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(15 Agosto 2012) Enzo Apicella

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IL "MANIFESTO" E LA SINISTRA: UNA SCELTA DA DISCUTERE PERCHE' SBAGLIATA

(5 Ottobre 2014)

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Norma Rangeri

L’editoriale di Norma Rangeri pubblicato oggi, 5 Ottobre, dal “Manifesto” segna un punto di apparente non ritorno: il quotidiano si schiera organicamente con l’ipotetica “sinistra del centrosinistra” e l’asse (non ancora formato, per la verità) Vendola – Landini – Civati.
Una scelta di campo netta, apparentemente inequivocabile: un’iniziativa di schieramento.
“Il Manifesto” si chiama così fuori dalla sinistra comunista ancora presente in Italia, contraddicendo, di fatto, quel “quotidiano comunista” che ancora appare in cima alla testata: ma non è certo, di questi tempi, questa la questione da sollevare.
Egualmente per qualche nostalgico come chi scrive s’intenderebbe risolta definitivamente attraverso una precisa scelta di campo la “querelle” che qualche tempo fa ha portato all’allontanamento di alcuni “quadri storici”: si può emblematizzare questa scelta ricordando soltanto il nome di Rossana Rossanda.
Fin qui siamo un po’ tra lo “storico” e il “mugugno”, ma i temi da discutere sono ben altri.
Vediamone soltanto due.
Nell’editoriale di Rangeri compare infatti un passaggio che, benevolmente, si può considerare come “sorprendente”: “Una prima risposta che ha radici storiche è questa: non sappiamo stare insieme, non sappiamo unire le forze. Questa incapacità è tutta ideologica”.
Si è compreso bene ? Le ragioni del tracollo della sinistra italiana risiederebbero, secondo Rangeri, nelle divisioni ideologiche.
Magari fosse vero! Il tracollo della sinistra italiana deriva, tutto intero, dall’assunzione dei meccanismi imposti dall’avversario, dalla sua imposizione di un’egemonia culturale, da una rinuncia (clamorosa) da parte nostra dell’espressione di una radicale diversità comunista.
Il tracollo della sinistra italiana risiede prima di tutto nella debolezza espressa nell’opporsi alla proposta di scioglimento del PCI che avveniva in nome dello “sblocco del sistema politico” ovverosia in nome della “governabilità” di marca sostanzialmente craxiana, nell’assunzione di un modello indiscriminato (e inesistente) di globalizzazione dell’economia, di introiezione di modelli dell’agire politico radicalmente sbagliati come quelli della personalizzazione e del movimentismo, del seguire – anche sotto l’aspetto della comunicazione – i modelli propinati dalla parte avversa e giudicati vincenti (da Berlusconi fino a Renzi), all’appoggio sostanziale dato al meccanismo di costruzione europea propugnato da Ciampi e Prodi senza mai mettere in campo una riflessione derivante dal nostro portato politico nei campi (abbandonati ma esistenti) dell’internazionalismo e della lotta di classe.
Altro che ideologia!! Scelte politiche precise di adeguamento sostanziale, di subalternità, di messa in nota dei singoli per arrivare – da singoli – a godere di tutti gli agi dell’antico “cretinismo parlamentare”.
Su questi punti e non su inesistenti divisioni ideologiche (anzi tutti a negare che esistesse l’ideologia, pronti magari a convertirsi e a pensare all’ di là) è crollata la sinistra italiana.
Farebbe bene Rangeri a ricordarselo.
Il punto più importante perché della ragione per la quale la scelta del Manifesto è sbagliata e dovrebbe essere discussa a fondo in tutti gli ambienti della sinistra italiana è legato, però, all’attualità politica, alla lettura della fase.
IL Manifesto si schiera organicamente per una proposta politica che prevede (parole e musica del nuovo leader rivoluzionario Pippo Civati, inventore con Renzi della rottamazione) “ un cambiamento della sinistra e del PD”.
Orbene è proprio l’analisi del PD quella che va fatta con spietatezza e rigore: il PD, ormai ridotto all’osso dal punto di vista della presenza militante, è il partito che sorregge un’ipotesi di vero e proprio “regime” di stampo autoritario, fondato sul culto della personalità, alimentato da oscure figure della finanza internazionale che stanno ingaggiando anche una dura battaglia versus alcuni esponenti del nostro “mini-capitalismo”. Un PD che ha ormai adottato, attraverso la personalizzazione e le primarie, il modello di una “democrazia del pubblico” che punta a cancellare il concetto stesso di rappresentanza politica e, di conseguenza, la Costituzione Repubblicana.
Non è possibile, a questo punto, entrare anche nel merito della proiezione internazionale di questo stato di cose: al di là delle sbruffonaggini al riguardo della flessibilità dei conti in sede UE, deve essere ricordato – prima di tutto – il ritorno a un allineamento atlantico che assume un significato decisivo rispetto alla nuova ridefinizione dei rapporti planetari nella fase di uscita dall’idea sballata della “fine della storia”, dello “scontro di civiltà”, della “esportazione democrazia sulla punta delle baionette” (di cui godono con grande giubilo, come sappiamo, i popoli della Libia, dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Siria, dell’Africa Orientale e Centrale).
Soprattutto però deve essere l’analisi del liberismo italiano che deve fare la differenza: un liberismo che ha prodotto (tramite governi di centrodestra, centrosinistra, tecnici, delle larghe intese, personali come questo di Renzi) uno spaventoso aumento della disoccupazione, un impoverimento generale, la distruzione dello stato sociale, la crisi complessiva di un’idea di coesione ponendo invece le basi per scontri generazionali, di ceto, di professione, del resto costantemente invocati dallo stesso Presidente del Consiglio (e segretario del PD) per occultare i termini concreti di quello che dovrebbe essere il vero scontro sociale in atto, quello riguardante la distinzione di classe, del resto alimentata dalla ferocia della gestione capitalistica a tutti i livelli e sotto tutte le latitudini.
Sconcerta davvero che, in queste condizioni, si possa parlare di centrosinistra e di sinistra di governo.
La sola strada possibile è quella, come c’è capitato tante volte di scrivere nel più recente passato, quella dell’opposizione.
La sinistra può essere ricostruita soltanto attraverso un passaggio di fase contraddistinto da un’opposizione di sistema recuperando il ruolo della politica come proposta, sintesi, rappresentanza delle lotte sociali in un’identificazione delle comune radici nella materialità delle contraddizioni.
All’interno di questo passaggio, così stretto e difficile soltanto a descriverlo (figuriamoci a praticarlo) ci sta il tema del soggetto politico, del Partito e la questione comunista che non può essere accantonata, perché mettendola da parte si rischia di cedere sia alla destra, sia alla finta opposizione movimentista portata avanti dal M5S.
Chissà se a qualcuno interessano ancora questi temi?
Ai posteri (ma nemmeno troppo) l’ardua sentenza.

Franco Astengo

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