29 luglio è stato invece segnalato il nuovo massimo raggiunto nella disoccupazione, che ha raggiunto il 25,5%.

A fronte dell’incrudirsi della lotta di classe quel regime borghese in veste democratica si sta predisponendo a correre ai ripari e già diversi suoi rappresentanti si sono espressi a favore di una legge che limiti la lunghezza degli scioperi imponendo oltre una certa durata un arbitrato dello Stato. Il ministro del lavoro Mildred Oliphant ha dichiarato che «il governo deve intervenire. Non è possibile assistere a scioperi così lunghi nel nostro paese; dove una mediazione non è possibile deve essere imposto un arbitrato». Come si vede, alla prova fatti, cioè della lotta di classe, la democrazia mostra la sua vera natura borghese.

Il 1° luglio è iniziato lo sciopero del NUMSA. Anche questo un grande sciopero, durato quattro settimane, fino al 28 luglio. Si sono fermate le fabbriche della Toyota a Durban, della Ford a Pretoria, della General Motor a Port Elizabeth, per citare i casi maggiori. A differenza di quello dei minatori, osteggiato in ogni modo, questo sciopero ha ricevuto il sostegno del COSATU e delle sue federazioni, fra le quali il NUM, naturalmente limitatosi a solenni dichiarazioni. La ragione si spiega nel senso di responsabilità della dirigenza del NUMSA verso gli interessi del Capitale. Ciò emerge, come visto, dalla limitatezza della rivendicazione economica.

Anche indicativa la dichiarazione del Comitato Esecutivo Nazionale del NUMSA all’inizio della mobilitazione: «Lo sciopero non è stato una facile decisione, bensì dolorosa. Organizzare lo sciopero non è mai stato nella nostra agenda; lo sciopero ci è stato imposto. Noi usiamo lo sciopero come parte di una tattica tesa a fare pressione sul padronato, tornare al tavolo e presentare una offerta accettabile ai nostri membri». Un tono analogo a quello dei sindacati concertativi italiani.

Il NUMSA combatte quelli che chiama i “colonial apartheid wages” (i salari coloniali e da apartheid), con una formula opportunista che attribuisce la causa dei bassi salari non al capitalismo ma ad una sua pretesa forma peggiore, per altro liquidata vent’anni fa. Il problema per i lavoratori è nel salario senza aggettivi, che il capitalismo, nazionale e internazionale, spinge al ribasso. E contro i bassi salari i lavoratori non possono certo battersi finché sono guidati da sindacati che rifiutano e temono l’arma dello sciopero! Anche in Sud Africa, come in tutti i paesi del mondo, lo scontro fra salariati e capitale passa per la ricostruzione di una organizzazione sindacale di classe.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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