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SENZA NON C'E' FUTURO

Per tutto questo e per altro ancora, l’indicazione, per un’opposizione autenticamente d’alternativa, non può prescindere dall’esigenza della costruzione del partito che solo può renderla praticabile

(3 Ottobre 2014)

Spesso, la foga della dialettica porta a confrontarsi semplificando, dando per scontato che ci sia almeno un comune denominatore e che sia tale da permettere di essere compresi. Forse, ma solo forse, in certi momenti questo è stato possibile, ma oggi certamente non è così.


Quello che potrebbe apparire come un semplice confronto nell’ambito di un’idea condivisa, all’interno della quale le differenziazioni sono sempre di ordine tattico, perché riguardano il “modo” e non il “cosa”, in realtà sottende spesso anche ai problemi strategici.
Il modello di società che proponiamo, il ruolo primario della classe operaia e del suo sistema d’alleanze, nella fase della lotta per la conquista del potere e, nella fase successiva, del suo consolidamento, sono gli elementi fondamentali, dati per scontati, privilegiando invece una concezione soggettiva, spesso inamovibile, che si confronta con altre concezioni divergenti dalle proprie, anch’esse spesso inamovibili e che di fatto sottendono senza esplicitarle, concezioni del “cosa” altrettanto contrapposte.
E’ un fatto, che nella storia del movimento operaio, ogni scostamento dalla concezione marxista non è mai apparso come tale, ma al contrario, si è sempre esplicitato sotto forma di divergenze sulla tattica da seguire. Questo, tra l’altro, ha portato spesso ad una definizione giustificazionista di elementi politici e di persone che ne erano portavoce obiettivamente controrivoluzionarie, esemplificata dalla frase “compagni che sbagliano”. Un esempio per tutti: quanta parte del PCI, ha inteso giustificare, in questo modo, l’ingresso del PSI nel primo governo di centro sinistra? E quanto di questa giustificazione ha coperto il fatto che la scelta strategica del PSI era necessariamente diversa da quella comunista e che non poteva essere diversamente? Vero è che nello stesso PCI era già presente il germe revisionista che l’avrebbe portato a seguire il PSI e a portare il progetto di Nenni alle estreme conseguenze.
Come si vede, un balzo indietro di alcuni decenni permette di collocare le scelte di Rifondazione Comunista in una dimensione tutt’altro che moderna. Come spiegare, altrimenti, la ricerca pervicace di una sponda borghese di “sinistra”? Eppure il tutto appare come si trattasse di divergenze sulla tattica!
Ma la questione non si ferma alla sola Rifondazione Comunista, nel mondo dei comunisti “duri e puri”, quelli per intenderci, che hanno scelto un percorso diverso da Rifondazione, c’è un fiorire di scelte “tattiche” che vede contrapposti gli uni agli altri, un gruppo all’altro gruppo, un partito all’altro partito. Per tutti formalmente l’elemento scontato è esemplificabile nella convinzione di ognuno di essere l’interprete marxista “più”. Partendo da questa convinzione si continua ad allargare, in modo molto poco marxista, la forbice delle contrapposizioni, a volte furbesche (siamo i migliori e freghiamo tutti), a volte insensate (siamo i migliori e prima o poi lo capirete).
A corollario di queste situazioni, al primo posto troviamo una capacità d’analisi spesso viziata dalla propria esperienza personale, a volte mutuata pari, pari, dai classici, senza alcun riferimento alla realtà contemporanea, altre volte dalla febbre del “rinnovamento” che permetterebbe di superare gli errori del passato.
Di questi tempi è di moda riferirsi con livore alla passività del popolo, di fronte alla situazione che lo vede oggetto di un attacco senza precedenti ai propri fondamenti di vita stessi. Chi lo fa, in genere interviene dall’”alto” della convinzione soggettiva di essere “migliore”. Pochi, veramente pochi, si pongono il problema dell’assenza assoluta del partito, l’unico che può, e anch’egli in una certa misura, contrastare l’influenza della macchina ideologica della borghesia e che può dare le gambe ad un progetto realistico di radicale cambiamento.
E’ facile capire, che gli effetti devastanti del monopolio dei media borghesi, non si limitano a colpire gli “impreparati” che mancano di qualsiasi cultura politica, ma va ad incidere anche sulle analisi di quelli che questa cultura pensano d’averla.
Non esiste immunità dall’influenza dell’ideologia borghese, ed è proprio l’inconsapevolezza di questo fatto che spiega buona parte di ciò che accade nel “mondo” comunista. Nel nome di un concetto di modernità che è alla base della stessa avventura autoritaria di Renzi-Napolitano, si perdono i contorni di ciò che debbono essere gli organismi di massa e si arriva a considerare secondario lo strumento che, unico, può contrastare la stessa penetrazione dell’ideologia borghese fra i comunisti, il partito.
Del resto, quelli appena citati sono solo una parte dei danni che attraversano l’insieme di coloro che si richiamano al comunismo. Le aberrazioni personalistiche che sono avvenute nei partiti comunisti in passato, i molti errori, le deviazioni che hanno contribuito a portare alla chiusura del primo esperimento comunista della storia, mentre hanno permesso alla borghesia di recuperare, infangando culturalmente la storia stessa, sul versante dell’attualità comunista ha indotto l’acquisizione di metodi e concezioni che sono linfa vitale per la stessa borghesia.
Mi riferisco ai personalismi che si susseguono senza essere notati dai più, al rifiuto di metodi tutt’ora validi perché dettati dalle stesse esigenze della lotta, (parlo del tanto bistrattato centralismo democratico, per es.), rifiuto dettato dalla presunzione di poter fare meglio, senza peraltro rendersi conto che il meglio si riduce spesso a culti di minipersonalità mascherati “democraticamente”.
Sì, minipersonalità, spesso supportate in alcuni periodi dalle esigenze “dialettiche” dei media, ma sempre, poste di fronte ai fatti, risultanti afflitte da nanismo politico, a volte da ambizioni personalistiche e da una presunzione smisurata.
Ma la cosa, apparentemente di moda più di ogni altra, presente nel firmamento comunista italiano, oggi, è l’incapacità di capire che una somma d’individualismi, lungi dall’essere un fatto democratico, è l’essenza stessa della classe borghese. Eppure questo si vede: la difficoltà a comprendere che la democrazia, per i comunisti non è semplicemente la possibilità di esprimersi liberamente, quanto piuttosto far sì che il contributo di tutti costruisca il progetto di tutti, fatto, questo, che si ottiene solo se si ha la modestia di capire, che a volte si può aver torto.
Non basta richiamarsi allo scontro di classe, occorre introitare che le contraddizioni fondamentali della nostra epoca non sono affatto cambiate, prima fra tutte quella fra proletariato e borghesia. Se ciò non diviene patrimonio comune, l’esaltazione dei momenti di lotta popolare è fuori luogo, perché basta poco a far cambiare segno agli obiettivi, i “forconi” insegnano.
Nelle nostre file a volte si formano dei dualismi tanto forzati quanto spesso inesistenti. Uno di questi è costituito da una sorta di movimentismo che privilegerebbe lo scontro come fattore primario, dal quale, poi, deriverebbe il fattore partito, concezione che appare contrapposta ad un’altra, quella del partito “prima”, come fattore necessario alla lotta stessa “poi”.
Inutile dire che si tratta di due aberrazioni le quali, oltre a creare obiettivamente incomunicabilità, sono ambedue un’evidente forzatura che porta lontano dalla concretizzazione dell’unico progetto che ha senso dialettico dal punto di vista marxista: il partito, che si tempra nella lotta, in quanto unico strumento in grado di inquadrarla dal punto di vista di classe e che trae dalle lotte stesse gli insegnamenti per migliorare se stesso, i propri quadri, la propria linea politica, la propria politica delle alleanze.
Il malcontento, quando non la pura e semplice disperazione di settori delle masse popolari, in particolare giovanili, dà luogo ad episodici momenti di scontro con la struttura repressiva dello Stato. Questi momenti, ancorché importanti perché indicativi delle potenzialità delle masse, sono soggetti agli inevitabili riflussi originati da: parzialità d’obiettivi; carenza di momenti unificanti con le lotte più generali; isolamento rispetto al contesto generale.
Se a questo si aggiunge l’assenza di prospettiva strategica, un movimento così esposto può, in qualsiasi momento, trasformarsi in massa di manovra per forze politiche di tipo populista le quali, fornendo obiettivi complessivi, anche se inseriti nella dialettica interna della borghesia, finiscono per annientare la carica dirompente, dal punto di vista dello scontro di classe, del movimento stesso.
Sul piano politico, pochi si rendono conto che la semplificazione degli obiettivi, ad esempio la troica, l’euro, la Germania pigliatutto, ecc., sono semplici elementi secondari, devianti rispetto all’obiettivo più complessivo della liberazione dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Sì, devianti, perché pongono obiettivamente su un piano di compatibilità con le dinamiche borghesi ciò che, al contrario, non dovrebbe esserlo. Questo non comporta, ovviamente, la necessità di complicare gli obiettivi, non sarebbero compresi, ma porta invece la necessità di inserirli in un discorso politico più generale che, per avere senso, deve essere frutto di elaborazione collettiva e, in quanto tale, costitutivo dell’autostrada politica all’interno della quale convogliare le lotte parziali.
Definire il partito nella situazione attuale, comporta la necessità di vedere in senso critico non tanto e non solo la storia del movimento comunista, quanto piuttosto l’influenza che su di essa ha avuto il movimentismo sessantottesco. Si trattò di un movimento con molti pregi, primo fra tutti la denuncia del ruolo di spalla della borghesia che i partiti comunisti stavano assumendo. Contemporaneamente, però, questo fatto indubitabilmente positivo, comportò un rifiuto della concezione stessa del partito comunista, a discapito di una preminenza ideologica di tipo movimentista che inevitabilmente fu una della maggiori concause del riflusso degli anni successivi.
L’onda lunga di quella concezione portò alla ricerca di scorciatoie che, per una minoranza si trasformò in una lotta armata decontestualizzata rispetto agli obiettivi che si poneva e per la maggioranza, anche per quella che sopravvisse politicamente a sinistra, comportò la radicalizzazione di un concetto movimentista dello scontro di classe, facendo perdere per strada la questione che, senza stato maggiore l’esercito perde sempre.
La politica dei lamenti, ancorché fatto importante di denuncia, quando diviene elemento pressoché totalizzante dell’azione politica è lo specchio più fedele delle battaglie condotte esclusivamente in difesa, in condizioni di sudditanza, anche psicologica, pressoché assolute. Eppure è ciò che accade oggi, nel momento in cui la borghesia sferra attacchi forsennati per annientare le conquiste popolari, si assiste all’incapacità di dar vita ad un programma d’opposizione attivo, capace di raccogliere consensi fra le masse e capace di indicare un obiettivo strategicamente valido per il quale lottare. Davvero si pensa che l’indicazione di una società senza il parassitismo della borghesia, sia un concetto troppo astruso per chi sta perdendo tutto?
Per tutto questo e per altro ancora, l’indicazione, per un’opposizione autenticamente d’alternativa, non può prescindere dall’esigenza della costruzione del partito che solo può renderla praticabile.

G.Angelo Billia

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