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(3 Settembre 2010) Enzo Apicella
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    HONG KONG: LA “RIVOLUZIONE DEGLI OMBRELLI”
    (A 65 ANNI DALLA NASCITA DELLA
    REPUBBLICA POPOLARE CINESE)

    (29 Ottobre 2014)

    Dal n. 22 di "Alternativa di Classe"

    benny

    Benny Tai

    LA REPUBBLICA POPOLARE CINESE
    Il 1° Ottobre scorso ricorreva il 65° anniversario della proclamazione ufficiale della Repubblica Popolare Cinese (R.P.C.), con festeggiamenti in tutto il Paese. Lo storico evento era avvenuto, infatti, il 1 – 10 – 1949, ed il primo Presidente era stato proprio Mao tse Tung (il leader della “Lunga marcia” del ’35-’36), dopo la vittoria militare sul Giappone, che aveva invaso parte del Paese, e la successiva definitiva sconfitta politica e militare dei “nazionalisti”. La vittoria sul Giappone era stata ottenuta con il contributo dell’URSS, la quale, con la successiva spartizione post-bellica di Yalta del Febbraio '45, ottenne “in assegnazione” anche tale zona di “influenza”, mentre Chiang Kai-shek, sostenuto dagli USA, si ritirava a Formosa (Tai wan), pur rivendicando il Governo “nazionalista” dell’intera Cina.
    Fin dall'inizio, in un Paese dall'ampia base contadina, il Primo Ministro Chou En-Lai, un pragmatico, rimasto poi in carica fino al '76, nazionalizzò le poche industrie presenti e creò comuni agricole, redistribuendo le terre dei latifondisti, ma, d'altro canto, garantì sempre grande spazio all'iniziativa privata in economia, incentivando l'urbanizzazione anche attraverso la concessione di privilegi sul piano politico.
    Dopo la morte di Stalin, avvenuta nel ’53, la Cina cominciò a distanziarsi dall’URSS, sia in politica interna, che estera; dal “Grande balzo in avanti” del ’58, cioè, fino alla elaborazione maoista della “Teoria dei tre mondi”, che vedeva, oltre ai due blocchi guidati da USA ed URSS, un terzo blocco dei “non allineati”, in fieri, sotto la guida della R.P.C. Fu così che, da allora, la Cina si contrappose alla potenza “sovietica” con una propria ambizione da “grande potenza”, fondata, oltre che su una pretesa ortodossia comunista, su di un forte spirito nazionalistico.
    Pur con una iniziale presenza di ben otto partiti politici, resa sempre più formale, il Partito Comunista, attraverso un meccanismo analogo a quello dell’URSS e la formazione di un apparato politico-militare, si era sempre più compenetrato con lo Stato, attuando una pianificazione centralizzata dell’economia. L'iniziativa indipendente della base fu sempre scarsa, e la stessa “rivoluzione culturale” delle “guardie rosse” del '66, poi “idolatrata”, insieme al “libretto rosso”, da diversi movimenti del '68, era stata “ispirata” dallo stesso Mao.
    Alla Cina indipendente, nonostante tutto, erano rimaste più di una spina nel fianco: le ex colonie portoghesi, quelle britanniche, e la “Cina nazionalista” di Formosa, legatissima agli USA, anche se nel ’71, grazie ai riconoscimenti dovuti alla famosa “diplomazia del ping pong” con gli stessi USA, la Cina Popolare era entrata all’ONU.
    La proverbiale “pazienza” cinese fu adoperata per accordi con i Paesi europei, che, a fronte di concessioni immediate, le garantivano nel tempo la sovranità anche sulle piccole, ma ricche, colonie occidentali. Fu proprio rispetto alla aspirazione ad una unificazione nazionale effettiva con Tai wan (è sempre mancato il formale riconoscimento reciproco), che fu coniata l’espressione “Due sistemi, un solo Paese”, divenuta poi linea del Partito verso le ex colonie ed all'interno del Paese. Le ex colonie sono, infatti, tutte passate poi, gradualmente, alla Repubblica Popolare; in particolare per ultima la liberista Hong Kong il 1-7-‘97, definita, come Macao, autonoma “Regione Amministrativa Speciale” (ancora 5° centro finanziario del mondo, con riserve in dollari - $), diveniva territorio cinese.
    La R.P.C., ancora di più dall'avvento di Deng Xiao Ping (1976) in poi, ha privilegiato l'ingresso di capitali esteri, senza restrizioni dal 1988, anno in cui terminò la fase di “transizione al mercato”, e lo sviluppo economico, rispetto alle parvenze “socialiste”; mentre i nuovi capitalisti privati cinesi vennero fatti entrare, con il XVI° Congresso del 2002, anche direttamente all'interno dello stesso partito “comunista”, la scelta economica di produzioni industriali ad alta intensità di manodopera ed a basso contenuto tecnologico, al traino degli investimenti statali sulle infrastrutture, favoriva la crescita. E' finito oggi il tempo in cui la Cina importava semilavorati, per poi rivendere all'estero merci di seconda qualità: il capitalismo cinese primeggia (da quest'anno), in PIL e PPA, anche sugli USA, ed ha perso le iniziali caratteristiche (il colosso cinese LENOVO Group Limited, nato ad Hong Kong e da più di un anno primo nel mondo, ad esempio, ha rilevato nel 2005 la Divisione p.c. di IBM, e poi altro....).
    A livello finanziario, la Cina ha “comprato” il debito USA: le riserve di valuta sono sempre state rigorosamente in dollari, fino a superare nel 2005, nella Banca Centrale Cinese, il record storico degli 850 miliardi di dollari ($): la Cina divenne, così, il più grosso finanziatore del Tesoro americano; evidentemente ciò, oltre ad obbligare entrambi i Paesi a reciproci rapporti diretti, espose le banche cinesi a risentire, prima istanza economica fra le altre, di tutte le congiunture internazionali condizionando, di fatto, il principale imperialismo, ma restandone a sua volta condizionata nelle prospettive.
    Sul piano politico la “Cina popolare” è oggi un sistema monopartitico, che gestisce il Paese con molta flessibilità, sperimentando, in regioni e zone diverse, modalità differenti di conduzione, garantendo sempre al Partito il controllo politico ed il sostegno ad un sistema ad economia mista tra pubblico e privato, con la pericolosa illusione, per i pochi rimasti “fedeli alla linea”, che la gestione politica possa dominare a lungo, o addirittura per sempre, l'economia. Nel contempo, a livello internazionale, con i BRICS, si sta costruendo un sistema di alleanze, sia economiche che politiche, che già oggi è di tutto rispetto, e che punta a liberarla dal mortifero abbraccio con gli USA, per insidiarne su tutti i piani il primato.
    I FATTI DI HONG KONG
    I recenti “fatti di Hong Kong” hanno le loro premesse nella flessibilità amministrativa di Pechino, dove il pluripartitismo (assieme alla “libertà di parola e di stampa”), ereditato dalla fase in cui era ancora colonia britannica, è tollerato. Il 31 Agosto il CNP (Consiglio Nazionale del Popolo), organo del Governo cinese, comunicò la sua decisione di concedere il suffragio universale nelle elezioni del Capo dell'Esecutivo di Hong Kong del 2017, a condizione che un comitato elettorale di 1.200 persone scegliesse un massimo di 3 candidati. Tale decisione era coerente con il Trattato cino-britannico del 1984, registrato all'ONU.
    Il movimento OCLP (Occupy Central with Love and Peace), forse il principale protagonista ufficiale delle proteste e contestazioni di questi giorni, è un movimento di disobbedienza civile, pacifista e non-violento, nato il 27 Marzo 2013, fondato dal Prof. Benny Tai (universitario). “Central” (Chong Wan, in cinese, ribattezzato così dal 1980) è il Distretto Centrale di Hong Kong (a nord di essa), un distretto sede di affari, il quartiere generale dei servizi finanziari multinazionali (è solo in questo l'analogia con il movimento americano “Occupy Wall Street”). Vi sono situati molti consolati stranieri ed il quartier generale del governo locale. È il cuore di Hong Kong fino dai tempi coloniali (1841).
    Il Prof. Tai, che aveva contestato le modalità delle votazioni, durante una manifestazione di OCLP, tenutasi tempestivamente la stessa sera del 31 Agosto, aveva preannunciato una nuova e forte mobilitazione ad Hong Kong proprio per il 1° Ottobre, in concomitanza con le celebrazioni del 65° Anniversario della RPC... Fu preceduto, invece, Lunedì 22 Settembre da una manifestazione di ben tredicimila giovani, organizzata dalla Federazione degli Studenti, per abolire le “circoscrizioni elettorali funzionali”, e con slogan del tipo “No al regime coloniale (di Pechino - ndr)”, “No alla preselezione dei candidati” ed “Autodeterminazione per i cittadini di Hong Kong!”.
    Il giorno dopo gli studenti chiesero di trattare con il Capo dell'Esecutivo locale, Leung Chung-ying; al suo diniego, 4000 di loro, bloccando le strade, si diressero verso la sua residenza ufficiale, e, dopo una sua significativa condanna verbale per le loro azioni “di massa” (“Va bene che gli alunni delle scuole secondarie si interessino di politica,» disse, «ma gli scioperi sono un'altra cosa. Qui non si tratta più di questioni politiche, ma di mobilitazione di massa”), ottocento di loro la “assediarono” pacificamente.
    Venerdì 26 Settembre, durante una nuova mobilitazione, alcuni studenti cercarono di entrare negli Uffici del Governo; la polizia intervenne, e vi furono arresti e feriti. Fu così che il giorno seguente esponenti di OCLP, del Partito Civico, del Partito democratico e del Partito Laburista, dichiararono il loro appoggio agli studenti, ma attaccandone i comportamenti “violenti”. Nel frattempo cresceva un certo appoggio di base verso gli studenti, che cominciavano a proteggersi con maschere, occhiali ed impermeabili dagli attacchi polizieschi, nonché a portare in piazza strumenti informatici per acquisire tracce degli avvenimenti prevedibili. Fu allora che Tai, con buon tempismo, decise definitivamente di cavalcare la mobilitazione, dandole connotati non-violenti, attraverso un discorso pubblico. Aderirono ancora decine di migliaia di persone, bloccando l'intero centro ed oltre, finché la polizia intervenne pesantemente, proseguendo fino a Domenica 28: 78 arresti e 46 feriti.
    Non si può non notare come i media italiani (e dei principali Paesi occidentali) si siano soffermati su tali fatti, oltre che per denominare l'accaduto come “rivoluzione degli ombrelli”, dato che i manifestanti si riparavano con essi dai lacrimogeni, per stigmatizzare l'operato violento della polizia di Hong Kong: mai si sono sentiti parlare con toni analoghi per interventi ben più duri e più immotivati da parte della polizia nostrana! Con questa considerazione non vogliamo certo “assolvere” la polizia cinese: l'operato ed il ruolo sono esattamente gli stessi che in tutto il mondo capitalistico! Ovviamente si sono sprecati i paragoni con i fatti di Piazza Tien an-men del Giugno 1989 a Pechino, quando proteste per una “maggiore democrazia” furono represse dall'esercito cinese.
    I media cinesi, con in testa il “Quotidiano del popolo”, hanno, così, pesantemente attaccato quanto avvenuto, attribuendone ogni responsabilità politica all'OCLP; è evidente: anche la forza che gestisce quella forma di capitalismo teme la contestazione, se guidata da altra forza organizzata, che potrebbe, in prospettiva, scavalcarla. Sempre ben sottolineati dai media occidentali, si sono verificati una ventina di arresti di simpatizzanti anche nel resto della Cina.
    Dopo alcuni giorni, in cui gli scontri ad Hong Kong tra manifestanti e polizia sono continuati, Venerdì 3 Ottobre, formatosi un gruppo definitosi “Anti-Occupy Central”, che portano nastrini blu (i militanti di OCLP li portano gialli...) e vogliono il ritorno alla “normalità” nella città, suoi aderenti si sono scontrati con gruppi di studenti; alcuni leader studenteschi hanno denunciato la presenza di mafiosi tra gli aderenti al nuovo gruppo (cosa rivelatasi poi vera), un atteggiamento benevolo verso costoro da parte della polizia, oltre a tentativi governativi di controllo informatico con la comparsa sul web perfino di “siti-civetta”, per carpire dati ai ragazzi.
    Nei giorni seguenti si sono alternati momenti di tensione, ed anche di scontro tra polizia e studenti, a tentativi di dialogo diretto da parte della Federazione degli Studenti con la rappresentante del Governo di Pechino, continuando a chiedere le dimissioni del Capo dell'Esecutivo locale, Leung, persona peraltro poco credibile per sospetti di pesante corruzione. Nella serata di Domenica 5 gran parte dell'appoggio di massa al movimento è “tornato a casa”, mentre Pechino ha continuato a puntare al dialogo con i soli studenti, snobbando, ed anzi attaccando anche politicamente, per rapporti con “emissari USA” (di per sé non escludibili), i leader di OCLP e gli altri politici.
    L'assenza , però, di un incontro ufficiale ha causato forti “ritorni di fiamma” da parte degli studenti, che hanno dimostrato di poter occupare zone nevralgiche della città, fino alla ripresa vera e propria del movimento, con diverse migliaia di persone in piazza nei giorni dal 10 Ottobre in poi, nei quali sono stati eretti barricate ed accampamenti fino agli Uffici del Governo. Durante la giornata di Martedì 14 la polizia ha contrattaccato, cercando di demolirli un po' dappertutto, senza lesinare lacrimogeni, manganellate, arresti (45), e perfino pestaggi a freddo; le riprese filmate di uno di questi hanno comportato, da parte del Segretario per la Sicurezza cittadina, l'immediata rimozione degli agenti coinvolti e l'apertura di un'indagine. Cariche ed arresti, comunque, anche nei giorni successivi.
    Il movimento continua, con gli studenti che ribadiscono le proprie richieste anche nei momenti di arretramento, il governo locale accenna al “dialogo” senza mai concederlo realmente e facendosi “difendere” dalla polizia, il Governo di Pechino dialoga con i pescecani della finanza di Hong Kong, UE ed USA inneggiano al movimento pacifico, propagandando soprattutto Occupy Central (OCLP ), mentre anche a Macao parte un analogo movimento, appoggiato da Formosa; perfino il Dalai Lama, “eroe” dell'Occidente, ripone speranze nel movimento di Hong Kong...
    CONSIDERAZIONI
    Da quanto sopra, emerge il fatto che nei Paesi in cui il socialismo è stato travisato e messo da parte, in cui vi sono Partiti comunisti, che col comunismo hanno avuto a che vedere solo in quanto lo hanno considerato una ideologia politica, invece che il movimento di trasformazione dell'esistente nel suo divenire, e perciò lo hanno pesantemente equivocato, le rivolte, specialmente quelle di settori piccolo borghesi come gli studenti, non possono che avere connotati democratico borghesi. E non è una smentita, ma semmai una conferma, il fatto che gli studenti di Hong Kong intonano “Bella ciao” nelle manifestazioni. Non è certo una loro soggettiva responsabilità, ma una conseguenza di una situazione storica. Di gruppi, invece, come “Occupy Central with Love & Peace” (OCLP), le cui caratteristiche sono emerse con chiarezza nel report dei fatti, ne sappiamo abbastanza anche qui in Occidente per considerarli “dall'altra parte”!
    Non si può non soffermarsi sulla considerazione, per alcuni scontata, che su fatti come questo movimento, forse per la “nostalgica” similitudine dei borghesi con la “rivolta di Piazza Tien an-men”, i media nostrani si soffermano ad elucubrare sul “significato della democrazia”, mentre sulle rivolte operaie, che in Cina sono sempre più frequenti e diffuse, l'informazione rimane in un “black out” quasi totale.
    Ed infatti, nei “fatti di Hong Kong”, fermo restando il dato che elementi dei ceti più bassi si trovano più facilmente tra gli oppositori degli studenti, che insieme a loro, sono gli operai, come tali, i grandi assenti, certamente non individualmente, né sociologicamente. Manca una presenza degli operai come classe, non certo possibile a livello cosciente, ma sicuramente come uno dei protagonisti “in ballo”. E' nel rapporto con tale settore sociale, e non certo con i professori universitari “alla Benny Tai”, che gli studenti cinesi potranno indirizzare bene la propria spontanea radicalità.

    Alternativa di Classe

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